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La diffusione di tutto il materiale del mio blog è incoraggiata
Buone vacanze a te e al tuo cucciolo^^








Affissione degli articoli inviati il: 01.01.01

05 Feb 2010 


Scriveva Platone nel Fedro che "dell'anima, propriamente, può parlare solo un dio, l'uomo può accennarne per simboli ed immagini". E sono proprio i "simboli" e le "immagini" nel senso platonico, poi neoplatonico-plotiniano e gnostico, che il razionalismo sviluppatosi nel corso della civiltà occidentale ha rimosso, rendendo ancora più assurdo un mondo enigmatico e nella forma più alta misterico. È questa la tesi sviluppata dall'autore in questo volume dal significativo sottotitolo di copertina "Jung: dall'inconscio al simbolo". È stato infatti Jung che nell'età contemporanea, ormai satura di razionalismo e di scientismo culminato nella filosofia positivistica del fatto fisico come una realtà esistente e conoscibile, ha evidenziato il valore dei messaggi simbolici e delle immagini dell'inconscio. Sostiene Galimberti che "l'inconscio collettivo di cui parla Jung è proprio la memoria sommersa, ma non estinta, di questo rimosso", e sempre rifacendosi alla concezione junghiana ricorda come a differenza del "segno", che si riferisce a una realtà nota, il simbolo di riferisca invece a qualcosa di fondamentalmente sconosciuto.



Ma sconosciuto non significa inesistente, fantasioso, come le immagini che il simbolo evoca non rappresentano un prodotto, altrettanto irreale, dell'immaginazione creativa. Ecco allora che la verità velata in qualche modo si manifesta, al di là degli apparati concettuali.



Si definisce così una condizione che è rivelativa dell'esistenza di realtà misteriche che trascendono la sfera dell'esperienza empirica alla quale la modernità ha inteso limitare l'ordine della conoscenza. Si tratta allora di ripercorrere a ritroso il processo della civiltà che ha ucciso gli dei, o semplicemente li ha negati rimuovendoli dalla sfera della coscienza. Non è un percorso semplice. La civiltà occidentale, afferma Galimberti, si è sviluppata regolandosi sui due grandi pilastri del principio di non contraddizione in sede logica e della legge di causa sul piano fisico. Al di fuori di tale recinto sono stati relegati il mondo dei sogni, la fantasia infantile, il pensiero primitivistico e, nella stessa società evoluta tecnologicamente, la follia. Non è quindi facile operare questa inversione, in quanto è pur sempre vero che a loro volta tutte queste manifestazioni della mente non costituiscono in quanto tali delle vie di accesso alla verità. La verità appartiene a tale ordine ma non tutto quanto si trova in tale ordine è verità. Inoltre, ciò che si può acquisire per tale via non si traduce di per sé una conoscenza intellettuale, ma costituisce solo l'ombra di una verità ulteriore, ineffabile.



Ed anche in questo senso è necessario che ci si eserciti nell'umiltà intellettuale, per non incorrere nel peccato di "ybris" che scatena l'ira delle Erinni, di protervia cioè di chi sfida il cielo e gli dei, appunto, possono propriamente parlare della'anima. La civiltà in quanto tale comporta violenza, come recita il coro dell'Antigone di Sofocle. Le navi sul mare, l'aratro, la caccia violano la natura. "Con la parola - osserva Galimberti - l'uomo esercita una violenza più oscura, dominando tutte le cose che nomina si arrischi in tutte le direzioni, ma proprio allora si trova lanciato fuori da ogni via".



La saggezza allora si acquisisce riconoscendo il senso del mistero, dell'ulteriore, in cui l'anima riconosce la propria origine e il proprio destino, in quanto, come afferma Eraclito "l'armonia invisibile vale più di quella visibile".



cris-hestia · 173 visite · 0 commenti
Categorie: filosofia, psicologia
05 Feb 2010 
U.Galimberti


cris-hestia · 101 visite · 0 commenti
Categorie: filosofia
05 Feb 2010 
cris-hestia · 153 visite · 0 commenti
Categorie: animali e gatti
05 Feb 2010 
cris-hestia · 118 visite · 0 commenti
Categorie: filosofia
05 Feb 2010 
cris-hestia · 99 visite · 0 commenti
Categorie: filosofia
05 Feb 2010 
Umberto Galimberti


cris-hestia · 132 visite · 0 commenti
Categorie: filosofia, articoli
05 Feb 2010 
Umberto Galimberti(1999)


cris-hestia · 79 visite · 0 commenti
Categorie: filosofia
03 Feb 2010 
Dove amiamo non proviamo desiderio, e dove lo proviamo non possiamo amare”. Freud

 

Ignorando il reciproco scambio che si è soliti supporre in ogni relazione d’amore, il desiderio, infatti, conosce solo il furto e il dono.
Per questo l’amore che cerca sicurezza e stabilità tende a spegnere i desideri che teme come il suo negativo più profondo, o di deviarli nella finzione dell’immaginario, come si deviano le forze temute di un fiume, scavandogli un letto artificiale o derivandone mille rigagnoli che si disperdono nella terra.
Amore, infatti, è solo la chiave che ci apre le porte della nostra sempre ambivalente vita emotiva di cui ci illudiamo di avere il controllo, mentre essa, ingannando la nostra illusione, ci porta per vie e devianze dove, a nostra insaputa, scorre, in modo tortuoso e contraddittorio, la vitalità della nostra esistenza.

Umberto Galimberti


cris-hestia · 427 visite · 0 commenti
Categorie: articoli
28 Gen 2010 
Se non avessimo mai veduto le stelle, e il sole, e il cielo, nessuna delle parole che abbiamo detto sull'universo sarebbe stata mai pronunciata. Ma ora la visione del giorno e della notte, e dei mesi e dell'evolvere degli anni, ha creato il numero, e ci ha dato una concezione del tempo e il potere di indagare sulla natura dell'universo; e da questa sorgente abbiamo tratto la filosofia, di cui un bene maggiore non fu e non sarà mai donato dagli dei all'uomo mortale.

cris-hestia · 78 visite · 0 commenti
28 Gen 2010 
Penso che l’illusione racchiuda il mio concetto d’amore … lo avevo idealizzato, mi piaceva tutto di lui … ma poi mi sono accorta che erano tutti castelli in aria…”; “L’illusione rappresenta il modo d’ingannare i sensi con vane speranze, per cui una falsa impressione viene creduta come realtà … si attribuisce consistenza ai propri sogni e alle proprie speranze … l’immaginazione mi libera dal peso della realtà…”. Sono alcune emozioni che un gruppo di ragazzi tra i 16 e i 18 anni hanno evidenziato all’interno di un’attività di consulenza filosofica sull’amore svolta nei mesi scorsi. Sembra che la fantasia faccia della persona amata un qualcosa di unico. Sebbene la psicoanalisi spieghi l’idealizzazione come una regressione – il trasferimento sull’amato del senso di unicità attribuito ai genitori quando si era bambini - essa, nell’amore, gioca un ruolo importante per l’attivazione del desiderio: la fantasia trasfigura la realtà affinché essa abbia un senso per noi. Dice Stendhal: “Ci si compiace di ornare di mille perfezioni la donna del cui amore siamo sicuri […] la nostra mente da qualunque occasione trae la scoperta di nuove perfezioni dell’oggetto amato […] il gaudio aumenta con le perfezioni dell’oggetto amato”. Quando la realtà (l’amato/a) è trasfigurata dall’idealizzazione diventa attraente e perciò seducente. Ma l’idealizzazione collocando tutto il valore nell’altro non ci impoverisce? E se l’altro non ricambia l’idealizzazione nei nostri confronti, non rimaniamo svuotati? A questa trasfigurazione della realtà non è preferibile un sano realismo per proteggerci dalla delusione della scoperta che reale ed ideale non coincidevano? E’ interessante considerare che l’idealizzazione innesca una tensione che fa dell’amore un’esperienza creativa,trasformatrice della realtà. Afferma Gentile: “Amare è volere. Se amiamo ciò che ha pregio e risponde all’ideale è perché quell’ideale non c’è e con l’amore lo vogliamo realizzare [...]. Ora quello che noi vogliamo, appunto perché lo vogliamo, non c’è già al mondo. […] La persona amata è quella ricreata dal nostro amore. È ricreata immediatamente e mediatamente: essa, cioè, è un nuovo essere per noi fin da quando prendiamo ad amarla; ma si fa realmente un essere sempre nuovo, si trasforma continuamente in conseguenza del nostro amore, che agisce su di essa, conformandola a grado a grado sempre più energicamente al nostro ideale. Insomma, l’oggetto dell’amore, qualunque esso sia, non preesiste all’amore, ma è da questo creato”. Ritorna l’enigma dell’amore oscillante tra esperienza del rischio e ricerca della sicurezza: passione (alimentata dall’idealizzazione, stimolante la creatività a reinventare il rapporto con tutti i rischi di ogni avventura) e stabilità (assicurata da un sano realismo che degrada l’idealizzazione). Un’altra tensione è quella tra l’essere se stesso e l’essere altro da sé. Si dice che per non essere estraneo all’altro, chi ama cerca di essere come l’altro lo vuole. Avviene una sorta di immedesimazione che si risolve nell’annullamento di sé nell’altro. Ma a questa maniera il rapporto non si riduce ad un gioco di maschere? Il gioco dell’inganno dell’amore come lo definisce Nietzsche: “Si dimenticano molte cose del proprio passato e le si caccia di proposito dalla mente: cioè si vuole che la nostra immagine, che irraggia dal passato verso di noi, ci inganni, lusinghi la nostra presunzione — noi lavoriamo continuamente all’inganno di noi stessi. E ora credete voi, che tanto parlate e decantate l”obliar se stessi nell’amore”, lo “sciogliersi dell’io nell’altra persona”, che ciò sarebbe qualcosa di sostanzialmente diverso? Dunque si infrange lo specchio, ci si immagina in un’altra persona che si ammira, e si gode poi la nuova immagine del proprio io, anche se la si chiama col nome dell’altra persona — e tutto questo procedimento non sarebbe inganno di sé, non sarebbe egoismo, gente strana! Io penso che coloro che nascondono qualcosa di sé a se stessi e coloro che a se stessi si nascondono come tutto, sono uguali in ciò a coloro che commettono un furto nella camera del tesoro della conoscenza: dal che risulta contro quale reato ci metta in guardia il detto: 'conosci te stesso'”. Che c’entra con l’amore l’allontanarsi da tutto ciò che di sé non piace, assumendo come propria identità quella dell’altro? Il tema qui è “se stessi” più che l’amore perché, ammirando l’identità dell’altro, si sceglie di rimuovere la propria per assumerne un’altra. E quando l’altro ricambia il mio amore, non significa forse che ama il mio “disconoscimento”? Come posso continuare ad idealizzare chi ama il mio disconoscimento? L’altro nel quale mi annullo è “l’altro reale” o la sua idealizzazione? Insomma stiamo parlando di una fusione d’amore o di un incontro mancato dato che ognuno si identifica con l’immagine idealizzata dell’altro? Forse è il caso di rinunciare alla immedesimazione per promuovere la differenza, il riconoscimento delle differenze individuali: solo se si salvaguarda l’identità di ciascuno si favorisce il gioco della seduzione (l’altro vuole condurmi a sé se c’è distanza). Quando c’è distanza diventa difficile la prevaricazione sull’altro per possederlo o la rinuncia di se stessi nell’immedesimazione.
(dal web)

cris-hestia · 446 visite · 0 commenti
Categorie: filosofia, psicologia
28 Gen 2010 
lo/Noi,  ogni volta che siamo in relazione con l'altro, mettiamo in atto anche il nostro desiderio di non annullarci nell'altro. Vogliamo essere con l'altro, ma nello stesso tempo, per salvare la nostra individualità, vogliamo non esserci completamente. Di qui quell'esserci e non-esserci, quel rincorrersi e tradire, che fa parte della relazione amorosa. Perché l'amore è una relazione, non una fusione. Se infatti non esistessimo come individualità autonome, non solo non potremmo incontrare l'altro e metterci in relazione, ma non avremmo neppure nulla da raccontare all'altro fuso simbioticamente con noi. Quando lei o lui iniziano un viaggio fuori dal "NOI" e che prescinde dal "NOI" solo per i precetti religiosi, tradiscono, in realtà salvano la loro individualità dall’abbraccio mortale del "Noi" che non emancipa, non consente né arricchimenti, e neppure parole da scambiare che non siano già dette o già sapute prima che siano pronunciate. Tutto questo per dire che l'amore non è possesso, perché il possesso non tende al "bene dell’altro" né alla lealtà verso l'altro, ma solo al mantenimento della relazione che, lungi dal garantire la felicità, che è sempre nella ricerca e nella conoscenza di sé, la sacrifica in cambio di sicurezza. Siamo in due, non sappiamo più chi siamo, ma siamo insieme ad affrontare il mondo. Due esistenze negate, ma tutelate. Amore è cosa difficile, perché  sempre ci si confonde e non ci si chiarisce se si ama l'altro o si ama la relazione, sé sì soddisfa il nostro bisogno di sicurezza o il nostro bisogno di felicità. Oppure si vuole la felicità. ma non i suoi costi, e in alternativa si vuole la sicurezza, ma non la sua noia. Amore è un gioco di forze dove si decide a quale dio offrire la propria vita: al dio della felicità che sempre accompagna la realizzazione di sé, o al dio della sicurezza che molto spesso si affianca alla negazione di sé. Una cosa però è certa che nella relazione, nel "NOI" non ci si può seppellire come in una tomba, ogni tanto bisogna uscire se non altro per sapere chi siamo senza di lei o di lui Solo gli altri, infatti, ci raccontano le parti sconosciute di noi. Gli altri se li lasciamo parlare, senza soffocarli con il nostro bisogno di conferme che di solito, sbagliando, siamo soliti chiamare bisogno d’amore
       

cris-hestia · 135 visite · 0 commenti
Categorie: filosofia, psicologia
28 Gen 2010 

amore dell'altro amore di sé?

Scrive lo psicoanalista americano Stephen Mitchell: "Se io ti do il mio amore, che cosa ti sto dando di preciso? Chi è l'Io che sta facendo questa offerta? E chi, per inciso, sei tu?"

 

Ancora non riesco a capire la differenza, se di differenza si tratta, tra il desiderio dell'altro e la cura di se stessi nel sentimento amore. Mi spiego meglio. Nella coppia è desiderabile andare incontro ai desideri dell'altro e questo sentimento richiede attenzione, tempo, sensibilità. Ma i propri desideri e quindi l'amore verso se stessi, quanto si spiegano in una relazione con l'altro? Perché amare se stessi, e quindi ricercare la propria felicità e realizzazione nel lavoro, nella vita, nei rapporti con gli altri, può creare nell'altro dubbi e incertezze dell'altrui importanza. E allora mi chiedo: amare l'altro, desiderare il suo benessere fisico e psichico, può convivere con le ragioni dell'amore verso se stessi che presuppongono le stesse priorità?
Laura Rinnovati


Se è vero, come dice Freud, che l'amore è l'unica condizione per poter vivere, non c'è alcun dubbio che amare l'altro è, di fondo, amare se stessi. Questo amore di sé non è da leggere nell'accezione egoistica del termine, non è la soddisfazione dei propri bisogni o dei propri desideri, non è l'autorealizzazione resa possibile dalla dedizione dell'altro. È semplicemente ciò che rende possibile quel dialogo (che molti evitano) tra la propria parte razionale e la propria parte folle, a cui la nostra natura ci invita per giungere a una compiuta espressione di sé. Amore infatti non è una faccenda dell'Io, ossia della nostra parte razionale. E questo ognuno lo sa quando, interrogato, non sa fornire alcuna spiegazione a chi gli chiede ragione del suo amore. Ma ognuno lo sa anche quando, pur essendo consapevole che quell'amore è sbagliato, dichiara di non potersene comunque liberare. Per la stessa ragione nessuno crede fino in fondo all'altro quando dice "Io ti amo", perché amore non è una faccenda dell'Io, dal momento che, come ci ricorda Freud: "l'Io non è padrone in casa propria", perché non conosce le forze che determinano quelle che l'Io considera sue scelte. Ma l'abisso folle che ci abita vuole espressioni che sappiano raggiungere le nostre regioni più lontane, più abissali, più indistinte nei loro indiscernibili confini, per assaporare come il piacere si intreccia col dolore, la maledizione con la benedizione, la luce del giorno con il buio della notte, perché da quel fondo tutte le cose appaiono incatenate, intrecciate, innamorate, senza quelle visibili distinzioni tanto care all'Io razionale, che per questo si difende dall'inoltrarsi negli abissi del cuore.

Finché un giorno incontriamo qualcuno che nel suo volto riflette questi abissi e, come uno specchio, ce li rinvia come domanda inquietante che turba la visione fino allora chiara e lucida che il nostro Io s'era fatto del mondo. A quel punto, quando il riflesso è reciproco, è amore, come inevitabile messa a nudo di sé tramite l'altro. La scoperta della nostra follia segreta ci attrae e ci inquieta, ma con le sole forze dell'Io non possiamo inoltrarci in quelle regioni che o sono inaccessibili o ci possono travolgere. E allora abbiamo bisogno dell'altro, come Dante di Virgilio per scendere all'Inferno. Amiamo l'altro perché tramite lui scopriamo noi stessi, e l'altro tramite noi scopre se stesso. Per questo non amiamo chiunque, ma solo chi riflette fedelmente i nostri abissi. Qui è anche l'essenza del pudore che ci vieta di metterci a nudo con chiunque, ma solo con chi è fedele riflesso della parte sconosciuta di noi. Solo con lui o lei possiamo scendere nella nostra follia che ci affascina, sperando di poter riemergere e non restarne prigionieri. Apparentemente amiamo l'altro, in realtà, tramite l'altro, amiamo le nostre imperscrutate profondità. Una volta scesi nella nostra follia, grazie alla mediazione dell'altro a cui riconosciamo "di averci fatto impazzire", "di averci fatto perdere la testa", non riemergiamo più quali eravamo, perché, dopo esserci concessi al cedimento dell'Io, l'altra parte di noi ci ha contaminato. E per effetto di questa contaminazione, qualunque sia l'esito della vicenda d'amore, noi non siamo più quel che eravamo. Questa continua rinascita, sia nei segreti della fedeltà sia in quelli del tradimento, è ciò a cui la vita, che non può vivere se non nel continuo rinnovamento di sé, ci invita, con quello sguardo ora seducente ora inquietante che ciascuno incontra in ogni vicenda d'amore, dove però non è l'altro che incontriamo, ma l'abisso della nostra anima che l'altro riflette. Amore dell'altro, quindi, dettato dall'amore di sé. Di questo era ben consapevole Platone là dove scrive: "Gli amanti che passano la vita insieme non sanno dire che cosa vogliono l'uno dall'altro. Non si può certo credere che solo per il commercio dei piaceri carnali essi provano una passione così ardente a essere insieme. È allora evidente che l'anima di ciascuno vuole altra cosa che non è capace di dire, e perciò la esprime con vaghi presagi, come divinando da un fondo enigmatico e buio".


cris-hestia · 104 visite · 0 commenti
Categorie: filosofia, psicologia
28 Gen 2010 


Idealizzazione: processo psichico che porta all’esaltazione del valore e delle qualità dell’oggetto…l’oggetto, pur non mutando la sua natura, viene amplificato e psichicamente elevato. L’idealizzazione può avvenire sia nell’ambito della libido dell’io sia nell’ambito della libido oggettuale. Nel primo caso abbiamo la formazione dell’ideale dell’io, nel secondo caso l’idealizzazione di un’altra persona "origine- scrive Freud- del peculiare stato di innamoramento".



L’idealizzazione va (anche) distinta dall’identificazione perché, mentre quest’ultima richiede una parziale modificazione dell’io che deve modellarsi sull’oggetto, l’idealizzazione comporta un impoverimento dell’io a favore dell’oggetto idealizzato. L’idealizzazione differisce anche dall’ammirazione perché, a differenza di quest’ultima, che comporta processi di emulazione e imitazione, l’idealizzazione porta alla dipendenza e al servilismo, in quanto la persona che idealizza ha bisogno che esista una persona perfetta al punto da negare l’esistenza di quegli attributi negativi che non soddisfano il suo bisogno.



…l’insuccesso della difesa costituita dall’idealizzazione porta alla delusione alla depressione, perché ciò che rimane è la perdita dell’autostima sacrificata nell’idealizzazione dell’altro. (Enciclopedia di Psicologia di Umberto Galimberti, edizioni Garzanti).



cris-hestia · 140 visite · 0 commenti
Categorie: psicologia
28 Gen 2010 
Chiamiamo "idealizzazione" quella tendenza che falsa il giudizio, come avviene ad esempio invariabilmente nel caso delle infatuazioni amorose, dove l'Io diventa sempre meno esigente, più umile, mentre l'oggetto sempre più maginfico, più prezioso, fino ad impossessarsi da ultimo dell'intero amore che l'Io ha per se, di modo che, quale conseguenza naturale, si ha l'autosacrificio dell'Io. L'oggetto ha per così dire divorato l'Io"...Sigmund Freud...

Non ci si può innamorare se non si idealizza la persona amata, se la fantasia non interviene a farne qualcosa di unico, di inequiparabile. Certo, più si scalano le montagne più pericolosi diventano i precipizi. Ma senza la prossimità dei precipizi, alle altezze che si è voluto raggiungere non c'è brivido. Nel nostro caso brivido d'amore. L'idealizzazione è terribilmente pericolosa quando ci si innamora, perchè gli ideali si appannano facilmente, gli incantesimi si spezzano, gli effetti magici si dissolvono, i trucchi prima o poi vengono a galla. Dopo la prima notte di passione Romeo e Giulietta temono la luce, perchè l'aspra luce del mattino dissipa, il giorno dopo, l'incanto del chiaro di luna. Potremmo dire che l'idealizzazione ci impoverisce perchè tutto ciò che ha valore è collocato nell'altro. E se l'altro non ricambia l'idealizzazione di cui è stato investito, se quanto abbiamo trasferito in lui non ritorna, allora o siamo capaci di rompere l'incantesimo e vedere l'altro in una prospettiva più sobria e realistica, o precipitiamo nel rifiuto di noi stessi, svuotati come siamo di ogni nostro valore che nell'idealizzazione abbiamo attribuito all'altro. E allora se non è suicidio è inconsolabile depressione. Idealizzando l'altro, ci siamo svalutati e staccati dalla realtà. E siccome la nostra stabilità dipende dalla valutazione accurata del reale, innamorarsi idealizzando per la psicoanalisi è molto pericoloso. Pericoloso, ma inevitabile. Perchè il desiderio non si attiva senza idealizzazione, senza immaginare nell'altro quelle qualità che lo rendono unico, speciale, straordinario. E' lo stesso Freud a dirci che la percezione della realtà non è qualcosa di passivo, ma una costruzione attiva, dove l'immaginazione, la fantasia, il desiderio intervengono a trasfigurare i dati di realtà, affinchè questi possano assumere un senso per noi. Dal punto di vista dell'innamorato l'oggettività è un ideale impossibile, è il desiderio di pervenire a una sicurezza che non sarà mai raggiunta. La convinzione di conoscere realmente l'altro in modo oggettivo, affidabile e prevedibile è una delle tante illusioni, anzi, forse l'ultima illusione promossa da quella passione che non vuole mai incontrare la delusione. Le caratteristiche adorate dell'altra persona possono anche non essere affatto illusorie, ma siccome perdere chi è "unico al mondo" è molto più doloroso che perdere uno qualsiasi, dall'idealizzazione di solito ci si difende o troncando la relazione dopo il primo incontro, o aggrappandosi alle imperfezioni e ai difetti della persona amata per tenere a bada la fascinazione. Meglio spegnere una stella o offuscarne la luce, piuttosto che correre il rischio che quella stella non splenda per noi. Brividi sì, ma brividi sicuri. Amare è volere. Se amiamo ciò che ha pregio e risponde all'ideale è perchè quell'ideale non c'è e con l'amore lo vogliamo realizzare. Ora quello che noi vogliamo, appunto perchè lo vogliamo non c'è già al mondo. Noi non vogliamo la terra, ma il possesso della terra, ossia la terra che sia nostra, da noi posseduta, ed entrata a far parte della nostra vita. Allo stesso modo amiamo un essere animato, allo stesso modo amiamo un essere spirituale o umano, una persona. La quale amata da noi, è ricreata dal nostro amore. Capaci d'amore non sono mai coloro che stanno in attesa dell'incontro della loro vita, ma coloro che lo creano trasformando il reale secondo il proprio ideale. La persona amata è quella ricreata dal nostro amore. E' ricreata immediatamente e mediatamente: essa, cioè, è un nuovo essere per noi fin da quando iniziamo ad amarla; ma si fa realmente un essere sempre nuovo, si trasforma continuamente in conseguenza del nostro amore, che agisce su di essa. Insomma, l'oggetto d'amore qualunque esso sia, non preesiste all'amore, ma è da questo creato. Vano quindi cercarlo con l'intelligenza astratta o il "sano realismo" che presume di conoscere le cose come sono in se stesse. Su questa via non può trovarsi se non la mancanza di ciò che si ama ed è degno di essere amato. Si trova il difetto, il male, il brutto: ciò che non si amerà mai, perchè, per definizione, è ciò che invece si odia. L'innamorato non deve quindi aver terrore dell'idealizzazione, qualora ne fosse cosciente perchè è da questo processo che dipende la sua condizione stessa, perchè è dall'incontro con quella persona ideale ( e forse idealizzata) a percorrere con noi il suo cammino, che nasce il meraviglioso corollario di emozioni legate all'amore.

cris-hestia · 314 visite · 0 commenti
Categorie: filosofia, psicologia
27 Gen 2010 

Siccome “nulla succede a caso”, tutto si integra nel flusso della coscienza e della scoperta: il processo cognitivo si avvicenda e si sovrappone con la ricerca della consapevolezza di ciò che si muove dentro - emozioni e sentimenti. Appaiono istantanee di processi altre volte nascosti alla coscienza. Frammenti di dialogo interiore si alternano a letture di testi che hanno supportato il processo: camminando sulla strada lasciata da chi è passato prima di me, ho cercato di fare un passo avanti lungo un sentiero a me ancora ignoto, a tratti selvaggio ed impervio ed a tratti esotico, ma sempre ricco di suggestioni, per scoprire, solo dopo, che altri erano già “passati di lì”, e, a ben guardare, avevano lasciato qualche traccia, opportunamente nascosta perché potesse ritrovarla solo chi si guardasse attorno..dentro con lo sguardo illuminato da curiosità e consapevolezza.

cris-hestia · 110 visite · 0 commenti
24 Gen 2010 
''Se te lo concedi, puoi rinunciarci'' è Il fulcro della questione. Scrive il Nardone: ''Nei fatti, mentre chi si astiene porta sempre con sé il desiderio di ciò da cui si è astenuto, chi si concede il piacere di ciò che desidera «dopo un po' non lo desidera più così tanto» [...] Se applichiamo al progetto della dieta questa evidenza dei fatti, ne deriva che se mi concedo ciò che mi piace, dopo un po' questo cessa di piacermi così tanto e potrò rinunciarvi senza fatica e frustrazione. Il primo passo per la costruzione di una dieta efficace è concedersi i cibi più desiderati, per renderli gradatamente meno attraenti e travolgenti, procedendo così paradossalmente rispetto alle usuali diete. [...] se è vero che così facendo si evitano le trappole del «controllo che fa perdere il controllo» è anche vero che si ingrasserà. [...] l'indicazione è «mangia solo e soltanto ciò che ti piace di più. Solo e soltanto nei tre pasti: colazione, pranzo e cena. Nulla fuori dai pasti» [...] La ricerca della qualità del piacere permette di gestire il controllo della quantità, poiché non solo elimina la frustrazione derivante dalla limitazione ai cibi ritenuti sani perché dietetici, ma orienta alla degustazione di ciò che ci piace di più, in quanto, se esageriamo nella quantità, inficiamo il piacere della qualità''.

Naturalmente questo è solo l'inizio della strategia dietetica nardoniana, la cui evoluzione è un crescendo di stratagemmi e paradossi tesi al conseguimento della ''cura di se stessi e della realizzazione di un sano e compiaciuto equilibrio tra esigenze e desideri, tra inclinazioni ed emozioni''. Per questo, per non inficiare la progressione sapiente dei passi descritti nel libro (sarebbe come raccontare la trama di un film ad uno che sta per entrare in sala cinematografica per visionare lo stesso), non vi anticiperò altro. Per quanto mi riguarda, dopo aver divorato (mi sembra il termine più adatto per uno che sta pensando di mettersi a dieta) ''La dieta paradossale'', ho già intrapreso la lettura congiunta di ''Cavalcare la propria tigre'' e de ''Il dialogo strategico'' del medesimo autore. Al prossimo editoriale, tutti più sani, più belli, più magri e un po' più abbronzati...
(dal web)
cris-hestia · 71 visite · 0 commenti
24 Gen 2010 
Il segreto è che non ci sono segreti ma solo sottili abilità.

Come afferma Aldous Huxley, "La realtà non è ciò che ci accade ma ciò che noi facciamo con quello che ci accade".

...guardare indietro ci permette di vedere avanti...

Non è un caso che il termine eresia, con il quale le religioni monotesite e i poteri da loro ispirate bollavano e condannavano coloro che non rispettavano l'assoluta verità, significhi etimologicamente possibilità di scelta.

Alla domanda di un giornalista su quale fosse la differenza tra il genio e la normale intelligenza Albert Einstein rispose: "Mentre una persona intelligente, quando riesce a trovare un ago in un pagliaio, si ferma soddisfatta, il genio continua a cercare per trovarne un secondo, un terzo ed eventualmente un quarto".

I 36 stratagemmi. Questo affascinante manuale, redatto a quanto pare da alcuni monaci guerrieri, riassume in 36 formule - espresse attraverso aforismi e metafore - le tipologie fondamentali di stratagemma. E insieme rappresenta l'applicazione pratica delle categorie fondamentali della filosofia cinese: gli elementi "duri" e "molli", l'azione "diretta" e "indiretta", l'"attacco" e la "difesa", il "pieno" e il "vuoto" e le loro reciproche trasformazioni. Il linguaggio per immagini è allusivo ed evocativo, sollecita il pensiero senza forzarlo ma stimolandolo.Gli enunciati si infiltrano nel pensiero del lettore come acqua di fonte, lo penetrano e lo fertilizzano.

Per l'antica saggezza cinese non esiste il concetto di "Verità", anzi ogni "idea preconcetta" è da evitare perché limitante. Con le parole di Lao Tse: "L'unica costante è il continuo cambiamento". Le osservazioni cambiano in base alle prospettive assunte, e le nostre strategie si devono sempre adattare alle circostanze e alle occasioni. "Come l'acqua che vince su tutto perché si adatta a tutto". La "Verità" coincide con "l'efficacia", ma questa non puòessere fissata come concetto astratto poiché è a sua volta frutto costante dell'applicazione. Infatti l'indicazione di Confucio è:"Studiare e continuamente applicarsi".
"La forza di per se stessa non eguaglia il sapere; né quest'ultimo è eguagliato dall'esercizio. Ma è sommando sapere ed esercizio che si ottiene la vera forza".

"Trasformare l'ospite indesiderato in oste e creare il vuoto per farvi entrare il pieno". Questi due stratagemmi possono essere applicati a qualsiasi situazione di lotta: non si poone forza contro forza ma si devia la forza dell'avversario, per poi colpirlo quando è sbilanciato e indifeso.

... il maestro Sun Zu afferma che "il miglior combattente è colui che è capace di vincere senza combattere".

La conoscenza e l'abilità strategica sono temute dai poteri autoritari e repressivi, che vorrebbero mantenerne il monopolio assoluto. Per fortuna il sapere strategico ha in sé la capacità di sfuggire a qualunque controllo, perché per sua natura non si lascia ingabbiare da ideologie, né da religioni, né da poteri politici. La sua essenza lo rende immune da tali contagi. La fedeltà alla conoscenza strategica rende infedeli a qualunque ortodossia.

L'arte della persuasione riguarda anche il rapporto tra ognuno di noi e se stesso, ovvero i modi in cui ci convinciamo a credere in qualcosa o ci induciamo a percepire le cose da prospettive diverse rispetto a quelle precedentemente assunte. Pertanto, esistono una persuasione rivolta all'altro, la "manipolazione" e una rivolta a se stessi, ossia l'"autoinganno".

Ogni "verità" per essere creduta necessita di essere trasmessa in maniera persuasiva.

Conoscere l'arte della persuasione riduce le probabilità di eserne vittima. Uno strumento non è buono o cattivo in sé, è l'uso che en faccaimo a renderlo tale. Anzi, la capacità di utilizzare artifici retorici e stratagemmi linguistici mantiene la nostra mente allenata a evitare le gabbie ideologiche e la trappola degli autoinganni consolatori.

L'arte non è mai replicare, ma sempre interpretare.

Non vedere più a forza di guardare, non stupirsi più di quanto si ha sott'occhio, oppure essere convinti di vedere troppo bene: questo è il limite e il difetto in cui spesso l'uomo cade e di cui approfitta lo stratagemma del "Solcare il mare all'insaputa del cielo".

Quando l'altro si aspetta che tu menta, la verità lo penetra come il fendente di una lama inattesa.

Lo stratagemma del "Mentire dicendo la verità" è costruito sulla nostra tendenza ad assuefarci a un'abitudine e a praticare un eccesso di ragionamento.

Partire dopo per arrivare prima rappresenta la sintesi moderna dei due antichi stratagemmi cinesi "Sbatti l'erba per snidare i serpenti" e "Costringi la tigre a lasciare le montagne". Il primo indica la necessità, per il buon combattente, di far muovere per primo l'avversario per intuire la logica del suo attacco e controbattere immediatamente con una tecnica che gli rubi il tempo e lo colpisca nei suoi punti deboli. Il secondo sottolinea l'importanza di non avventurarsi nel territorio nemico, offrendogli così il vantaggio di essere a suo agio.

Se una persona è intelligente, e quindi ferma nelle sue convinzioni, è difficile farle cambiare opinione in modo doretto, ma se si instilla nella sua mente un dubbio che crea disordine e confusione nella sua chiarezza, la sua tendenza a voler riprendere il controllo la conduce dritta nella trappola.

"Datemi un punto d'appoggio e solleverò il mondo" Archimede

La "virtù non è considerata come per gli sotici il "giusto mezzo" ma la continua alternanza tra gli estremi che si completano a vicenda all'interno di un equilibrio costituito proprio dalla loro reciproca complementarietà.

Niente è più insopportabile per chi vi odia della vostra palese gentilezza nei suoi confronti. Questa manovra elegante non solo neutralizza il vostro detrattore, ma ne evidenzia anche la debolezza ed esalta la vostra superiorità. Anche voi ..."ucciderete il serprente con il suo stesso veleno".

Ogni arte prevede un lungo periodo di apprendimento. Protagora affermava che non esisteva arte senza sapere ed esercizio del sapere. Questo è da sempre il percorso obbligato per chiunque voglia migliorare se stesso.

Uno stratagemma che può essere applicato a tutti i tipi di paura: spingere la propria mente ad alimentare volontariamente le fantasie spaventose conduce all'annullamento di queste.

Un'altra elegante applicazione è l'uso dell'autoironia: dichiarare di avere un difetto fa sì che gli altri ci dicano che in realtà non lo è, o che ci consolino immediatamente proponendone uno dei loro. In ognuno dei due casi abbiamo creato simpatia e apprezzamento nei nostri confronti. In questo caso "si esibisce una cosa per celarla" o per farla percepire diversamente, trasformando così una debolezza in punto di forza, un limite in una risorsa.

Che ci piaccia o no, noi siamo continuamente artefici e vittime dei nostri autoinganni. Imparare a utilizzare strategicamente questa nostra tendenza significa divenirne padroni invece che servi inconsapevoli. Saper utilizzare questo stratagemma nei confronti degli altri significa decidere se usarlo o no, quindi divenire effettivamente responsabili, nel bene e nel male, di ciò che ci accade.

L'abilità del "creare dal nulla" non è solo uno dei veicoli fondamentali di potere personale e interpersonale, ma una competenza fondamentale che ci permette di passare dalla posizione di chi costruisce ciò che subisce a quella di chi costruisce ciò che gestisce.

L'acqua è l'analogia naturale del cambiamento come capacità di adattarsi strategicamente alle diverse circostanze.

Saper cavalcare le onde di questo nostro oceano interiore è il "Cambiare rimanendo gli stessi".

Cambiare tattica e manovre fino a trovare quella che funziona, senza scomporsi ma passando fluidamente dall'una all'altra, non è solo l'essenza della strategia di combattimento ma rappresenta anche il principio motore dei processi di innovazione e di soluzione dei problemi.

Infatti, come ogni cosa che si irrigidisce diventa fragile e rischia di rompersi, così la nostra personalità irrigidendosi diviene fragile, vittima della propria rigidità.

Non si tratta di costruirsi un'immagine da vendere agli altri e a se stessi, ma di costruire attraverso la conoscenza e l'esercizio quelle abilità che affascinano gli altri. "Sii quello che sembri". Alla fine si torna all'inizio: "Il segreto è che non ci sono segreti".
"Cavalcare la propria tigre non è un artificio ma un'abilità, frutto di studio e applicazione costante. Anche perché se possiamo essere bravi a ingannare gli altri sulle nostre reali capacità non possiamo farlo così bene con noi stessi.
"Ognuno di noi" recita un motto cinese, "va a dormire ogni notte con una tigre accanto. Non puoi sapere se questa al suo risveglio vorrà leccarti o sbranarti".
Con questa metafora la saggezza antica vuole ricordare la relazione che ognuno di noi ha con i propri limiti.
Solo cercando di migliorarci costantemente possiamo renderci amica la nostra tigre, in quanto nessuno può evitare la peggiore e la più pericolosa delle compagnie: noi stessi.

"Sii quello che vorresti che il mondo fosse". Gandhi
(dal Web)


cris-hestia · 89 visite · 0 commenti
20 Gen 2010 
Mi corazón oprimido
siente junto a la alborada
el dolor de sus amores
y el sueño de las distancias.
La luz de la aurora lleva
semillero de nostalgias
y la tristeza sin ojos
de la médula del alma.
La gran tumba de la noche
su negro velo levanta
para ocultar con el día
la inmensa cumbre estrellada.

¡Què harè yo sobre estos campos
cogiendo nidos y ramas,
rodeado de la aurora
y llena de noche el alma!
¡Què harè si tienes tus ojos
muertos a las luces claras
y no ha de sentir mi carne
el calor de tus miradas!

¿Por què te perdì por siempre
en aquella tarde clara?
Hoy mi pecho està reseco
como una estrella apagada.
cris-hestia · 416 visite · 0 commenti
Categorie: poesia
20 Gen 2010 
La figura di Diotima appare nel Simposio di Platone, nominata da Socrate
Platone ragionava dell’amore avendo una concezione dell’essere che non corrisponde veramente all’esperienza di chi ama. Chi ama sa che c’è altro, perché ne dipende e ne dipende la sua felicità; Platone pensa all’essere come uno, immutabile e beato, autosufficiente, e pensa all’amore come a un mezzo per elevarsi a un essere così inteso. Tra questa concezione e quella esperienza, il tramite è costituito dalla nozione di possesso. Il filosofo inaugura così la metafisica patriarcale che concepisce la relazione non nei termini di uno scambio ma nei termini di una appropriazione di una proprietà, tra un soggetto e un oggetto (di desiderio, conoscenza, azione). così si spenge la creatività dell’essere. Il possesso dell’altro fissa il desiderio e fissa il senso dell’essere, mettendo fine allo scambio aperto dal senso di mancanza.
Diotima, la maestra di Socrate, insegnava tutt’altra cosa, e cioè che l’amore, per chi ama, non è un mezzo per arrivare alla scienza del bene, del bello e del vero, perché l’amore, vagabondo, mediatore e mendicante, è esso stesso quella scienza; e che l’essere non è né uno né due, ma passaggio. Amore per lei era passaggio ad altro, riconoscimento dell’altro, relazione, era mancanza accettata, era apertura, andirivieni, accadimento, precarietà, contingenza, era attesa ed irruzione d’altro. Questo è l’essere, secondo l’intelligenza d’amore dei testi della mitologia mistica femminile, la capacità di agire efficacemente facendo riposare la volontà, la nostra povera, buona volontà che lavora da più di duemila anni ed è esausta, e facendo lavorare al suo posto il desiderio, per il quale lavorare non è più faticoso che giocare per le creature bambine.
Le condizioni perché il desiderio possa così lavorare sono quelle di una pratica politica ben trovata. La storia del movimento delle donne è la storia delle sue pratiche, che hanno tutte in comune due tratti: il partire da sé e il primato della relazione, che fa dell’altro non un opposto a sé, non un oggetto di conoscenza e volontà, ma il termine di una relazione di scambio in cui il sapere nasce e la volontà va in vacanza uscendo da sé per far posto all’altro, come accade nella relazione che dà vita a una nuova vita. L’esporsi agli incontri e ai rapporti diventa così fonte di esistenza libera. Per quello che di sé cambia in quella esposizione. Perché non c’è altro modo di cambiare le cose che essere disposti al cambiamento di sé, e il paradigma perenne di questa disponibilità è l’innamoramento. L’amore che vuole essere all’altezza ma non teme di essere trovato mancante, e converte il piombo di una insopportabile dipendenza nell’oro di una mancanza accettata che apre la porta all’altro.

cris-hestia · 114 visite · 0 commenti
Categorie: filosofia
20 Gen 2010 
La dove non esisti, non esisto neanch’io. Le nostre mani insieme ne farebbero una a dieci dita, la tua mano sulla mia diventerebbe mia, al punto che mi addormenterei quando si chiuderebbero i tuoi occhi…Nessuno potrà mai rubare i nostri ricordi. Ora mi basta chiudere gli occhi per vederti, smettere di respirare per sentire il tuo odore, mettermi di fronte al vento per essere il tuo respiro…ora ascolta: ovunque io sia ,riconos cerò le tue risate, vedrò il sorriso nei tuoi occhi e sentirò la tua coce..il semplice fatto di sapere che tu sei da qualche parte su questa terra, sarà nell’inferno, il mio angolo di paradiso….

cris-hestia · 162 visite · 0 commenti
Categorie: amore
18 Gen 2010 
cris-hestia · 102 visite · 0 commenti
Categorie: filosofia
18 Gen 2010 
anima e forma


cris-hestia · 155 visite · 0 commenti
Categorie: filosofia
17 Gen 2010 
 UNA DOTTRINA OLISTICA
La Psicoterapia della Gestalt considera l'uomo come un organismo unificato
capace di funzionare su più livelli qualitativamente diversi e
apparentemente indipendenti, ma non per questo scissi: il livello del
pensiero (mente) e il livello dell'azione (corpo).
La visione olistica si basa sul principio che il tutto è più grande o
diverso della somma delle sue singole parti. L'insieme non è semplicemente
il risultato di un accumulo di parti, ha piuttosto una propria unità
intrinseca, una particolare struttura ed integrazione delle parti. Vedere la
persona come una totalità più grande della somma delle sua parti significa
vederla come composta da tutte le parti: corpo, mente, pensieri, sentimenti,
immaginario, movimento. ma non come il frutto della semplice addizione di
queste bensì come un nuovo insieme unitario, integrato in cui ciò che fa la
differenza è il modo in cui queste parti si aggregano e danno forma all'unità
persona.
La persona è costituita dal funzionamento integrato nel tempo e nello spazio
dei vari aspetti del tutto. Da questo punto di vista curare esclusivamente
un aspetto della persona o identificare una parte come la causa del problema
significa frammentare artificialmente ciò che in realtà è qualcosa che
funziona come unità. "
cris-hestia · 78 visite · 0 commenti
17 Gen 2010 
Ogni sistema, dagli atomi alle galassie, è un intero. Ciò significa che non può essere ridotto ai suoi componenti. La sua specifica natura e le sue capacità derivano dall’interattività e dalle relazioni delle sue parti. Tale interazione è sinergica, e genera “proprietà emergenti” e nuove possibilità che non sono prevedibili sulla base delle caratteristiche delle parti separate – proprio come nel caso dell’acqua, la cui umidità non potrebbe essere prevista prima che ossigeno e idrogeno si combinino, o ancora nella resistenza alla trazione dell’acciaio, che è di gran lunga superiore alla somma della resistenza del ferro e del nickel. - Joanna Macey

cris-hestia · 188 visite · 0 commenti
Categorie: psicologia
17 Gen 2010 
cris-hestia · 89 visite · 0 commenti
Categorie: psicologia

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