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05 Feb 2010 - 16:36:10
L'anima c'è! Parola di scienziato
Studio di due medici inglesi su pazienti sopravvissuti ad arresto cardiaco
Ci sono dei nomi che, a furia di essere usati, si solidificano, acquistano esistenza, diventano cose. Così è capitato alla parola "anima" e alla parola "coscienza" che sono nate quando nel 1600 la cultura occidentale, divenuta "scientifica", ha ridotto il corpo a una semplice sommatoria di organi. Da allora tutto quello che non si riusciva a spiegare a partire al semplice "organismo" fu addebitato a un'entità incorporea che rispondeva ai nomi di "anima", "psiche", "coscienza", di cui si potrebbe fare tranquillamente a meno se non si fosse ridotto il corpo vivente (che i tedeschi chiamano Leib) a semplice organismo, a corpo-cosa (Körperding, come dicono i tedeschi).
Per gli antichi greci non c'era un'anima dentro il corpo. Per Omero l'anima è l'occhio che vede, l'orecchio che sente, il cuore che batte, il corpo vivente insomma, che è diverso dal cadavere perché è espressivo e non rappresentativo di un teatro che si svolge alle sue spalle, nell'anima appunto, come noi oggi crediamo. Poi venne Platone che, inaugurando la filosofia, ritenne che non ci si poteva fidare della conoscenza sensibile, quella fornita dai sensi del corpo, perché i corpi sono uno diverso dall'altro, invecchiano, si ammalano, si alterano, per cui le informazioni che essi forniscono non sono affidabili per costruire un sapere oggettivo.
Fu così che Platone introdusse la parola "anima", in greco psyché, capace di costruire un sapere oggettivo con i soli costrutti matematici e ideali che prescindono dall'approssimazione della materia. Si tratta quindi di un'anima che non designa tanto la nostra coscienza o la nostra psiche, ma la nostra capacità di astrarre dal sensibile, cosa che i bambini non sono capaci di fare, ma poi col tempo e con lo sviluppo delle capacità cerebrali imparano.
Anche la tradizione giudaico- cristiana non dispone del concetto di anima. La parola ebraica nefes poi tradotta in greco con psyché e in latino con anima significa semplicemente la vita del corpo. Non si spiegherebbero altrimenti espressioni quali: "Il sangue questo è la nefes" (Deut.
12,23), oppure "occhio per occhio, dente per dente, nefes per nefes" (Es. 21,23). Non si capirebbe cosa intende Sansone quando, sul punto di demolire le colonne del tempio, dice: "Muoia la mia nefes con tutti i filistei" (Giud. 13,30) o la proibizione al Nazireo di toccare, per tutto il tempo della sua consacrazione, la nefes met degli animali, che evidentemente non è l'"anima morta", ma il "cadavere". E qui gli esempi possono continuare numerosi. Valga per tutti l'atto di fede dei cristiani che, quando recitano il Credo, non dicono di credere nell'immortalità dell'anima, ma nella resurrezione dei corpi. Fu nel 1600, con la nascita della scienza moderna, che, per esigenze scientifiche, il corpo fu ridotto a organismo, a pura quantità, a semplice sommatoria di organi, perché solo così poteva essere trattato come tutti gli oggetti da laboratorio su cui ha potere la scienza.
Nacque la medicina moderna che, come tutti i malati sanno, non conosce l'uomo che ha di fronte, ma solo il suo organismo.
Un secolo dopo, per le malattie di cui non si reperiva traccia nell' organismo, nacque una nuova scienza: la psichiatria, non per lo studio della psiche, ma per dare una collocazione scientifica a quel "morbus sine materia" che era poi la malattia in seguito detta "mentale", perché, nel corpo ridotto a organismo, non si reperiva la traccia somatica. Ecco come è nata l'"anima" o la "psiche" o la "coscienza".
Queste parole, poi credute realtà, sono nate per sopperire a un deficit metodologico, per spiegare cioè tutto quello che non si riusciva a spiegare dopo aver ridotto, per le esigenze della scienza, il corpo a pura quantità, a semplice sommatoria di organi.
Ora che le parole "anima", "coscienza", "mente" sono entrate nel nostro linguaggio e si sono radicate nelle nostre abitudini linguistiche, usiamole pure, ma, ricordandone la loro genesi, evitiamo di pensarle come "entità" o come "sostanze" che sopravvivono alla morte del nostro corpo. Perché se proprio vogliamo dare alla parola "anima" un significato, l'unico possibile è quello che nomina il rapporto che il nostro corpo (e non il nostro organismo) ha con il mondo, essendo il nostro, un corpo impegnato in un mondo dove veicola le sue intenzioni e da cui riceve risposte che poi rielabora per ulteriori azioni, finché è corpo vivente.
Estinta la relazione col mondo, il corpo diventa cadavere, e l' anima, questa parola che nomina la nostra relazione con il mondo, si estingue con lui. I casi riportati dai neuropsichiatri di Londra non dimostrano che l'anima o la coscienza sono indipendenti dal cervello e quindi possono vivere dopo la morte cerebrale, ma solo che ancora non sappiamo quando il nostro corpo davvero muore (encefalofgramma piatto? arresto cardiaco?) e quindi interrompe la sua relazione col mondo in cui la cosiddetta "anima" consiste.
cris-hestia · 119 visite · 0 commenti
Categorie: filosofia

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