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La diffusione di tutto il materiale del mio blog è incoraggiata
Buone vacanze a te e al tuo cucciolo^^








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07 Ott 2010 








cris-hestia · 75 visite · 0 commenti
Categorie: articoli
28 Apr 2010 
Sai che significa Amare,
sentire il tuo cuore cosi' traboccante di gioia
e gratitudine da non riuscire a contenerle,
tanto che si riversano sulle Anime che ti circondano ?
E' una magnifica sensazione di benessere,
di sentirsi tutt' uno con la Vita.
Paure, odio, gelosia, invidia e avarizia
scompaiono quando c'e' l'amore,
poiche' allora non vi e' posto
per queste forze negative e
distruttrici.
Quando il tuo cuore e' freddo e non provi Amore,
non disperare:
guardati intorno e trova qualcosa che tu possa amare.
Puo' trattarsi di una cosa piccolissima,

ma questa minuscola scintilla ha la capacita'
di incendiare tutto il tuo essere,

fino a che l'Amore ardera' in te.
Una piccola chiave puo' aprire una pesante porta,
e l'Amore e' la chiave che apre qualsiasi porta:
impara ad usarla,
fino a che tutte le porte si saranno aperte.
Comincia dal luogo in cui ti trovi:
apri gli occhi,
apri il cuore,
presta ascolto e

rispondi a una richiesta di aiuto
cris-hestia · 134 visite · 0 commenti
Categorie: articoli
26 Apr 2010 
Rispetto alle epoche che ci hanno preceduto, nell' età della tecnica l' amore ha cambiato radicalmente forma. Da un lato è diventato l' unico spazio in cui l' individuo può esprimere davvero se stesso, al di fuori dei ruoli che è costretto ad assumere in una società tecnicamente organizzata, dall' altro lato questo spazio, essendo l' unico in cui l' io può dispiegare se stesso e giocarsi la sua libertà fuori da qualsiasi regola e ordinamento precostituito, è diventato il luogo della radicalizzazione dell' individualismo, dove uomini e donne cercano nel tu il proprio io, e nella relazione non tanto il rapporto con l' altro, quanto la possibilità di realizzare il proprio sé profondo, che non trova più espressione in una società tecnicamente organizzata, che declina l' identità di ciascuno di noi nella sua idoneità e funzionalità al sistema di appartenenza. Per effetto di questa strana combinazione, nella nostra epoca l' amore diventa indispensabile per la propria realizzazione come mai lo era stato prima, e al tempo stesso impossibile perché, nella relazione d' amore, ciò che si cerca non è l' altro, ma, attraverso l' altro, la realizzazione di sé. Nelle società tradizionali, da cui la tecnica ci ha emancipato, vi era poco spazio per le scelte del singolo e la ricerca della propria identità(~). Oggi l' unione di due persone non è più condizionata dalla lotta quotidiana per la sopravvivenza, o dal mantenimento e dall' ampliamento della propria condizione di privilegio sociale e di prestigio, ma è il frutto di una scelta individuale che avviene in nome dell' amore, sulla quale le condizioni economiche, le condizioni di classe o di ceto, la famiglia, lo Stato, il diritto, la Chiesa non hanno più influenza e non esercitano più alcun potere, sia in ordine al matrimonio dove due persone in completa autonomia si scelgono, sia in ordine alla separazione e al divorzio dove, in altrettanta autonomia, i due si congedano. L' amore perde così tutti i suoi legami sociali e diventa un assoluto (solutus ab, sciolto da tutto), in cui ciascuno può liberare quel profondo se stesso che non può esprimere nei ruoli che occupa nell' ambito sociale(~). L' amore diventa a questo punto la misura del senso della vita, e non ha altro fondamento che in se stesso, cioè negli individui che lo vivono, i quali, nell' amore, rifiutano il calcolo, l' interesse, il raggiungimento di uno scopo, persino la responsabilità che l' agire sociale richiede, per reperire quella spontaneità, sincerità, autenticità, intimità che nella società non è più possibile esprimere(~). è come se l' amore reclamasse, contro la realtà regolata dalla razionalità tecnica, una propria realtà che consenta a ciascuno, attraverso la relazione con l' altro, di realizzare se stesso. E in primo piano, naturalmente, non c' è l' altro, ma se stesso. E questo di necessità, quindi al di fuori di ogni buona o cattiva volontà, perché a chi sente di vivere in una società che non gli concede alcun contatto autentico con il proprio sé, come si può negare di cercare nell' amore quel sé di cui ha bisogno per vivere e che altrove non reperisce? Ma così l' amore si avvolge nel suo enigma: il desiderare, lo sperare, l' intravedere una possibilità di realizzazione per se stessi cozzano con la natura dell' amore che è essenzialmente relazione all' altro, dove i due smettono di impersonare ruoli, di compiere azioni orientate a uno scopo e, nella ricerca della propria autenticità, diventano qualcosa di diverso rispetto a ciò che erano prima della relazione, svelano l' uno all' altro diverse realtà, si creano vicendevolmente ex novo, cercando nel tu il proprio se stesso. Se tutto ciò è vero, nell' età della tecnica, dove sembrano frantumati tutti i legami sociali, l' amore, più che una relazione all' altro, appare come un culto esasperato della soggettività, in perfetta coerenza con l' esasperato individualismo cui non cessa di educarci la nostra cultura, per la quale l' altro è solo un mezzo per l' accrescimento di sé (~). L' amore non è ricerca della propria segreta soggettività, che non si riesce a reperire nel vivere sociale. Amore è piuttosto l' espropriazione della soggettività, è l' essere trascinato del soggetto oltre la sua identità, è il suo concedersi a questo trascinamento, perché solo l' altro può liberarci dal peso di una soggettività che non sa che fare di se stessa. Che cos' è quel desiderarsi degli amanti, quel loro cercarsi e toccarsi se non un tentativo di violare i loro esseri nella speranza di accedere a quel vertice morale che è la comunicazione vera, al di là di quella finta comunicazione a cui ci obbliga la nostra cultura della funzionalità e dell' efficienza? Per essere davvero il controaltare della tecnica e della ragione strumentale che la governa, amore non può essere la ricerca di sé che passa attraverso la strumentalizzazione dell' altro, ma deve essere un' incondizionata consegna di sé all' alterità che incrina la nostra identità, non per evadere dalla nostra solitudine, né per fondersi con l' identità dell' altro, ma per aprirla a ciò che noi non siamo, al nulla di noi(~). Per questo diciamo che amore non è una cosa tranquilla, non è delicatezza, confidenza, conforto. Amore non è comprensione, condivisione, gentilezza, rispetto, passione che tocca l' anima o che contamina i corpi. Amore non è silenzio, domanda, risposta, suggello di fede eterna, lacerazione di intenzioni un tempo congiunte, tradimento di promesse mancate, naufragio di sogni svegliati. Amore è violazione dell' integrità degli individui, è toccare con mano i limiti dell' uomo. - UMBERTO GALIMBERTI

cris-hestia · 105 visite · 0 commenti
Categorie: filosofia, articoli
17 Apr 2010 
A settant' anni dalla morte di Freud vien da chiedersi che cosa sopravvive della sua teoria e che cosa invece si è rivelato caduco. È questa una domanda legittima, ma che forse vale solo per le scienze esatte, dove verifiche oggettive e sperimentazioni sempre più approfondite consentono di validare o invalidare una teoria. La psicoanalisi non è una scienza "esatta", ma si iscrive nell' ambito delle scienze "storico-ermenutiche". E questo perché la psiche è così solidale con la storia da essere profondamente attraversata e modificata dallo spirito del tempo, che è possibile cogliere e descrivere solo con l' arte dell' interpretazione o, come oggi si preferisce dire, col lavoro ermeneutico. Questo spiega perché, a partire da Freud, si sono sviluppati tanti percorsi interpretativi, approdati ad altrettante teorie psicoanalitiche, da cui hanno preso avvio le diverse scuole. In comune esse hanno il concetto di «nevrosi» che Freud, dopo aver rifiutato di considerare la nevrosi una malattia del sistema nervoso come voleva la medicina di stampo positivista in voga al suo tempo, ha trasferito dal piano "biologico" a quello "culturale". Lo ha fatto definendo la nevrosi come un «conflitto» tra il mondo delle pulsioni (da lui denominato Es) e le esigenze della società (denominate Super-io) che ne chiedono il contenimentoe il controllo. In questa dinamica è possibile scorgere il tragitto dell' umanità e il suo disagio che Freud condensa in queste rapide espressioni: «Di fatto l' uomo primordiale stava meglio perché ignorava qualsiasi restrizione pulsionale. In compenso la sua sicurezza di godere a lungo di tale felicità era molto esigua. L' uomo civile ha barattato una parte della sua possibilità di felicità per un po' di sicurezza». Questa interpretazione del disagio psichico, che sposta la lettura della sofferenza dal piano biologico a quello culturale, è la grande scoperta di Freud, tuttora alla base delle successive teorie psicoanalitiche che, per quanto differenti tra loro, rifiutano di reperire le spiegazioni della sofferenza psichica esclusivamente nel fondo biologico dell' organismo. A questa intuizione Freud è giunto grazie alla sua assidua frequentazione della filosofia e in particolare di quella di Schopenhauer, che Freud considera suo «precursore»: «Molti filosofi possono essere citati come precursori, e sopra tutti Schopenhauer, la cui "volontà inconscia" può essere equiparata alle pulsioni psichiche di cui parla la psicoanalisi». Secondo Schopenhauer, infatti, ciascuno di noi è abitato da una doppia soggettività: la «soggettività della specie» che impiega gli individui per i suoi interessi che sono poi quelli della propria conservazione, e la «soggettività dell' individuo» che si illude di disegnare un mondo in base ai suoi progetti, che altro non sono se non illusioni per vivere, senza vedere che a cadenzare il ritmo della vita sono le immodificabili esigenze della specie. Questa doppia soggettività viene codificata dalla psicoanalisi con le parole «io» e «inconscio». Nell' inconscio occorre distinguere un inconscio «pulsionale» dove trovano espressione le esigenze della specie, e un inconscio «superegoico» dove si depositano e si interiorizzano le esigenze della società. Sono esigenze della specie la sessualità, senza la quale la specie non vedrebbe garantita la sua perpetuazione, e l' aggressività che serve per la difesa della prole. Queste due pulsioni, proprio perché sono al servizio della specie, l' io le subisce, le patisce, e perciò diventano le sue «passioni», che la società, per salvaguardare se stessa, chiede di contenere, nella loro espressione, entro certi limiti. Tra le esigenze della specie (Es o inconscio pulsionale) e le esigenze della società (Super-io o inconscio sociale) c' è il nostro io, la nostra parte cosciente, che raggiunge il suo equilibrio nel dare adeguata e limitata soddisfazione a queste esigenze contrastanti, la cui forza può incrinare l' equilibrio dell' io (e in questo caso abbiamo la nevrosi) o addirittura può dissolvere l' io sopprimendo ogni spazio di mediazione tra le due forze in conflitto, e allora abbiamo la psicosi o follia. La psicoanalisi, che per curare ha bisogno dell' alleanza dell' io, può operare solo con la nevrosi, aggiustando le incrinature dell' io, mentre è impotente con la psicosi, dove inconscio pulsionale e inconscio sociale confliggono corpo a corpo, senza uno spazio di mediazione. Ma proprio perché la psiche è «storica» e perciò muta col tempo, non si può essere fedeli a questa grande intuizione di Freud, se non superando Freud, perché il suo concetto di nevrosi ben si attaglia a una «società della disciplina» dove la nevrosi è concepita come un «conflitto» tra il desiderio che vuole infrangere la norma e la norma che tende a inibire il desiderio. Oggi la società della disciplina è tramontata, sostituita dalla «società dell' efficienza» dove la contrapposizione tra «il permesso e il proibito» ha lasciato il posto a una contrapposizione ben più lacerante che è quella tra «il possibile e l' impossibile». Che significa tutto questo agli effetti della sofferenza psichica? Significa, come opportunamente osserva il sociologo francese Alain Ehrenberg in La fatica di essere se stessi (Einaudi), che nel rapporto tra individuo e società, la misura dell' individuo ideale non è più data dalla docilità e dall' obbedienza disciplinare, ma dall' iniziativa, dal progetto, dalla motivazione, dai risultati che si è in grado di ottenere nella massima espressione di sé. L' individuo non è più regolato da un ordine esterno, da una conformità alla legge, la cui infrazione genera sensi di colpa, ma deve fare appello alle sue risorse interne, alle sue competenze mentali, per raggiungere quei risultati a partire dai quali verrà valutato. In questo modo, dagli anni Settanta in poi, il disagio psichico ha cambiato radicalmente forma: non più il «conflitto nevrotico tra norma e trasgressione» con conseguente senso di colpa ma, in uno scenario sociale dove non c' è più norma perché tutto è possibile, la sofferenza origina da un «senso di insufficienza» per ciò che si potrebbe fare e non si è in grado di fare, o non si riesce a fare secondo le attese altrui, a partire dalle quali, ciascuno misura il valore di se stesso. Per effetto di questo mutamento, scrive Eherenberg: «La figura del soggetto ne esce in gran parte modificata. Il problema dell' azione non è: "ho il diritto di compierla?" ma: "sono in grado di compierla?"». Dove un fallimento in questa competizione generalizzata, tipica della nostra società, equivale a una non tanto mascherata esclusione sociale. Del resto già Freud, considerando le richieste che la società esigeva dai singoli individui, ne Il disagio della civiltà si chiedeva: «Non è forse lecita la diagnosi che alcune civiltà, o epoche civili, e magari tutto il genere umano, sono diventati "nevrotici" per effetto del loro stesso sforzo di civiltà? <...& Pertanto non provo indignazione quando sento chi, considerate le mete a cui tendono i nostri sforzi verso la civiltà e i mezzi usati per raggiungerle, ritiene che il gioco non valga la candela e che l' esito non possa essere per il singolo altro che intollerabile». Alla domanda iniziale: cosa resta di Freud a settant' anni dalla sua morte? Rispondo: l' aver sottratto il disagio psichico alla semplice lettura biologica, l' averlo collocato sul piano culturale, l' aver intuito per effetto di questa collocazione che il disagio psichico si modifica di epoca in epoca, per cui compito della psicoanalisi, più che attorcigliarsi nelle diverse denominazioni delle nevrosi, è quello di individuare le modificazioni culturali che caratterizzano le diverse epoche, che tanta ripercussione hanno sulla modalità di ammalarsi «nervosamente». - UMBERTO GALIMBERTI

cris-hestia · 92 visite · 0 commenti
Categorie: articoli
17 Apr 2010 
"Ex..."è la radice di "Exodus", di "Exit" che vuol dire "uscita". Uscita da che cosa? Da una terra che ci aveva ospitato, da una stazione in cui eravamo approdati. "Ex" è lasciare qualcosa alle spalle, è guardare al futuro senza essere trattenuti nel passato. E questo vale per gli amanti che si sentono traditi, per i giocatori che cambiano squadra, per i politici che cambiano partito, e forse anche per gli stranieri che cambiano patria. Certo rimane la "nostalgia", una parola composta da due vocaboli greci, inventata da un laureando in medicina Johannes Hofer nel 1688, per designare quella sindrome malinconica caratterizzata dal dolore ( álgos) determinato da desiderio di ritornare ( nóstos) là dove si era. E' una sindrome molto seria, a proposito della quale la documentazione psichiatrica informa che, nei casi più gravi, può portare anche alla morte. Per difendersi da questa malinconia si è soliti mettere in atto due strategie: la vendetta o il perdono. Due strade sbagliate che non salvano il nostalgico dalla sua atroce malinconia. La vendetta, si sa, è un piatto che si serve a freddo, dopo un po' di tempo, quando capita l' occasione giusta per distruggere definitivamente chi riteniamo ci abbia fatto un torto. Questo comporta che per giorni, mesi o addirittura anni tutta la nostra psiche sia assediata da questo pensiero, attorcigliata intorno alle strategie più efficaci per vendicarsi, e in questo modo non si hanno più occhi per il presente e tantomeno per il futuro. Un arresto dello sviluppo psichico, della sua evoluzione, della sua capacità di cogliere tutte le occasioni che la vita offre per dare un nuovo corso alla nostra vita. Questa è la vendetta. Anche il perdono è una strada sbagliata perché in qualche modo assolve la colpa, la cancella, non consentendo al colpevole di operare una revisione radicale della propria vita. Un fatto, dice opportunamente la teologia medioevale, non può ritenersi non fatto, neppure Dio può far questo ( Factum infectum fieri non potest, neque Deus ). Ogni volta che sento chiedere ai parenti delle vittime se sono disposti a perdonare, provo un senso di ingiustizia. Non si può pretendere, oltre al dolore che prova la vittima, anche uno sforzo psichico qualeè richiesto per il perdono. La colpa commessa resta una colpa e tale rimane per sempre. Come si esce da un torto senza vendetta e senza perdono? Si esce ( ex...) congedandosi definitivamente dal passato, impedendo che il passato pregiudichi il futuro diventando la definizione definitiva della nostra vita. Sia Giuda, sia Pietro tradirono Gesù, con la differenza che Giuda assunse il suo passato come conclusione ultima della sua vita, e per questo si impiccò, mentre Pietro non concesse al suo passato di pregiudicare il suo futuro e così facendo divenne il primo papa. Capisco le donne, ma anche gli uomini traditi in amore. Ma l' amore si sa, è una storia a due, dove entrambi per una stagione hanno aderito agli inganni di eros. E la possibilità di essere vittime di un tradimento deve essere messa in conto nel giorno stesso in cui ci si incanta per amore, perché il tradimento appartiene all' amore come il giorno alla notte. Solo gli amanti, infatti, possono tradirsi. Ignorarlo è infantile, e dice di noi che siamo rimasti ancora in quella condizione in cui, nei primi anni della nostra vita, abbiamo sperimentato quell' amore incondizionato che è proprio delle madri e dei padri, ma mai degli amanti. Io sto con Joseph Conrad là dove dice: «Tradire. Parola grossa: che significa tradimento? Di un uomo si dice che ha tradito il paese, gli amici, l' innamorata. In realtà l' unica cosa che l' uomo può tradire è la sua coscienza». E sia la vendetta sia il perdono sono senz' altro tradimenti della coscienza.

cris-hestia · 176 visite · 0 commenti
Categorie: articoli
02 Apr 2010 
Mente perfetta


cris-hestia · 98 visite · 0 commenti
Categorie: anima, articoli
30 Mar 2010 
PELLE DI FOCA

In un tempo lontano lontano, perduto per sempre, che mai tornerà, i giorni sono di neve bianca, e in lontananza i minuscoli granelli sono persone o cani oppure orsi. Qui nulla fiorisce spontaneamente. I venti soffiano tanto forti che tutti devono di necessità indossare giacche a vento, stivali e berretti. Qui, all'aperto le parole si congelano, e intere frasi devono essere rotte sulle labbra di chi parla e disgelate accanto al fuoco, per vedere che cosa è stato detto. Qui la gente vive nella bianca ed abbondante capigliatura della vecchia Annaluk, la vecchia nonna, la vecchia maga che è la Terra stessa. E in questa terra viveva un uomo, un uomo così solo che negli anni le lacrime avevano scavato abissi sulle sue guance.
Cercava di sorridere e di stare contento. Andava a caccia, dormiva beneMa desiderava tanto una compagna umana. Talvolta, quando si avvicinava al suo kajak una foca, rammentava le antiche storie sulle foche ch'erano un tempo esseri umani, e a ricordare quel tempo restavano gli occhi, capaci di sguardi saggi, e amorosi, e selvaggi...
 
E allora talvolta sentiva così dolorosamente la sua solitudine che le lacrime scendevano lungo i crepacci del volto.Una volta cacciò fino a notte fonda senza trovare nulla. Mentre la luna si levava alta nel cielo e il ghiaccio brillava, raggiunse un grande scoglio sul mare, e su quell'antico scoglio apparve un movimento di grazia eccelsa. Remò lentamente e silenziosamente per avvicinarsi, ed ecco che sullo scoglio possente danzavano delle donne, nude come il giorno in cui le loro madri le avevano partorite. Rimase a guardare. Le donne parevano essere fatte di latte di luna, con la pelle punteggiata d'argento come i salmoni a primavera, e piedi e mani sottili e leggiadri.
Tanto erano belle che l'uomo rimase sbalordito, mentre le onde leggere lo trasportavano sempre più vicino allo scoglio. Sentiva ora le magnifiche risa delle donne, quanto meno pareva ridessero, o era forse l'acqua intorno allo scoglio che rideva? L'uomo era confuso perché era abbagliato. La solitudine che gli era pesata sul petto come una pelle intrisa d'acqua era in qualche modo svanita, e senza riflettere, quasi così dovesse essere, saltò sullo scoglio e rubò una delle pelli di foca che vi giacevano. Si nascose dietro uno spuntone e infilo una pelle di foca nel suo qutmguk, la giacca di pelliccia. Ecco che subito una donna chiama con la voce più bella che mai avesse udito…come quella delle balene all'alba…o quella dei lupacchiotti che ruzzolano a primavera. Che cosa andavano ora facendo le donne?
Infilavano la loro pelle di foca e una dopo l'altra scivolavano nel mare, urlando e uggiolando felici. Una no. Cercava dappertutto ma non riusciva a trovare la sua pelle. L'uomo prese coraggio e neanche sapeva perché. Le si mostrò: "Sii mia moglie, io sono un uomo così solo".
"Oh io non posso esserti moglie, io appartengo agli altri, quelli che vivono di sotto"
"Sii mia moglie" insistette l'uomo " tra sette estati ti restituirò la pelle di foca e potrai restare o andartene, come tu vorrai".
La giovane donna-foca lo guardò a lungo in volto con quegli occhi che parevano umani. Riluttante disse: "Verrò con te, tra sette estati si deciderà".
Ebbero un bambino e lo chiamarono Ooruk. E il bambino era agile e grassoccio. In inverno la madre raccontò a Ooruk le storie delle creature che vivono sotto al mare mentre il padre tagliava a piccoli pezzi un orso con il suo lungo coltello affilato. Quando la madre portava il piccolo Ooruk a letto, gli indicava attraverso l'apertura per il fumo le nuvole e tutte le loro forme e raccontava storie di trichechi, balene, foche e salmoni, perché erano quelle le creature che conosceva.
Ma col passare del tempo la sua carne prese a seccarsi. Prima si sfaldò, poi si incrinò. Cominciò a cadere la pelle delle palpebre e caddero a terra anche i capelli. Diventò del più pallido bianco. Cercò di nascondere la sua debolezza. Ma i suoi occhi si offuscavano sempre di più e la vista le si faceva sempre più debole.
E così andarono le cose finchè una notte il piccolo Ooruk non fu svegliato da un urlo, e del tutto insonnolito si levò a sedere sulle pelli del letto. Sentì come il ringhiare di un orso, che era suo padre che picchiava sua madre. Udì un pianto come di argento tintinnante sulla pietra, che era sua madre.
"Hai nascosto la mia pelle di foca sette anni or sono, ora giunge l'ottavo inverno. Voglio che mi sia restituito ciò di cui sono fatta" gemeva la donna foca. "devo avere ciò a cui appartengo".
"E tu mi lascerai senza moglie, e lascerai il bambino senza madre. Sei cattiva".
E il marito strappò la porta leggera e sparì nella notte.
Il bambino amava molto sua madre. Temeva di perderla e pianse fino a piombare nel sonno, per essere risvegliato dal vento. Un vento strano, che pareva chiamarlo. Saltò fuori dal letto. Udendo ripetere il suo nome si precipitò fuori nella notte stellata. Corse alla scogliera e in lontananza, sul mare agitato dal vento, scorse una grande foca argentea e irsuta dalla testa enorme, con le vibrisse che scendevano fino al petto, gli occhi di un giallo scuro. "Ooooooruk".
Il bambini a fatica discese giù lungo la scogliera e in fondo incespicò su una pietra, no, un involto, rotolato giù da una fenditura nella roccia. "Oooooruk".
Il bambino aprì l'involto e lo scosse, era la pelle di foca di sua madre. Sentiva tutto il suo odore. L'anima della madre lo attraversò come un improvviso vento d'estate. Si portò la pelle al volto e l'anima di sua madre attraversò di nuovo la sua.
E la vecchia foca argentea lentamente si immerse nelle acque profonde.
Il bambino si inerpicò su per la scogliera e corse con la pelle di foca che gli svolazzava dietro, e si precipitò in casa. Sua madre lo accarezzò, e accarezzò la pelle, e socchiuse gli occhi, grata perché entrambi erano salvi. Infilò la sua pelle di foca. Sollevò il piccolo e se lo mise sotto il braccio e corse verso il mare ruggente.
"Oh madre non lasciarmi" implorò Ooruk.
Lei voleva restare con il suo bambino, ma qualcosa la chiamava, qualcosa di più antico di lei, di più antico del tempo. Si volse verso di lui con uno sguardo di terribile amore negli occhi. Prese il viso del bambino tra le mani e soffiò il suo dolce respiro nei suoi polmoni. Allora, tenendolo sotto il braccio come un involto prezioso, si tuffò in mare, sempre più a fondo, e la donna-foca e il suo bambino respiravano agevolmente nell'acqua. E scesero nuotando sempre più a fondo, fino a raggiungere la grotta delle foche dove creature di ogni genere banchettavano e cantavano, danzavano e parlavano, e la grande foca argentea che aveva chiamato Ooruk nella notte abbracciò il bambino e lo chiamò nipote.
"Come sono andate le cose lassù figlia?" domandò la grande foca argentea.
La donna foca guardò in lontananza e disse: "Ho ferito un essere umano…un uomo che ha dato tutto per avermi. Ma non posso tornare da lui, perché se lo facessi resterei prigioniera.".
"E il bambino?" domandò la vecchi foca. "Il mio nipotino?". Lo disse con tanto orgoglio che la voce gli tremò.
"Lui deve tornare. Non può fermarsi. Non è ancora tempo che resti con noi". E pianse. E insieme piansero.
Passarono alcuni giorni e alcune notti, per l'esattezza sette, e in quel tempo gli occhi e i capelli della donna ritrovarono l'antica lucentezza. Diventò di un bel colore bruno, ritrovò la vista, il suo corpo ritrovò le sue rotondità, e potè nuotare a suo agio. E venne il tempo di restituire il bambino alla terra. Quella notte la vecchia foca e la bella madre del bambino nuotarono tenendolo in mezzo a loro. Risalirono, risalirono dalle profondità verso il mondo di sopra. Là, al chiarore della luna, delicatamente poggiarono Ooruk sulla riva pietrosa. La madre lo rassicurò: "Sarò sempre con te. Tocca quel che ho toccato, i legnetti per accendere il fuoco, il mio coltello, le incisioni che ho fatto sulla pietra di lontre e foche, e io soffierò nei tuoi polmoni un vento affinchè tu possa cantare le tue canzoni.
Più volte la vecchia foca argentea e sua figlia baciarono il bambino. Infine si allontanarono al largo e con un ultimo sguardo scomparvero tra le onde. E Ooruk, siccome il suo tempo non era ancora venuto, rimase. Passò il tempo e diventò un grande suonatore di tamburo, cantore e artefice di storie, e si disse che tutto ciò accadde perché il bambino era sopravvissuto ed era stato riportato dalle profondità del mare dagli spiriti delle foche.
Ora, nelle grigie brume del mattino, talvolta lo si vede ancora, ripiegato in ginocchio su una certa roccia del mare, mentre pare parlare con una certa foca che spesso si avvicina alla riva. Molti hanno cercato di catturarla, ma nessuno ci è mai riuscito e' nota come Tanqigcaq, la brillante, la sacra, e si dice che sebbene sia una foca, i suoi occhi sono capaci di sguardi umani, saggi, selvaggi e amorosi.

Perdita del senso dell'anima come iniziazione: la foca è un simbolo dell'anima selvaggia. E' affettuosa e un sorta di purezza emana da lei, è anche prontissima a reagire. Così è l'anima. Si libra nelle vicinanze. Nutre lo spirito. Non fugge quando percepisce qualcosa di nuovo o insolito o difficile.
L'anima delle donne giovani o inesperte non conosce le intenzioni altrui o il potenziale pericolo. Avviene allora il furto della pelle di foca. Per lo più il furto (della grande occasione della vita, dell'amore o del proprio spirito) avviene approfittando del lato debole: per ingenuità, scarsa intuizione dei moventi altrui, inesperienza nell'immaginare il futuro, mancanza di attenzione per gli indizi presenti nell'ambiente intorno.
L'essere derubati si trasforma in un'occasione di iniziazione archetipa. Si rinforza la decisione di lottare per una redenzione consapevole, si chiarisce cosa è soprattutto importante per noi, si sente la necessità di un progetto di liberazione psichica, di mettere in atto la nuova saggezza.
La perdita della pelle: lo sviluppo della conoscenza deriva dall'iniziale inconsapevolezza, seguita da un inganno e poi dalla scoperta del modo per riconquistare il potere.
Ogni donna lontano dalla sua casa-anima alla fine si esaurisce. Allora si rimette a cercare la sua pelle per resuscitare il suo senso dell'io e dell'anima. A mano a mano perdiamo la sensazione di essere completamente nella nostra pelle. La pelle-anima svanisce quando non prestiamo attenzione a ciò che stiamo veramente facendo, e in particolare a quanto ci costa. La perdiamo lasciandoci troppo coinvolgere dall'io, diventando troppo esigenti, facendoci martirizzare, lasciandoci trascinare da un'ambizione cieca, abbandonandoci all'insoddisfazione, pretendendo di essere una fonte inesauribile per gli altri, non facendo tutto il possibile per aiutarci.
Tutte le creature della terra tornano a casa. Ci sono donne che subiscono il furto a causa di rapporti con persone che non sono nella loro pelle, e talune relazioni diventano perniciose. Ci vogliono forza e volontà per superare queste relazioni ma lo si può fare se si torna a casa, al nucleo di sé.
Se la pelle può andare perduta per un amore sbagliato o devastante, può andare perduta anche in un amore bello e profondo. Il furto dipende infatti dal costo che rappresenta per noi. Quel che una relazione ci prende in tempo, energia, osservazione, attenzione, cure, addestramento, presenza, insegnamento. Questi movimenti della psiche sono come prelevamenti dai risparmi psichici. E' l'andare in rosso che provoca la perdita della pelle e l'offuscamento dei nostri istinti più acuti.
Tutte noi saliamo sullo scoglio e danziamo, senza prestare attenzione. E a un tratto non riusciamo più a trovare quel che ci appartiene o ciò a cui apparteniamo. Vaghiamo un po' stupefatte. Non va bene fare scelte in un momento così, ma noi le facciamo.
Perdere la pelle è perdere la protezione, il calore, il sistema di allarme, la vita istintiva. Essere senza pelle induce a perseguire quel che si pensa di dover fare e non quello che davvero si desidera. Si segue chiunque o qualsiasi cosa impressioni con la sua forza, si diviene scherzose invece che incisive, si butta sul ridere, ci si sbarazza delle cose. Ci si ritrae dal passo successivo, dalla discesa e da un soggiorno lungo abbastanza perché qualcosa possa accadere.
L'uomo solitario: immaginiamo che l'uomo che ruba la pelle di foca rappresenti l'io della psiche femminile. All'inizio l'io, con i suoi appetiti, spesso prevale. Ma a un certo punto, intorno ai vent'anni, ai trenta, o più spesso ai quaranta, lasciamo che sia l'anima a prevalere. Fin dalla nascita c'è il bisogno che sia l'anima a guidare la nostra vita, perché l'io può comprendere un tanto, e nulla più. Si spaura, vuole fatti percettibili, è solo e limitato.
L'uomo solitario del racconto cerca di partecipare alla vita dell'anima. Ma cerca di afferrarla invece di instaurare un rapporto. L'io ruba la pelle di foca perché, solo e affamato, ama la luce. L'anima è costretta a una relazione con l'io. Questo crea un temporaneo arrangiamento che produrrà un piccolo spirito capace di coabitare tra mondano e selvaggio.
Lo spirito bambino: l'unione tra io e anima produce lo spirito bambino. Questo piccolo spirito è la niña milagrosa, capace di udire il richiamo, la voce lontana che dice: è tempo di tornare a sé. E' il piccolo che riporta la pelle di foca alla madre e le consente di tornare a casa. E' un potere spirituale che ci incita a continuare il nostro lavoro importante, a cambiare la nostra vita, a migliorare la comunità, a dare una mano per cambiare il mondo…tornando a casa.
Inaridimento e mutilazione: in genere depressioni, noia e confusioni deliranti sono provocate da una vita dell'anima severamente ristretta. Quando siamo ormai inaridite cerchiamo di camminare tutte bloccate, per far vedere che ce la facciamo, che va tutto bene. ma la vita è umiliata, il costo altissimo. E' necessario un ritorno nella propria pelle, al proprio senso istintuale, a casa. E' difficile riconoscere una condizione di inaridimento se non corriamo un grosso pericolo. Allora si sente il richiamo alla propria vera natura.
Ascoltare l'antico richiamo: la voce in sogno è considerata un messaggio diretto dell'anima. Nella storia la vecchia foca sale dal mare per lanciare il richiamo, finchè qualcosa in noi non risponde. Il segnale parte quando qualcosa comincia ad essere troppo. Di fronte al troppo, a poco a poco ci inaridiamo, il cuore si stanca, le energie decrescono, e il misterioso desiderio di qualcosa si leva sempre più in alto. Il richiamo va seguito anche quando non abbiamo la minima idea di dove andare. Sappiamo soltanto che dobbiamo alzarci e andare a vedere. Alla fine inciamperemo nella pelle di foca.
Un soggiorno troppo protratto: la donna-foca si dissecca perché resta troppo a lungo lontana da casa. Nel racconto diventa una versione anemica di quello che fu. Non bisogna consumarsi la vita in un matrimonio, una fatica o uno sforzo inutili o poco gratificanti. Se si resta lontane da casa troppo a lungo si è meno capaci di avanzare nella vita.
Un ritorno a casa è molte cose diverse per donne diverse. molti sono i modi per tornare a casa: alcuni profani, altri divini. Rileggere passi di libri o poesie; passare qualche minuto in riva al fiume; sedere sotto il portico a rammendare qualcosa; camminare senza meta; salutare il sole che sorge; pregare; tenere in braccio un bambino piccolo; aprire le mani sotto la pioggia; contemplare la bellezza, la grazia, la commovente fragilità degli esseri umani.
Il continuo rimandare il ritorno può essere dovuto all'identificazione della donna con l'archetipo della guaritrice. Questo archetipo porta saggezza, bontà, sapienza, ma solo fino a un certo punto, oltre è d'impedimento alla nostra vita. Per evitare la trappola bisogna imparare a dire : "Alt" e "Basta con la musica". Il fondamentale istinto selvaggio che decide "solo fin qui e non oltre, solo questo e niente più" deve essere recuperato e sviluppato. Meglio tornare a casa per un po', anche se gli altri si irritano, che restare e peggiorare, fino a cadere a pezzi. Se non andiamo a casa quando è tempo di andare perdiamo la concentrazione. Non potete ritornare nell'utero, ma potete ritornare alla casa-anima.
Lo scioglimento, il tuffo: la casa è là dove un pensiero o una sensazione possono svilupparsi invece di essere interrotti o di esserci strappati perché altro richiede la nostra attenzione o il nostro tempo. Quando è tempo è tempo, anche se non siete pronte, anche se tante cose restano da fare.
Per alcune casa è la ripresa di qualche impresa abbandonata. Per alcune casa è un bosco, un deserto, un mare. ogni donna sa in cuor suo quanto a lungo e con quale frequenza deve tornare a casa.
Respirare sott'acqua: la donna foca porta il bambino a trovare quelli che vivono sotto. Il bambino rappresenta un nuovo ordine della psiche, è un essere mediale, capace di attraversare entrambi i mondi, non è completamente io né completamente anima, è una cosa di mezzo. La donna foca del racconto è un'emanazione dell'anima. E' in grado di vivere in tutti i mondi, ma non può restare troppo a lungo sulla terra. Lei e il pescatore (l'io psiche) creano un bambino che può vivere anch'esso nei due mondi, ma non può restare troppo a lungo nella casa-anima.
La donna foca, l'io-anima, passa idee, sentimenti, pensieri e impulsi dall'acqua all'io mediale, che a sua volta li porta a terra e alla consapevolezza del mondo esterno. C'è anche il percorso inverso: gli eventi della vita quotidiana, i traumi e le gioie, i timori e le speranze, vengono passati all'anima, che li commenta nei sogni notturni e manda le sue sensazioni verso l'alto attraverso il corpo. La donna selvaggia è una combinazione di buon senso comune e di senso dell'anima. La donna mediale è il suo doppio, è di questo mondo ma può raggiungere gli angoli più riposti della psiche.
L'emersione: ma non possiamo restare sott'acqua per sempre, dobbiamo risalire in superficie. Il rimedio a questo lutto è dato dalla donna foca al suo bambino: "sarò sempre con te". Come il bambino della donna foca impariamo che avvicinarci alla creazione della madre anima è esserne ricolmate. Anche se si torna tra la gente, tutta la sua forza si sente nei poteri femminili di introspezione, passione e connessione alla natura selvaggia. Se manterremo i contatti con gli strumenti della forza psichica, sentiremo il suo respiro. Ooruk resta a terra, ha la promessa. Non appena torniamo al mondo rumoroso tutto ha un aspetto leggermente estraneo. La sensazione di venire da un mondo estraneo svanisce dopo poche ore o pochi giorni. Allora passeremo il tempo nella nostra vita mondana, alimentate dall'energia raccolta durante il viaggio a casa.
Nel racconto il bambino mette in pratica la natura mediale. Suona il tamburo, canta, diventa cantastorie. Il cantore porta messaggi avanti e indietro, tra la grande anima e l'io mondano. Così il bambino vive quanto la donna foca ha soffiato su di lui. Allora, invece di cercare di "far durare la magia", viviamo.
L'esercizio della solitudine intenzionale: il bambino ormai grande s'inginocchia su uno scoglio e conversa con la donna foca. Questo esercizio quotidiano e intenzionale della solitudine gli consente di stare vicino a casa in modo critico, riuscendo a richiamare l'anima nel mondo di sopra per brevissimi periodi. Solitudine non è assenza di energia o di azione, ma un dono di provviste selvagge. Come si fa a richiamare l'anima? In molti modi: con la meditazione, o nei ritmi della corsa, del canto, della scrittura, della pittura, con i riti e i rituali, con l'immobilità, la quiete. Tutte abbiamo uno stato mentale familiare in cui realizzare questo genere di solitudine. Bisogna spengere tutte le distrazioni. La solitudine vive di poco: costa soltanto qualcosa in intenzione e perseveranza, ma qualsiasi tempo e qualsiasi luogo vanno bene.
Possiamo vivere sulla terra, ma non per sempre, non senza viaggi nell'acqua e a casa. Le culture esageratamente civilizzate e oppressive cercano di trattenere la donna dal ritorno a casa, troppo spesso le si intima di star lontano dall'acqua, finchè smagrisce e si indebolisce. Ma quando arriva il richiamo, una parte di lei lo ode sempre e va, perché si è preparata a seguirlo. Il ritorno a casa e la conversazione con la foca sono i nostri atti di innata e integrale ecologia, perché sono un incontro con l'anima selvaggia.

12 Mar 2010 















Umberto Galimberti: La nostalgia di unità e il destino dell’individuo
Tratto da “la Repubblica”, 22 giugno 2006
Il tema del "distacco" è un gran bel tema che incide profondamente nei processi di crescita dei giovani che si incontrano e si abbandonano con drammi talvolta da "fine del mondo", dimentichi che la loro vita ha preso inizio proprio da un distacco, il distacco dalla madre. Può essere che l’amore, quello fisico intendo, sia la reiterazione sconfitta di ricomporre quel corpo a corpo, quell’essere nel corpo dell’altro come memoria di un’antica beatitudine che non ritorna: la nostalgia di quello che Freud chiama “sentimento oceanico”. Ma la vita avanza e cresce a colpi di distacco. Distacco dal mondo genitoriale, dal mondo dei figli che si sono generati, dagli amori che abbiamo frainteso, quasi che la vita volesse allenarci a quell’ultimo distacco che è quello spasmodico amore di noi da cui, con la morte, ci congediamo. Questa è la nostra sorte di "individui", dove il senso della divisione, della separazione, del distacco è già nella parola, per cui l’uomo, come ci ricorda Platone, è “simbolo” di un uomo, è “parte” che cerca l’altra parte per ricomporre l’antica unità. Con Platone penso che tutte le tensioni amorose siano il tentativo sconfitto di ricomporre questa unità originaria che ci è concessa per brevi istanti, sconvolgenti nel loro spasmo, affinché l’individuo possa consolare la sua radicale solitudine, che è poi la sorte che gli è stata assegnata per la sua individuazione. “Diventa ciò che sei” diceva Nietzsche. È bene che i giovani sappiano che l’individuazione, propiziata dal distacco, è l’unico destino degno della nostra vita.


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05 Feb 2010 
Umberto Galimberti


cris-hestia · 133 visite · 0 commenti
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03 Feb 2010 
Dove amiamo non proviamo desiderio, e dove lo proviamo non possiamo amare”. Freud

 

Ignorando il reciproco scambio che si è soliti supporre in ogni relazione d’amore, il desiderio, infatti, conosce solo il furto e il dono.
Per questo l’amore che cerca sicurezza e stabilità tende a spegnere i desideri che teme come il suo negativo più profondo, o di deviarli nella finzione dell’immaginario, come si deviano le forze temute di un fiume, scavandogli un letto artificiale o derivandone mille rigagnoli che si disperdono nella terra.
Amore, infatti, è solo la chiave che ci apre le porte della nostra sempre ambivalente vita emotiva di cui ci illudiamo di avere il controllo, mentre essa, ingannando la nostra illusione, ci porta per vie e devianze dove, a nostra insaputa, scorre, in modo tortuoso e contraddittorio, la vitalità della nostra esistenza.

Umberto Galimberti


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07 Gen 2010 
cris-hestia · 101 visite · 0 commenti
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09 Nov 2009 
 Si sta diffondendo in tutto l'occidente la tradizionale classificazione degli indiani d'America, che attribuisce un nome a i cicli lunari
Da oggi, e per tutto gennaio, saremo illuminati dalla «Luna del Lupo»; nel mese di febbraio dalla «Luna della Neve»; a marzo da quella dei «Lombrichi» ... La tradizione nordamericana di attribuire un nome diverso a ogni ciclo lunare si è globalizzata e ora sta entrando, con qualche variante, anche nella consuetudine europea. Pare che siano stati gli indiani d’America, alcuni secoli fa, i più assidui a mettere in relazione il periodo di 29,5 giorni che intercorre fra due successive lune piene con alcuni aspetti caratteristici della natura e della stagione, anche se tradizioni analoghe sono presenti in altre antiche e distanti culture, come quelle asiatiche. Dopo la colonizzazione del Nord America, questa tradizione è passata dalle tribù americane al mondo anglosassone.
Ma poiché le corrispondenze tra i cicli lunari e quelli naturali hanno validità per gran parte dell’emisfero settentrionale, i modi di dire dei nativi d’America stanno a poco a poco diffondendosi ad altre popolazioni boreali, compresa la nostra, un po’ per gioco e un po’ per simpatia.
Secondo il suggestivo calendario astronomico-naturalistico degli indiani d’America, è la Luna Piena a segnare l’inizio di ogni lunazione; e il nome ad essa attribuito si conserva per tutta la durata del ciclo. Ecco le date e le definizioni di tutte le lune piene del 2007.
3 gennaio: Luna Piena del Lupo
Questa attribuzione nasce dal fatto che, durante le più gelide settimane di gennaio, quando i lupi affamati avevano difficoltà a stanare le prede di cui nutrirsi, si spingevano a branchi fino al limite dei villaggi in cerca di cibo. Questa definizione oggi potrebbe apparire anacronistica. Di fatto, i lupi affamati si possono incontrare pure in Italia, in pieno gennaio, in varie zone della catena alpina e appenninica. Si stima che i lupi italiani, in aumento da quando, negli anni ’90, sono stati dichiarati specie protetta, si aggirino ora attorno ai 500 esemplari.
2 febbraio: Luna Piena della Neve
Segnava la ricorrenza delle più abbondanti nevicate, quando la caccia era quasi impossibile e i nativi d’America dovevano ricorrere al cibo conservato per sopravvivere. Spesso questa lunazione coincideva con un periodo di carestia, per questo motivo in alcune tribù era stata introdotta la variante di Luna Piena della Fame.
4 marzo: Luna Piena dei Lombrichi
Con l’avvicinarsi della stagione primaverile e l’abbondanza delle piogge, le gelate tendono a ridursi, il suolo diventa più soffice e tornano a moltiplicarsi i vermi di terra. Gli uccelli, attratti dal cibo abbondante, riprendono ad affollare gli alberi e il cielo. Secondo un’antica tradizione l’avvento della bella stagione era annunciato dal ritorno dei corvi, per questo una variante del nome attribuito al ciclo lunare di marzo è: la Luna Piena del Corvo.
2 aprile: la Luna Piena della Rosa
Le rose selvatiche sono fra i primi fiori a sbocciare con il tepore del mese di aprile, conferendo alla nascente primavera i colori dei loro petali rosa, rossi e gialli. Ma altri segni attribuiscono un nome particolare al ciclo lunare di aprile: la ovvia Luna Piena dell’Erba o la Luna Piena dei Pesci, quest’ultima dedicata a quelle specie acquatiche che in questo periodo depongono le loro uova.
2 maggio: Luna Piena del Granturco
Dedicata alle gialle distese delle piantagioni di granturco, che in questo mese caratterizzano molti terreni agricoli del Nordamerica. Ma altrove si indica la prima lunazione di maggio con la Luna Piena del Latte, in omaggio agli allevatori di mucche da latte.
1 giugno: Luna Piena delle Fragole. «Straberry fields forever» recita una famosa canzone dei Beatles. Ma il tempo delle fragole, per gli aborigeni nordamericani Algonquin, coincideva solo con la prima lunazione di giugno. In Italia l’epoca della normale fioritura delle fragole si colloca un po’ prima, nel mese di maggio.
30 giugno: Luna Piena Blu
Contrariamente a quanto si pensa, questa definizione non ha niente a che fare col colore effettivo della Luna Piena. E’ semplicemente il nome che si attribuisce alla luna piena quelle rare volte in cui si verifica per due volte nello stesso mese. Nel mondo anglosassone, è invalso l’uso di dire che un fatto è improbabile quanto la Luna Piena Blu.
30 luglio: Luna Piena del Fieno
Ecco un’altra definizione legata alla pratica della vita contadina di ammucchiare nei campi estivi le balle di fieno. Ma fra le popolazioni residenti alle più alte latitudini, dove la rottura del bel tempo estivo è più precoce, si parla della Luna Piena del Tuono o dei Temporali.
28 agosto: Luna Piena Rossa
Questa volta il colore si riferisce a quello effettivo con cui appare il disco lunare quando sorge dal mare, nell’aria carica di umidità. Per le popolazioni che vivono nelle vicinanze dei grandi laghi o di altri grandi corsi d’acqua dolce, si parla invece di Luna Piena dello Storione.
26 settembre: Luna Piena dei Raccolti
E’ dedicata a tutti i tipi i frutti e cereali la cui raccolta cade nei dintorni dell’Equinozio di Autunno. Forse perché, in questa circostanza, il duro lavoro dell’uomo nei campi era massicciamente coadiuvato dalle donne, la prima lunazione autunnale prende anche il nome di Luna Piena delle Donne.
26 ottobre: Luna Piena del Cacciatore
Anche l’attività venatoria ha la sua celebrazione nel calendario lunare d’Autunno, A detta di chi pratica la caccia, la Luna è una amica formidabile perché il suo chiarore aiuta a stanare le prede nelle ore antelucane.
24 novembre: Luna Piena delle Gelate. Con l’avvicinarsi della stagione invernale, si manifestano le prime gelate notturne e i campi si ricoprono di una patina di acqua ghiacciata. Ma per alcune popolazioni questa è anche la Luna Piena dei Castori, i quali intensificano la loro attività di costruzione delle loro tane in previsione della brutta stagione.
24 dicembre: Luna Piena Fredda. Non ha bisogno di alcuna spiegazione il nome dato all’ultima lunazione di dicembre. Dicembre è anche il mese in cui abbondano altre definizioni, come la Luna Piena della Lunga Notte, in riferimento alla breve durata delle ore di insolazione, o la Luna Piena Amara, per l’asprezza delle condizioni meteorologiche e ambientali.

cris-hestia · 175 visite · 0 commenti
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06 Set 2009 

Un bambino chiese a sua madre: "Perché piangi?"
"perché sono una donna" gli rispose
"non capisco" disse lui.
La madre allora rispose: "E non riuscirai mai a capirlo bimbo mio."
Allora il bambino lo chiese a suo padre:
"Perché la mamma piange?"
"Tutte le donne piangono, senza una ragione",
fu ciò che il padre rispose.
Diventato adulto, si rivolse a Dio chiedendo:
"Signore, perché le donne piangono tanto facilmente?
E Dio rispose:
" quando creai la donna, decisi che doveva essere speciale.
Le diedi spalle abbastanza forti per sopportare il peso del mondo...
ma talmente graziose e morbide da dare conforto nel loro abbraccio
Le donai la forza di dare la vita,
ma anche di accettare il rifiuto che sarebbe arrivato dai figli
Le diedi il coraggio di resistere e di andare avanti
quando l'intero mondo avrebbe abbandonato
Ma anche la forza di prendersi cura della propria famiglia
oltre ogni fatica o malattia.
Le donai la capacità di amare i propri figli
di un' amore incondizionato,
anche quando questi l'avessero ferita nel profondo!
Le diedi la forza di sopportare i difetti di suo marito
e di rimanere sempre al suo fianco.
Ma, soprattutto le diedi lacrime da versare
ogni volta che ne avesse sentito il bisogno.
Vedi figliolo, la bellezza di una donna non traspare dai vestiti che indossa,

ne dal suo viso o dalla maniera di pettinarsi i capelli.
La bellezza di una donna risiede nei suoi occhi.
Essi sono la porta d'ingresso per il suo cuore, il luogo dove risiede il suo Amore.
Ed è attraverso le sue lacrime che puoi vedere il suo cuore!
(trovato nel web)


cris-hestia · 157 visite · 0 commenti
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23 Lug 2009 
da conoscere..e una volta conosciuto....


cris-hestia · 305 visite · 0 commenti
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20 Lug 2009 
jj..era troppo bello..te l'ho "rubato"


cris-hestia · 261 visite · 0 commenti
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19 Lug 2009 
.."L'amor che muove il sole e l'altre stelle"


cris-hestia · 119 visite · 0 commenti
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19 Lug 2009 
cris-hestia · 130 visite · 0 commenti
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08 Lug 2009 
La repubblica


cris-hestia · 131 visite · 0 commenti
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26 Giu 2009 
(un articolo su micromega)


cris-hestia · 232 visite · 0 commenti
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06 Giu 2009 
Tutte le malattie sono determinate da blocchi informativi, cioè da energia che non riesce a fluire. Da qui l'importanza della respirazione.La memoria cellulare è come un nastro registrato. Per sciogliere le informazioni memorizzate sul nastro ed integrarle occorre energia. L'ossigeno è la pompa primaria di questa energia.Il cibo si trasforma in energia attraverso l'utilizzo dell'ossigeno e come la legna ha bisogno dell'ossigeno per mantenere il processo. Il ritmo della combustione è legato alla quantità di ossigeno disponibile.


L'ossigeno è quindi d'estrema importanza in tutti i processi energeticie vitali.


Una carenza di ossigeno genera un accumulo di ossido di carbonio, che favorisce il deposito di grassi sulla parete delle arterie accelerando l'arteriosclerosi.


Uno scambio insufficiente favorisce l'accumulo di biossido di azoto nel sangue, per cui le cellule killer del sistema immunitario diventano meno aggressive, lasciando via libera ai processi infettivi.


E' alla nascita che l'organismo viene a contatto con l'aria atmosferica, i polmoni si espandono con gran dolore e in pochi istanti cambiano numerose funzioni fisiologiche, tra queste la circolazione sanguigna ed il cuore subiscono profonde trasformazioni.Il polmone del neonato si espande in pochi istanti e già al primo respiro viene creata la capacità polmonare funzionale residua, che è una riserva costante del polmone. Le variazioni a livello del circolo sanguigno polmonare sono conseguenti alla chiusura di speciali aperture, utili al circolo fetale e non a quello del neonato. Entro un solo minuto dal primo respiro si chiude il foro ovale e dopo circa 30 minuti si restringe il dotto arterioso di Botallo. Questi forami sono indispensabili alla circolazione fetale in cui i polmoni sono inerti, ma con il primo respiro la circolazione fetale da destra a sinistra gradualmente si inverte. Da tutto questo si deduce che il primo respiro è per il neonato l'esperienza più traumatica della sua vita: è la "madre di tutte le emozioni". Ogni emozione quindi che non si riesce a vivere nel corpo durante la vita si trasformerà in una alterazione di spazio, ritmo e forma respiratoria.Per rimuovere quindi i blocchi informativi causa di squilibrio o di malattia è fondamentale riappropriarsi del respiro che permette di equilibrare prana ed apana, cioè le energie che scorrono lungo il midollo.Nelle cellule organiche la bioenergia viene prodotta dal loro ritmo di respirazione, cioè dal ritmo della loro estensione e della loro contrazione. Tramite questo ritmo il nostro organismo emette un campo bioenergetico dotato di caratteristiche elettromagnetiche. 
cris-hestia · 182 visite · 0 commenti
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01 Giu 2009 


L' Alfabeto ogamico o Ogham craobh o semplicemente Beth-Luis-Nion (antico irlandese: Ogam) è un tipo di scrittura che fu in uso soprattutto per trascrivere antiche lingue celtiche. La sua caratteristica principale è quella di non avere lettere di forme differenti, bensì di ottenere le differenti lettere con un numero diverso di incisioni a destra, a sinistra o attraverso una linea che costituisce il fulcro dello scritto.



I testi più antichi che si conoscano risalgono al V-VI secolo d.C. e si trovano solitamente su pietre (spesso cippi funerari) poste verticalmente, con lo spigolo della pietra che funge da linea mediana della scrittura e le lettere che si susseguono in verticale. Questi testi su pietra (circa 380, disseminati intorno al Mare d'Irlanda, soprattutto in Irlanda, Galles e Isola di Man, con poche attestazioni anche in Inghilterra, Scozia e Isole Shetland) non attestano però le fasi più antiche di questa scrittura, che per molto tempo dovette essere utilizzata su supporti di legno o corteccia, oggi deperiti. L'alfabeto ogamico venne anche utilizzato, sporadicamente, per annotazioni su manoscritti di epoca più tarda, fin verso il XVI secolo. Ad Ahenny, nella contea di Tipperary, si conosce un'iscrizione ogamica su una pietra tombale del 1802.



L'alfabeto ogamico comprende venti lettere diverse, (feda), distribuite in quattro serie o aicmí (plurale di aicme "famiglia"). Ogni aicme prendeva nome dalla sua prima lettera (Aicme Beithe, Aicme hÚatha, Aicme Muine, Aicme Ailme, "la famiglia della B", "la famiglia dell' H", "la famiglia della M", "la famiglia della A"). Nei manoscritti si trovano anche ulteriori lettere, chiamate forfeda. I primi tre aicmi sono composti da consonanti, l'ultimo da vocali. Ogni lettera di questo alfabeto è associata ad un particolare albero il nome stesso Ogham craobh significa scrittura arborea.



Di seguito sono riportati i quattro aicmí, con la loro trascrizione secondo la tradizione dei manoscritti e i loro nomi in antico irlandese normalizzato, seguiti dai loro valori fonetici in irlandese arcaico e quello che si suppone fosse il loro nome in irlandese arcaico quando si conosca l'etimologia del nome.


cris-hestia · 194 visite · 0 commenti
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