Ultimi Commenti

Calendario

Febbraio 2012
LunMarMerGioVenSabDom
 << < > >>
  12345
6789101112
13141516171819
20212223242526
272829    

Chi c'é online?

Membro: 0
Visitatori: 2

Avviso

rss Sindicazione

Scegli un tema



La diffusione di tutto il materiale del mio blog è incoraggiata
Buone vacanze a te e al tuo cucciolo^^








Affissione degli articoli che appartengono alla categoria: filosofia

22 Mar 2011 
Costruzione di senso


cris-hestia · 105 visite · 0 commenti
Categorie: filosofia, psicologia
11 Set 2010 
Dimenticare.
Allevare un animale che “possa fare delle promesse” – non è proprio questo il compito paradossale che la natura si è imposto nei confronti dell’uomo? Non è questo, in realtà, il vero problema dell’uomo?...che questo problema sia stato risolto sino a un grado elevato, dovrà sembrare tanto più sorprendente a... chi sa misurare appieno la forza opposta e contraria, cioè quella del “dimenticare”. Dimenticare non è solo “vis inertiae”, come credono i superficiali, essa è molto di più una forza frenante, attiva e positiva nel senso più preciso del termine, forza cui si deve il fatto che tutto ciò di cui noi facciamo esperienza, apprendiamo e accogliamo in noi nello stato di digestione (potremmo chiamarlo “assorbimento intellettuale”) arriva tanto poco alla nostra coscienza, quanto tutto il molteplice processo con cui si compie la nostra nutrizione corporale, il cosiddetto processo di “assorbimento”. Chiudere ogni tanto le porte e le finestre della coscienza, non farsi molestare dal fracasso e dalla lotta con cui il mondo occulto degli organi al nostro servizio manifesta la sua collaborazione e opposizione; un po’ di tranquillità, un po’ di “tabula rassa” della coscienza, per fare ancora spazio a qualcosa di nuovo, soprattutto a funzioni e funzionari più nobili, per governare, prevedere, ordinare (dato che il nostro organismo ha una struttura oligarchica) – questo è il vantaggio – come si è detto – di una dimenticanza attiva, simile a un guardaportone, un custode dell’ordine spirituale, della tranquillità, dell’etichetta: per cui si dovrà immediatamente stabilire in quale misura nessuna felicità, nessuna serenità, nessuna speranza, nessun orgoglio, nessun presente sia possibile senza smemoratezza. L’uomo in cui questo apparato frenante viene danneggiato e costretto a funzionare irregolarmente, può essere paragonato (e non solo paragonato) a un dispeptico, non riesce a “concludere” nulla… E proprio questo animale necessariamente smemorato, in cui la mancanza di memoria è una forza, una forma di florida salute, si è costruito, con l’educazione, una facoltà opposta, una memoria, col cui aiuto può interrompere, in certi casi, il processo del dimenticare – nei casi, cioè, in cui si debba fare promesse: non solo, quindi, un non potersi liberare delle impressioni ormai stampate, non solo l’indigestione di una parola già impegnata e di cui non si riesce a venirne a capo, ma un non voler rendersi LIBERO, un volere iterato e continuo del già voluto, una vera e propria “memoria del volere”: cosicchè tra l’originario “io voglio”, “io farò”, e il vero e proprio scaricarsi dalla volontà, il suo atto, può introdursi facilmente un mondo di cose nuove e diverse, di circostanze, a anche di atti della volontà, senza far saltare questa lunga catena del volere. Ma quante cose presuppone tutto ciò! Per poter anticipatamente disporre così del futuro, l’uomo deve aver imparato a separare l’avvenimento necessario da quello casuale, a pensare con cognizione di causa, a vedere e a prevedere le cose lontane come se fossero presenti, a stabilire con certezza che cosa sia il fine e il mezzo e in generale a saper calcolare, a fare previsioni – per far tutto ciò, quanto l’uomo stesso deve già essere diventato prevedibile, regolare, necessario, anche a se stesso per la sua propria rappresentazione, per potersi finalmente fare garante di se stesso come futuro, così come fa chi promette!
Genealogia della morale - Nietzsche

cris-hestia · 1413 visite · 1 commento
Categorie: filosofia
26 Apr 2010 
Rispetto alle epoche che ci hanno preceduto, nell' età della tecnica l' amore ha cambiato radicalmente forma. Da un lato è diventato l' unico spazio in cui l' individuo può esprimere davvero se stesso, al di fuori dei ruoli che è costretto ad assumere in una società tecnicamente organizzata, dall' altro lato questo spazio, essendo l' unico in cui l' io può dispiegare se stesso e giocarsi la sua libertà fuori da qualsiasi regola e ordinamento precostituito, è diventato il luogo della radicalizzazione dell' individualismo, dove uomini e donne cercano nel tu il proprio io, e nella relazione non tanto il rapporto con l' altro, quanto la possibilità di realizzare il proprio sé profondo, che non trova più espressione in una società tecnicamente organizzata, che declina l' identità di ciascuno di noi nella sua idoneità e funzionalità al sistema di appartenenza. Per effetto di questa strana combinazione, nella nostra epoca l' amore diventa indispensabile per la propria realizzazione come mai lo era stato prima, e al tempo stesso impossibile perché, nella relazione d' amore, ciò che si cerca non è l' altro, ma, attraverso l' altro, la realizzazione di sé. Nelle società tradizionali, da cui la tecnica ci ha emancipato, vi era poco spazio per le scelte del singolo e la ricerca della propria identità(~). Oggi l' unione di due persone non è più condizionata dalla lotta quotidiana per la sopravvivenza, o dal mantenimento e dall' ampliamento della propria condizione di privilegio sociale e di prestigio, ma è il frutto di una scelta individuale che avviene in nome dell' amore, sulla quale le condizioni economiche, le condizioni di classe o di ceto, la famiglia, lo Stato, il diritto, la Chiesa non hanno più influenza e non esercitano più alcun potere, sia in ordine al matrimonio dove due persone in completa autonomia si scelgono, sia in ordine alla separazione e al divorzio dove, in altrettanta autonomia, i due si congedano. L' amore perde così tutti i suoi legami sociali e diventa un assoluto (solutus ab, sciolto da tutto), in cui ciascuno può liberare quel profondo se stesso che non può esprimere nei ruoli che occupa nell' ambito sociale(~). L' amore diventa a questo punto la misura del senso della vita, e non ha altro fondamento che in se stesso, cioè negli individui che lo vivono, i quali, nell' amore, rifiutano il calcolo, l' interesse, il raggiungimento di uno scopo, persino la responsabilità che l' agire sociale richiede, per reperire quella spontaneità, sincerità, autenticità, intimità che nella società non è più possibile esprimere(~). è come se l' amore reclamasse, contro la realtà regolata dalla razionalità tecnica, una propria realtà che consenta a ciascuno, attraverso la relazione con l' altro, di realizzare se stesso. E in primo piano, naturalmente, non c' è l' altro, ma se stesso. E questo di necessità, quindi al di fuori di ogni buona o cattiva volontà, perché a chi sente di vivere in una società che non gli concede alcun contatto autentico con il proprio sé, come si può negare di cercare nell' amore quel sé di cui ha bisogno per vivere e che altrove non reperisce? Ma così l' amore si avvolge nel suo enigma: il desiderare, lo sperare, l' intravedere una possibilità di realizzazione per se stessi cozzano con la natura dell' amore che è essenzialmente relazione all' altro, dove i due smettono di impersonare ruoli, di compiere azioni orientate a uno scopo e, nella ricerca della propria autenticità, diventano qualcosa di diverso rispetto a ciò che erano prima della relazione, svelano l' uno all' altro diverse realtà, si creano vicendevolmente ex novo, cercando nel tu il proprio se stesso. Se tutto ciò è vero, nell' età della tecnica, dove sembrano frantumati tutti i legami sociali, l' amore, più che una relazione all' altro, appare come un culto esasperato della soggettività, in perfetta coerenza con l' esasperato individualismo cui non cessa di educarci la nostra cultura, per la quale l' altro è solo un mezzo per l' accrescimento di sé (~). L' amore non è ricerca della propria segreta soggettività, che non si riesce a reperire nel vivere sociale. Amore è piuttosto l' espropriazione della soggettività, è l' essere trascinato del soggetto oltre la sua identità, è il suo concedersi a questo trascinamento, perché solo l' altro può liberarci dal peso di una soggettività che non sa che fare di se stessa. Che cos' è quel desiderarsi degli amanti, quel loro cercarsi e toccarsi se non un tentativo di violare i loro esseri nella speranza di accedere a quel vertice morale che è la comunicazione vera, al di là di quella finta comunicazione a cui ci obbliga la nostra cultura della funzionalità e dell' efficienza? Per essere davvero il controaltare della tecnica e della ragione strumentale che la governa, amore non può essere la ricerca di sé che passa attraverso la strumentalizzazione dell' altro, ma deve essere un' incondizionata consegna di sé all' alterità che incrina la nostra identità, non per evadere dalla nostra solitudine, né per fondersi con l' identità dell' altro, ma per aprirla a ciò che noi non siamo, al nulla di noi(~). Per questo diciamo che amore non è una cosa tranquilla, non è delicatezza, confidenza, conforto. Amore non è comprensione, condivisione, gentilezza, rispetto, passione che tocca l' anima o che contamina i corpi. Amore non è silenzio, domanda, risposta, suggello di fede eterna, lacerazione di intenzioni un tempo congiunte, tradimento di promesse mancate, naufragio di sogni svegliati. Amore è violazione dell' integrità degli individui, è toccare con mano i limiti dell' uomo. - UMBERTO GALIMBERTI

cris-hestia · 95 visite · 0 commenti
Categorie: filosofia, articoli
20 Apr 2010 

"L'amore non è un bisogno! Cos'è l'amore? Quando sei totalmente solo, felice, gioioso e con un animo in celebrazione, in te si accumula un'energia immensa. Non hai bisogno di nessuno. In quello stato l'energia è tale e tanta che vorresti condividerla, per cui inizi a donarla. La doni perché hai tantissimo, dai senza chiedere niente in cambio: quello è amore.
Pochissime persone realizzano l'amore e sono persone che, prima, hanno realizzato la solitudine.
E quando sei solo, la meditazione accade in modo naturale, semplice e spontaneo. In questo caso è sufficiente che ti sieda in silenzio, senza fare nulla e sei in meditazione. Stai semplicemente seduto, oppure cammini, oppure fai le tue cose e la meditazione accade, come un'atmosfera che ti circonda, come una nuvola bianca che ti avvolge.
Sei inondato dalla luce e quella freschezza continua a sorgere in te. In quello stato cominci a condividere, cos'altro potresti fare?
Quando nel tuo cuore nasce un canto, devi cantare. Quando nel tuo cuore nasce l'amore, devi inondare gli altri.
Quando la nuvola è gonfia di pioggia, deve scaricarsi, quando il fiore è colmo di fragranza, deve diffonderla nel vento.
La fragranza si diffonde senza una direzione, non è orientata verso qualcuno, il fiore non aspetta per chiedere: cosa riceverò in cambio, è felice che il vento abbia avuto la gentilezza di sollevarlo dal peso del suo profumo. Questo è vero amore, privo di qualsiasi possessività.
Questa è meditazione, priva di qualsiasi sforzo."

 

OSHO


cris-hestia · 210 visite · 0 commenti
Categorie: filosofia
05 Apr 2010 
cris-hestia · 66 visite · 0 commenti
Categorie: filosofia
05 Apr 2010 
cris-hestia · 198 visite · 0 commenti
Categorie: filosofia
05 Apr 2010 
Il tempo della maschera


cris-hestia · 91 visite · 0 commenti
Categorie: filosofia
05 Apr 2010 
Cervello, il segreto dell'identità

Dubbi sull'annuncio di scienziati Usa sulle origini anatomiche della personalità

Sembra che la scienza riscuota i suoi maggiori successi di pubblico quando fa incursioni in terra filosofica, dicendo magari, come riferivano qualche mese fa i giornali, di aver trovato la localizzazione dell'anima, o come dicono oggi un gruppo di ricercatori dell'Università di San Francisco, di aver individuato nei lobi fronto-temporali l'area del cervello che controlla la nostra identità, il nostro profilo personale, lo stile della nostra vita.

"Noi pensiamo alla nostra identità - dicono i neurologi americani - come a qualcosa determinato da noi, mentre è un processo anatomico simile agli altri". Se le cose stanno così, allora dobbiamo dire che questo processo anatomico funziona malissimo, perché l'identità che dovrebbe controllare non è una cosa che esiste, ma una costruzione a cui ogni giorno ci dedichiamo, nel tentativo di rintracciare in noi una continuità che ci renda riconoscibili a noi stessi oltre che agli altri.

La psichiatria del primo Novecento con Blueler, Jung e i loro studi sulla schizofrenia, aveva ipotizzato che questa sindrome, che manifesta una dissociazione della personalità, non fosse, come fino allora si credeva, una "degenerazione" del nostro Io o, se si preferisce, della nostra identità, ma fosse la condizione in cui ciascuno di noi nasce e che si conserva latente anche dopo la costruzione del nostro Io. In altri termini noi nasciamo come una moltitudine di personalità di cui una diventa egemone, e quella noi chiamiamo nostra identità o più semplicemente Io.

La nascita dell'Io non sopprime le altre personalità latenti. Queste continuano ad avere una loro vita sotterranea e una di loro può sempre prendere il sopravvento sull'Io e governare a tratti il nostro modo di essere al mondo. Per farne esperienza non è necessario cadere in una crisi schizofrenica, è sufficiente drogarsi, o bere un bicchiere di troppo, per sentirci dire all'indomani da chi ci conosce: "Ieri sera non eri più tu", che tradotto significa: la tua identità è stata sommersa e al suo posto ne è subentrata un'altra che ti ha fatto dire cose che non sono da te e fare azioni che normalmente non fai.

Dunque l'identità è qualcosa di precario, di fragile, che necessita di un continuo soccorso, perché se dovessimo essere davvero "noi stessi", ci abbandoneremmo all'aggressività, alla sessualità, alla dolcezza, alla disperazione, non appena le circostanze ci invitano. Che cos'è allora l'identità? Una struttura di controllo che cerca ogni giorno di tenere a freno tutte le altre nostre latenti identità, in modo da consentire a noi di riconoscerci abbastanza identici a noi stessi, e agli altri di riscontrare la nostra identità, in modo da rendere possibile quei rapporti fiduciari su cui si fondano le relazioni sociali. Che cosa significa allora scoprire l'area del nostro cervello che controlla la nostra identità, il nostro Io, o, come lo definiscono gli americani il nostro "Self"? Significa scoprire l'area che ospita i freni inibitori. Niente di più e niente di meno di quello che la psichiatria del primo Novecento aveva ipotizzato e la psicoanalisi di Freud ampiamente descritto.

Capisco che gli scienziati non sono molto raffinati nell'uso delle parole filosofiche, ma dire che il nostro Io non è qualcosa determinato da noi bensì un processo anatomico del cervello significa negare quell'evidenza che è l'uso quotidiano della nostra libertà.

L'identità la perdo e la recupero ogni giorno sollecitato dalle circostanze della vita, e in questa capacità di perdere e di recuperare c'è tutto il gioco della mia libertà, che è poi un gioco di maschere che rende l'uomo adattabile alle mille situazioni diverse della vita. Qui cade la differenza tra l'uomo e l'animale che non è libero.

Spero che gli scienziati, nel loro furore deterministico, non ci tolgano la differenza che ancora sembra distinguere l'uomo dall'animale, una differenza che non è da ricercare tanto

nelle regioni dello spirito, quanto nell'imprecisione della materia, nella scarsa codificazione istintuale dell'uomo che, invece di essere fissato in un'identità rigida.

Non per disperazione, infatti, ma per celebrare la libertà umana Nietzsche poteva dire: "Dammi ti prego una maschera, e un'altra maschera ancora". In questo modo Nietzsche definiva la nostra identità come disponibilità, più o meno sciolta, a indossare maschere, per essere più armonici con le situazioni più diversificate della vita


cris-hestia · 150 visite · 0 commenti
Categorie: filosofia
05 Apr 2010 
Si nollet Deus pessimas ac nefarias in orbe vigere actiones, procul dubio uno nutu extra mundi limites omnia flagitia exterminaret profligaretque: quis enim nostrum divinae potest resistere voluntati?quomodo invito Deo patrantur scelera, si in actu quoque peccandi scelestis vires subministrat?Ad haec, si contra Dei voluntatem homo labitur, Deus erit inferior nomine, qui ei adversatur, et praevalet. Hinc deducunt, Deus ita desiderat hunc mundum qualis est, si meliorem vellet, meliorem haberet.  Traduzione:
 “ Se Dio non volesse che nel mondo avessero luogo le peggiori e più vergognose azioni, lungi dal dubbio con un solo gesto caccerebbe e bandirebbe dai confini della terra tutte le azioni ignominiose: infatti, chi di noi può mettersi contro la divina volontà? In che modo è possibile pensare che i delitti siano commessi contro la volontà di Dio, se egli da’ ai criminali, nel momento di compiere un delitto, la forza necessaria per compierlo? A questo punto, se l’uomo si perde contro la volontà di Dio, Dio è più debole dell’uomo, che si oppone a lui e vince. Si capisce che Dio desidera il mondo quale è: se lo volesse migliore, lo avrebbe.
 
cris-hestia · 54 visite · 0 commenti
Categorie: filosofia
30 Mar 2010 
PELLE DI FOCA

In un tempo lontano lontano, perduto per sempre, che mai tornerà, i giorni sono di neve bianca, e in lontananza i minuscoli granelli sono persone o cani oppure orsi. Qui nulla fiorisce spontaneamente. I venti soffiano tanto forti che tutti devono di necessità indossare giacche a vento, stivali e berretti. Qui, all'aperto le parole si congelano, e intere frasi devono essere rotte sulle labbra di chi parla e disgelate accanto al fuoco, per vedere che cosa è stato detto. Qui la gente vive nella bianca ed abbondante capigliatura della vecchia Annaluk, la vecchia nonna, la vecchia maga che è la Terra stessa. E in questa terra viveva un uomo, un uomo così solo che negli anni le lacrime avevano scavato abissi sulle sue guance.
Cercava di sorridere e di stare contento. Andava a caccia, dormiva beneMa desiderava tanto una compagna umana. Talvolta, quando si avvicinava al suo kajak una foca, rammentava le antiche storie sulle foche ch'erano un tempo esseri umani, e a ricordare quel tempo restavano gli occhi, capaci di sguardi saggi, e amorosi, e selvaggi...
 
E allora talvolta sentiva così dolorosamente la sua solitudine che le lacrime scendevano lungo i crepacci del volto.Una volta cacciò fino a notte fonda senza trovare nulla. Mentre la luna si levava alta nel cielo e il ghiaccio brillava, raggiunse un grande scoglio sul mare, e su quell'antico scoglio apparve un movimento di grazia eccelsa. Remò lentamente e silenziosamente per avvicinarsi, ed ecco che sullo scoglio possente danzavano delle donne, nude come il giorno in cui le loro madri le avevano partorite. Rimase a guardare. Le donne parevano essere fatte di latte di luna, con la pelle punteggiata d'argento come i salmoni a primavera, e piedi e mani sottili e leggiadri.
Tanto erano belle che l'uomo rimase sbalordito, mentre le onde leggere lo trasportavano sempre più vicino allo scoglio. Sentiva ora le magnifiche risa delle donne, quanto meno pareva ridessero, o era forse l'acqua intorno allo scoglio che rideva? L'uomo era confuso perché era abbagliato. La solitudine che gli era pesata sul petto come una pelle intrisa d'acqua era in qualche modo svanita, e senza riflettere, quasi così dovesse essere, saltò sullo scoglio e rubò una delle pelli di foca che vi giacevano. Si nascose dietro uno spuntone e infilo una pelle di foca nel suo qutmguk, la giacca di pelliccia. Ecco che subito una donna chiama con la voce più bella che mai avesse udito…come quella delle balene all'alba…o quella dei lupacchiotti che ruzzolano a primavera. Che cosa andavano ora facendo le donne?
Infilavano la loro pelle di foca e una dopo l'altra scivolavano nel mare, urlando e uggiolando felici. Una no. Cercava dappertutto ma non riusciva a trovare la sua pelle. L'uomo prese coraggio e neanche sapeva perché. Le si mostrò: "Sii mia moglie, io sono un uomo così solo".
"Oh io non posso esserti moglie, io appartengo agli altri, quelli che vivono di sotto"
"Sii mia moglie" insistette l'uomo " tra sette estati ti restituirò la pelle di foca e potrai restare o andartene, come tu vorrai".
La giovane donna-foca lo guardò a lungo in volto con quegli occhi che parevano umani. Riluttante disse: "Verrò con te, tra sette estati si deciderà".
Ebbero un bambino e lo chiamarono Ooruk. E il bambino era agile e grassoccio. In inverno la madre raccontò a Ooruk le storie delle creature che vivono sotto al mare mentre il padre tagliava a piccoli pezzi un orso con il suo lungo coltello affilato. Quando la madre portava il piccolo Ooruk a letto, gli indicava attraverso l'apertura per il fumo le nuvole e tutte le loro forme e raccontava storie di trichechi, balene, foche e salmoni, perché erano quelle le creature che conosceva.
Ma col passare del tempo la sua carne prese a seccarsi. Prima si sfaldò, poi si incrinò. Cominciò a cadere la pelle delle palpebre e caddero a terra anche i capelli. Diventò del più pallido bianco. Cercò di nascondere la sua debolezza. Ma i suoi occhi si offuscavano sempre di più e la vista le si faceva sempre più debole.
E così andarono le cose finchè una notte il piccolo Ooruk non fu svegliato da un urlo, e del tutto insonnolito si levò a sedere sulle pelli del letto. Sentì come il ringhiare di un orso, che era suo padre che picchiava sua madre. Udì un pianto come di argento tintinnante sulla pietra, che era sua madre.
"Hai nascosto la mia pelle di foca sette anni or sono, ora giunge l'ottavo inverno. Voglio che mi sia restituito ciò di cui sono fatta" gemeva la donna foca. "devo avere ciò a cui appartengo".
"E tu mi lascerai senza moglie, e lascerai il bambino senza madre. Sei cattiva".
E il marito strappò la porta leggera e sparì nella notte.
Il bambino amava molto sua madre. Temeva di perderla e pianse fino a piombare nel sonno, per essere risvegliato dal vento. Un vento strano, che pareva chiamarlo. Saltò fuori dal letto. Udendo ripetere il suo nome si precipitò fuori nella notte stellata. Corse alla scogliera e in lontananza, sul mare agitato dal vento, scorse una grande foca argentea e irsuta dalla testa enorme, con le vibrisse che scendevano fino al petto, gli occhi di un giallo scuro. "Ooooooruk".
Il bambini a fatica discese giù lungo la scogliera e in fondo incespicò su una pietra, no, un involto, rotolato giù da una fenditura nella roccia. "Oooooruk".
Il bambino aprì l'involto e lo scosse, era la pelle di foca di sua madre. Sentiva tutto il suo odore. L'anima della madre lo attraversò come un improvviso vento d'estate. Si portò la pelle al volto e l'anima di sua madre attraversò di nuovo la sua.
E la vecchia foca argentea lentamente si immerse nelle acque profonde.
Il bambino si inerpicò su per la scogliera e corse con la pelle di foca che gli svolazzava dietro, e si precipitò in casa. Sua madre lo accarezzò, e accarezzò la pelle, e socchiuse gli occhi, grata perché entrambi erano salvi. Infilò la sua pelle di foca. Sollevò il piccolo e se lo mise sotto il braccio e corse verso il mare ruggente.
"Oh madre non lasciarmi" implorò Ooruk.
Lei voleva restare con il suo bambino, ma qualcosa la chiamava, qualcosa di più antico di lei, di più antico del tempo. Si volse verso di lui con uno sguardo di terribile amore negli occhi. Prese il viso del bambino tra le mani e soffiò il suo dolce respiro nei suoi polmoni. Allora, tenendolo sotto il braccio come un involto prezioso, si tuffò in mare, sempre più a fondo, e la donna-foca e il suo bambino respiravano agevolmente nell'acqua. E scesero nuotando sempre più a fondo, fino a raggiungere la grotta delle foche dove creature di ogni genere banchettavano e cantavano, danzavano e parlavano, e la grande foca argentea che aveva chiamato Ooruk nella notte abbracciò il bambino e lo chiamò nipote.
"Come sono andate le cose lassù figlia?" domandò la grande foca argentea.
La donna foca guardò in lontananza e disse: "Ho ferito un essere umano…un uomo che ha dato tutto per avermi. Ma non posso tornare da lui, perché se lo facessi resterei prigioniera.".
"E il bambino?" domandò la vecchi foca. "Il mio nipotino?". Lo disse con tanto orgoglio che la voce gli tremò.
"Lui deve tornare. Non può fermarsi. Non è ancora tempo che resti con noi". E pianse. E insieme piansero.
Passarono alcuni giorni e alcune notti, per l'esattezza sette, e in quel tempo gli occhi e i capelli della donna ritrovarono l'antica lucentezza. Diventò di un bel colore bruno, ritrovò la vista, il suo corpo ritrovò le sue rotondità, e potè nuotare a suo agio. E venne il tempo di restituire il bambino alla terra. Quella notte la vecchia foca e la bella madre del bambino nuotarono tenendolo in mezzo a loro. Risalirono, risalirono dalle profondità verso il mondo di sopra. Là, al chiarore della luna, delicatamente poggiarono Ooruk sulla riva pietrosa. La madre lo rassicurò: "Sarò sempre con te. Tocca quel che ho toccato, i legnetti per accendere il fuoco, il mio coltello, le incisioni che ho fatto sulla pietra di lontre e foche, e io soffierò nei tuoi polmoni un vento affinchè tu possa cantare le tue canzoni.
Più volte la vecchia foca argentea e sua figlia baciarono il bambino. Infine si allontanarono al largo e con un ultimo sguardo scomparvero tra le onde. E Ooruk, siccome il suo tempo non era ancora venuto, rimase. Passò il tempo e diventò un grande suonatore di tamburo, cantore e artefice di storie, e si disse che tutto ciò accadde perché il bambino era sopravvissuto ed era stato riportato dalle profondità del mare dagli spiriti delle foche.
Ora, nelle grigie brume del mattino, talvolta lo si vede ancora, ripiegato in ginocchio su una certa roccia del mare, mentre pare parlare con una certa foca che spesso si avvicina alla riva. Molti hanno cercato di catturarla, ma nessuno ci è mai riuscito e' nota come Tanqigcaq, la brillante, la sacra, e si dice che sebbene sia una foca, i suoi occhi sono capaci di sguardi umani, saggi, selvaggi e amorosi.

Perdita del senso dell'anima come iniziazione: la foca è un simbolo dell'anima selvaggia. E' affettuosa e un sorta di purezza emana da lei, è anche prontissima a reagire. Così è l'anima. Si libra nelle vicinanze. Nutre lo spirito. Non fugge quando percepisce qualcosa di nuovo o insolito o difficile.
L'anima delle donne giovani o inesperte non conosce le intenzioni altrui o il potenziale pericolo. Avviene allora il furto della pelle di foca. Per lo più il furto (della grande occasione della vita, dell'amore o del proprio spirito) avviene approfittando del lato debole: per ingenuità, scarsa intuizione dei moventi altrui, inesperienza nell'immaginare il futuro, mancanza di attenzione per gli indizi presenti nell'ambiente intorno.
L'essere derubati si trasforma in un'occasione di iniziazione archetipa. Si rinforza la decisione di lottare per una redenzione consapevole, si chiarisce cosa è soprattutto importante per noi, si sente la necessità di un progetto di liberazione psichica, di mettere in atto la nuova saggezza.
La perdita della pelle: lo sviluppo della conoscenza deriva dall'iniziale inconsapevolezza, seguita da un inganno e poi dalla scoperta del modo per riconquistare il potere.
Ogni donna lontano dalla sua casa-anima alla fine si esaurisce. Allora si rimette a cercare la sua pelle per resuscitare il suo senso dell'io e dell'anima. A mano a mano perdiamo la sensazione di essere completamente nella nostra pelle. La pelle-anima svanisce quando non prestiamo attenzione a ciò che stiamo veramente facendo, e in particolare a quanto ci costa. La perdiamo lasciandoci troppo coinvolgere dall'io, diventando troppo esigenti, facendoci martirizzare, lasciandoci trascinare da un'ambizione cieca, abbandonandoci all'insoddisfazione, pretendendo di essere una fonte inesauribile per gli altri, non facendo tutto il possibile per aiutarci.
Tutte le creature della terra tornano a casa. Ci sono donne che subiscono il furto a causa di rapporti con persone che non sono nella loro pelle, e talune relazioni diventano perniciose. Ci vogliono forza e volontà per superare queste relazioni ma lo si può fare se si torna a casa, al nucleo di sé.
Se la pelle può andare perduta per un amore sbagliato o devastante, può andare perduta anche in un amore bello e profondo. Il furto dipende infatti dal costo che rappresenta per noi. Quel che una relazione ci prende in tempo, energia, osservazione, attenzione, cure, addestramento, presenza, insegnamento. Questi movimenti della psiche sono come prelevamenti dai risparmi psichici. E' l'andare in rosso che provoca la perdita della pelle e l'offuscamento dei nostri istinti più acuti.
Tutte noi saliamo sullo scoglio e danziamo, senza prestare attenzione. E a un tratto non riusciamo più a trovare quel che ci appartiene o ciò a cui apparteniamo. Vaghiamo un po' stupefatte. Non va bene fare scelte in un momento così, ma noi le facciamo.
Perdere la pelle è perdere la protezione, il calore, il sistema di allarme, la vita istintiva. Essere senza pelle induce a perseguire quel che si pensa di dover fare e non quello che davvero si desidera. Si segue chiunque o qualsiasi cosa impressioni con la sua forza, si diviene scherzose invece che incisive, si butta sul ridere, ci si sbarazza delle cose. Ci si ritrae dal passo successivo, dalla discesa e da un soggiorno lungo abbastanza perché qualcosa possa accadere.
L'uomo solitario: immaginiamo che l'uomo che ruba la pelle di foca rappresenti l'io della psiche femminile. All'inizio l'io, con i suoi appetiti, spesso prevale. Ma a un certo punto, intorno ai vent'anni, ai trenta, o più spesso ai quaranta, lasciamo che sia l'anima a prevalere. Fin dalla nascita c'è il bisogno che sia l'anima a guidare la nostra vita, perché l'io può comprendere un tanto, e nulla più. Si spaura, vuole fatti percettibili, è solo e limitato.
L'uomo solitario del racconto cerca di partecipare alla vita dell'anima. Ma cerca di afferrarla invece di instaurare un rapporto. L'io ruba la pelle di foca perché, solo e affamato, ama la luce. L'anima è costretta a una relazione con l'io. Questo crea un temporaneo arrangiamento che produrrà un piccolo spirito capace di coabitare tra mondano e selvaggio.
Lo spirito bambino: l'unione tra io e anima produce lo spirito bambino. Questo piccolo spirito è la niña milagrosa, capace di udire il richiamo, la voce lontana che dice: è tempo di tornare a sé. E' il piccolo che riporta la pelle di foca alla madre e le consente di tornare a casa. E' un potere spirituale che ci incita a continuare il nostro lavoro importante, a cambiare la nostra vita, a migliorare la comunità, a dare una mano per cambiare il mondo…tornando a casa.
Inaridimento e mutilazione: in genere depressioni, noia e confusioni deliranti sono provocate da una vita dell'anima severamente ristretta. Quando siamo ormai inaridite cerchiamo di camminare tutte bloccate, per far vedere che ce la facciamo, che va tutto bene. ma la vita è umiliata, il costo altissimo. E' necessario un ritorno nella propria pelle, al proprio senso istintuale, a casa. E' difficile riconoscere una condizione di inaridimento se non corriamo un grosso pericolo. Allora si sente il richiamo alla propria vera natura.
Ascoltare l'antico richiamo: la voce in sogno è considerata un messaggio diretto dell'anima. Nella storia la vecchia foca sale dal mare per lanciare il richiamo, finchè qualcosa in noi non risponde. Il segnale parte quando qualcosa comincia ad essere troppo. Di fronte al troppo, a poco a poco ci inaridiamo, il cuore si stanca, le energie decrescono, e il misterioso desiderio di qualcosa si leva sempre più in alto. Il richiamo va seguito anche quando non abbiamo la minima idea di dove andare. Sappiamo soltanto che dobbiamo alzarci e andare a vedere. Alla fine inciamperemo nella pelle di foca.
Un soggiorno troppo protratto: la donna-foca si dissecca perché resta troppo a lungo lontana da casa. Nel racconto diventa una versione anemica di quello che fu. Non bisogna consumarsi la vita in un matrimonio, una fatica o uno sforzo inutili o poco gratificanti. Se si resta lontane da casa troppo a lungo si è meno capaci di avanzare nella vita.
Un ritorno a casa è molte cose diverse per donne diverse. molti sono i modi per tornare a casa: alcuni profani, altri divini. Rileggere passi di libri o poesie; passare qualche minuto in riva al fiume; sedere sotto il portico a rammendare qualcosa; camminare senza meta; salutare il sole che sorge; pregare; tenere in braccio un bambino piccolo; aprire le mani sotto la pioggia; contemplare la bellezza, la grazia, la commovente fragilità degli esseri umani.
Il continuo rimandare il ritorno può essere dovuto all'identificazione della donna con l'archetipo della guaritrice. Questo archetipo porta saggezza, bontà, sapienza, ma solo fino a un certo punto, oltre è d'impedimento alla nostra vita. Per evitare la trappola bisogna imparare a dire : "Alt" e "Basta con la musica". Il fondamentale istinto selvaggio che decide "solo fin qui e non oltre, solo questo e niente più" deve essere recuperato e sviluppato. Meglio tornare a casa per un po', anche se gli altri si irritano, che restare e peggiorare, fino a cadere a pezzi. Se non andiamo a casa quando è tempo di andare perdiamo la concentrazione. Non potete ritornare nell'utero, ma potete ritornare alla casa-anima.
Lo scioglimento, il tuffo: la casa è là dove un pensiero o una sensazione possono svilupparsi invece di essere interrotti o di esserci strappati perché altro richiede la nostra attenzione o il nostro tempo. Quando è tempo è tempo, anche se non siete pronte, anche se tante cose restano da fare.
Per alcune casa è la ripresa di qualche impresa abbandonata. Per alcune casa è un bosco, un deserto, un mare. ogni donna sa in cuor suo quanto a lungo e con quale frequenza deve tornare a casa.
Respirare sott'acqua: la donna foca porta il bambino a trovare quelli che vivono sotto. Il bambino rappresenta un nuovo ordine della psiche, è un essere mediale, capace di attraversare entrambi i mondi, non è completamente io né completamente anima, è una cosa di mezzo. La donna foca del racconto è un'emanazione dell'anima. E' in grado di vivere in tutti i mondi, ma non può restare troppo a lungo sulla terra. Lei e il pescatore (l'io psiche) creano un bambino che può vivere anch'esso nei due mondi, ma non può restare troppo a lungo nella casa-anima.
La donna foca, l'io-anima, passa idee, sentimenti, pensieri e impulsi dall'acqua all'io mediale, che a sua volta li porta a terra e alla consapevolezza del mondo esterno. C'è anche il percorso inverso: gli eventi della vita quotidiana, i traumi e le gioie, i timori e le speranze, vengono passati all'anima, che li commenta nei sogni notturni e manda le sue sensazioni verso l'alto attraverso il corpo. La donna selvaggia è una combinazione di buon senso comune e di senso dell'anima. La donna mediale è il suo doppio, è di questo mondo ma può raggiungere gli angoli più riposti della psiche.
L'emersione: ma non possiamo restare sott'acqua per sempre, dobbiamo risalire in superficie. Il rimedio a questo lutto è dato dalla donna foca al suo bambino: "sarò sempre con te". Come il bambino della donna foca impariamo che avvicinarci alla creazione della madre anima è esserne ricolmate. Anche se si torna tra la gente, tutta la sua forza si sente nei poteri femminili di introspezione, passione e connessione alla natura selvaggia. Se manterremo i contatti con gli strumenti della forza psichica, sentiremo il suo respiro. Ooruk resta a terra, ha la promessa. Non appena torniamo al mondo rumoroso tutto ha un aspetto leggermente estraneo. La sensazione di venire da un mondo estraneo svanisce dopo poche ore o pochi giorni. Allora passeremo il tempo nella nostra vita mondana, alimentate dall'energia raccolta durante il viaggio a casa.
Nel racconto il bambino mette in pratica la natura mediale. Suona il tamburo, canta, diventa cantastorie. Il cantore porta messaggi avanti e indietro, tra la grande anima e l'io mondano. Così il bambino vive quanto la donna foca ha soffiato su di lui. Allora, invece di cercare di "far durare la magia", viviamo.
L'esercizio della solitudine intenzionale: il bambino ormai grande s'inginocchia su uno scoglio e conversa con la donna foca. Questo esercizio quotidiano e intenzionale della solitudine gli consente di stare vicino a casa in modo critico, riuscendo a richiamare l'anima nel mondo di sopra per brevissimi periodi. Solitudine non è assenza di energia o di azione, ma un dono di provviste selvagge. Come si fa a richiamare l'anima? In molti modi: con la meditazione, o nei ritmi della corsa, del canto, della scrittura, della pittura, con i riti e i rituali, con l'immobilità, la quiete. Tutte abbiamo uno stato mentale familiare in cui realizzare questo genere di solitudine. Bisogna spengere tutte le distrazioni. La solitudine vive di poco: costa soltanto qualcosa in intenzione e perseveranza, ma qualsiasi tempo e qualsiasi luogo vanno bene.
Possiamo vivere sulla terra, ma non per sempre, non senza viaggi nell'acqua e a casa. Le culture esageratamente civilizzate e oppressive cercano di trattenere la donna dal ritorno a casa, troppo spesso le si intima di star lontano dall'acqua, finchè smagrisce e si indebolisce. Ma quando arriva il richiamo, una parte di lei lo ode sempre e va, perché si è preparata a seguirlo. Il ritorno a casa e la conversazione con la foca sono i nostri atti di innata e integrale ecologia, perché sono un incontro con l'anima selvaggia.

21 Mar 2010 
Monade, dal greco monos ("unico"). La monade è l'unità minima e indivisibile della sostanza spirituale di cui tutte le cose sono composte, secondo la filosofia di Leibniz.

La monade é una prospettiva sull' universo che si accorda con le prospettive costituenti tutte le altre monadi. In altre parole, ciascuna percezione di una qualsivoglia monade é armonizzata non solo con le percezioni che la precedono e la seguono nella stessa monade, ma anche con le percezioni di tutte le altre monadi, cosicchè tra le sostanze può sussistere un rapporto di strettissima interdipendenza senza che esse esercitino alcuna influenza causale reciproca. Ciò presuppone la dottrina dell' armonia prestabilita, per esporre la quale Leibniz si serve dell' esempio di due orologi che camminano esattamente nello stesso modo, così da indicare sempre la stessa ora. Qualche anno prima di Leibniz é curioso notare come già Francesco Bacone si fosse servito dell' esempio dei due orologi per dimostrare che il peso deriva da una forza di attrazione esercitata dalla Terra. Tornando a Leibniz, la coincidenza tra i due orologi può essere spiegata in tre modi diversi, che, al di là dell' esempio addotto, alludono alle tre maniere in cui si può giustificare la relazione di corrispondenza tra sostanze distinte. Il primo modo é quello di immaginare che i due orologi siano connessi in maniera tale da influenzarsi a vicenda: analogamente la tradizionale concezione della causalità esterna spiega le relazioni reciproche tra le cose. La seconda spiegazione presuppone un abile orologiaio che interviene continuamente sugli orologi per metterli al passo: fuori di metafora, questa é la proposta dell' occasionalismo di Geulincx e Malebranche, per i quali l' accordo tra sostanze diverse ( in questo caso il pensiero e l' estensione cartesiani ) é imputabile al costante e perpetuo intervento straordinario di Dio, che per Leibniz non é altro che l' abile orologiaio della metafora. Il terzo caso si dà supponendo che entrambi gli orologi siano così precisi che, avendo ricevuto la stessa carica, essi debbano semplicemente seguire gli impulsi che gia contengono in se stessi per indicare entrambi la stessa ora: al medesimo principio obbedisce la dottrina dell'armonia prestabilita, secondo la quale all'atto della creazione del mondo Dio ha dato a ciascuna monade una legge di sviluppo che si armonizza con quella di tutte le altre, in modo tale che ogni cosa scaturisca dal suo proprio fondo con una perfetta spontaneita' rispetto a se stessa e nondimeno in conformita' perfetta con tutte le cose esterne. Alla dottrina dell'armonia prestabilita e' strettamente connessa quella secondo cui Dio ha creato il migliore dei mondi possibili: Dalla perfezione suprema di Dio segue che egli, producendo l'universo, ha scelto il miglior piano possibile, in cui c'è la più grande varietà unita al massimo ordine; in cui il terreno, il luogo, il tempo, sono i meglio preparati, il maggior effetto è ottenuto con i mezzi più semplici e le creature hanno la massima potenza, conoscenza, felicità e bontà che l'universo poteva conseguire. Infatti, poiché tutti i possibili pretendono all'esistenza nell'intelletto di Dio, il risultato di tutte queste pretese dev'essere il più perfetto mondo attuale che sia possibile. Senza di ciò non si potrebbe rendere ragione di perché le cose sono andate così e non altrimenti. (Princìpi della natura e della grazia, 10). Ora, siccome nelle idee divine ci sono infiniti universi possibili e di essi non ne può esistere che uno, occorre che ci sia una ragione sufficiente della scelta di Dio, la quale lo determini verso l’uno piuttosto che verso l’altro. E questa ragione non può che trovarsi nella convenienza, nei gradi di perfezione che quei mondi contengono, poiché ogni possibile ha il diritto di pretendere all’esistenza in ragione della perfezione che implica. E proprio questa è la causa dell’esistenza del migliore di essi, che dio conosce tramite la saggezza, sceglie in virtù della bontà e produce in forza della potenza. ( Monadologia ) Si e' gia visto che dio e' la "monade delle monadi", cioe' la monade la cui prospettiva dell'universo include le prospettive di tutte le altre monadi. In realta', in Dio non sono contenute soltanto le prospettive delle monadi esistenti, ma anche quelle che non si sono mai realizzate in nessuna monade: più semplicemente, nella mente infinita di Dio, oltre al mondo esistente, sono contenute le idee di tutti i mondi possibili, vale a dire di tutti i mondi che Dio avrebbe potuto creare in alternativa a quello presente. Sorge allora la domanda: perchè Dio ha creato proprio questo mondo e non un altro degli infiniti possibili? La risposta di Leibniz e' che questo e' il migliore tra tutti. Dio infatti, pur essendo ontologicamente libero di scegliere il mondo che vuole, in quanto infinita bonta' e' moralmente necessitato a scegliere il migliore, cioe' quello in cui e' contenuta la minor quantita' di male. Leibniz risolve cosi anche il problema della teodicea (dal greco theos=dio e dikaios=giusto), ovvero il problema della compatibilita' del male nel mondo con l'esistenza e la bonta' di Dio. Quando dice che il mondo in cui viviamo e' il migliore dei mondi possibili, egli non intende che esso sia immune da mali (cosa che contrasterebbe con la piu elementare delle esperienze), ma che in questo mondo si realizza un rapporto tra bene e male che, tra tutti i mondi possibili, rende compatibile la massima quantita' di bene con la minima quantita' di male. In particolare, Leibniz mostra come una certa quantita di male, sia metafisico sia morale, e' inevitabile in un mondo finito. Il male metafisico e' soltanto un concetto negativo -come gia aveva sostenuto Agostino - che esprime la differenza tra il creato e il creatore, ovvero l'impossibilita' che il mondo e l'uomo abbiano la stessa perfezione di Dio: se cio' avvenisse, il creato sarebbe Dio stesso. Ma anche il male morale nasce dall'imperfezione necessaria dell'uomo. Infatti, le percezioni e le conoscenze umane, per quanto tendano alla perfezione, non possono mai raggiungere quella chiarezza e distinzione assoluta che e' propria di Dio soltanto: nell'uomo rimane dunque sempre un residuo di oscurita' e di confusione che sta all'origine di ogni errore e di ogni peccato. La tesi secondo cui il mondo reale e' il migliore dei mondi possibili, in quanto in esso e' contenuta la minore quantita' possibile di male metafisico e morale, venne definiota da un contemporaneo di Leibniz con un neologismo destinato ad avere molta fortuna: ottimismo. L' ottimismo e' a sua volta connesso con un altro importante aspetto del pensiero leibniziano: il finalismo. In precedenza abbiamo già esaminato il finalismo metafisico e fisico ( che tuttavia non esclude il meccanicismo seicentesco ) che é implicito nella concezione della realtà come energia e attività. Questo stesso finalismo si ritrova nella monade, nella quale esiste un incoercibile impulso a passare a percezioni sempre più chiare e distinte. In ciò la monade consegue una sempre maggiore perfezione: ma poichè quest' ultima consiste nella sempre più chiara comprensione dei legami che connettono la monade a tutto il resto del mondo, cioè dell' armonia che regna tra le diverse realtà dell' universo, essa acquista un significato morale oltrechè cognitivo. Nella contemplazione dell' armonia del mondo l' uomo comprende come nell' universo tutto sia volto al bene e come la sua stessa esistenza individuale debba contribuire a quello scopo: in questo modo egli consegue la destinazione specifica della sua natura e, allo stesso tempo, realizza la felicità a cui ogni uomo aspira. La certezza che questo è il migliore dei mondi possibili, e d'altra parte la possibilità dell'uomo di elevarsi alla conoscenza di Dio grazie alla ragione, costituiscono così i presupposti più solidi per fondare anche l'etica e indicare all'uomo il suo destino: Tutte le menti, sia degli uomini sia dei genii [= angeli], entrando per mezzo della ragione o delle verità eterne in una specie di società con Dio, sono membri della città di Dio, cioè del più perfetto Stato, formato e governato dal più grande e dal migliore dei monarchi: in cui non c'è delitto senza castigo, né buona azione senza ricompensa proporzionata, e infine, tanta virtù e tanta felicità quante ne sono possibili; e ciò non per un deviamento della natura, come se quello che Dio preparava alle anime turbasse le leggi dei corpi, ma per l'ordine stesso delle cose naturali, in virtù dell'armonia prestabilita dall'eternità tra i regni della natura e della grazia, tra Dio come architetto e Dio come monarca; in modo che la natura conduce alla grazia, e la grazia perfeziona la natura con l'avvalersene. [... ] Così, benché la ragione non ci possa insegnare qual è il particolare il grande avvenire, riservato alla rivelazione, noi possiamo essere assicurati da quella stessa ragione che le cose sono fatte in un modo che supera i nostri desideri. Inoltre, poiché Dio è la più perfetta e la più felice delle sostanze, e quindi la più degna d'amore, e poiché il vero amore puro consiste nello stato che fa provar piacere delle perfezioni e della felicità di ciò che si ama, un tale amore deve darci il più grande piacere di cui possiamo esser capaci, quando Dio ne è l'oggetto. (Princìpi della natura e della grazia, 15-16). Certo l' ottimismo di Leibniz incontrò anche ostilità e vi fu chi non esitò a schierarsi contro; va senz' altro ricordata a questo proposito la figura di Voltaire, filosofo francese del 1700, che nel suo Candido muove un' aperta critica a Leibniz e alla sua concezione ottimistica del mondo.


cris-hestia · 111 visite · 0 commenti
Categorie: filosofia
02 Mar 2010 
Lucilio caro, mi rendo conto che non solo mi sto correggendo, ma addirittura mi trasformo; certo non garantisco, e nemmeno spero, che non ci sia in me più nulla da cambiare. E perché non dovrei avere ancora molti sentimenti da frenare, da attenuare, da elevare? Vedere difetti che fino ad allora ignorava, proprio questa è la prova di un animo che ha fatto progressi; con certi malati ci si rallegra quando prendono coscienza del loro male. 2 Ci terrei, dunque, a farti conoscere questo mio improvviso cambiamento; allora comincerei ad avere una più salda fiducia nella nostra amicizia, quella vera che non la speranza, non il timore, né la ricerca del proprio interesse può spezzare, quell'amicizia che dura fino alla morte, e per la quale si è pronti a morire. 3 Potrei menzionarti molti cui non è mancato l'amico, ma la vera amicizia: questo non può verificarsi quando un'identica volontà di desiderare il bene induce gli uomini a unirsi. Perché no? Perché essi sanno di avere ogni cosa in comune e soprattutto le avversità.
Non puoi immaginare quali progressi io mi accorga di compiere giorno per giorno. 4 Tu mi dici: "Riferisci anche a me questo metodo che hai trovato così efficace." Certo desidero travasare in te tutto il mio sapere e sono lieto di imparare qualcosa appunto per insegnarla. Di nessuna nozione potrei compiacermi, per quanto straordinaria e vantaggiosa, se ne avessi conoscenza per me solo. Se mi fosse concessa la sapienza a condizione di tenerla chiusa in me senza trasmetterla ad altri, rifiuterei: non dà gioia il possesso di nessun bene, se non puoi dividerlo con altri. 5 Ti manderò perciò i miei libri e perché tu non perda tempo a rintracciare qua e là i passi utili, li sottolineerò: così troverai subito quello che condivido e apprezzo. Più che un discorso scritto, però ti sarà utile il poter vivere e conversare insieme; al momento è necessario che tu venga, primo perché gli uomini credono di più ai loro occhi che alle loro orecchie, poi perché attraverso i precetti il cammino è lungo, mentre è breve ed efficace attraverso gli esempi. 6 Cleante non avrebbe potuto esprimere compiutamente la dottrina di Zenone se avesse soltanto ascoltato le sue lezioni: fu partecipe della sua vita, ne penetrò i segreti, osservò se viveva secondo i suoi insegnamenti. Platone, Aristotele e tutta la massa dei filosofi, che poi presero strade diverse, impararono più dalla vita che dalle parole di Socrate. Non la scuola di Epicuro, ma il vivere con lui rese grandi Metrodoro, Ermarco e Polieno. E non ti faccio venire solo perché tu ne tragga giovamento, ma anche perché tu mi sia utile; ci aiuteremo moltissimo a vicenda.


7 Frattanto, poiché ti devo il mio piccolo contributo quotidiano, ti dirò il pensiero che oggi mi è piaciuto in Ecatone. "Tu chiedi quali progressi abbia fatto?" egli scrive, "Ho cominciato ad essere amico di me stesso." Ha fatto un grande progresso: non sarà mai solo. Sappi che tutti possono avere questo amico



cris-hestia · 211 visite · 0 commenti
Categorie: filosofia
05 Feb 2010 
L'amore è tra me e quel fondo abissale che c'è dentro di me, a cui io posso accedere grazie a te. L'amore è molto solipsistico; e tu, con cui faccio l'amore, sei quel Virgilio che mi consente di andare nel mio Inferno, da cui poi emergo grazie alla tua presenza (perché non è mica detto che chi va all'Inferno poi riesca a uscire di nuovo). Grazie alla tua presenza io emergo: per questo non si fa l'amore con chiunque, ma con colui/lei di cui ci si fida; e di che cos'è che ci si fida? Della possibilità che dopo l'affondo nel mio abisso mi riporti fuori.


Tutto questo per dire che l'amore non è possesso, perché il possesso non tende al bene dell'altro, né alla lealtà verso l'altro, ma solo al mantenimento della relazione, che, lungi dal garantire la felicità, che è sempre nella ricerca e nella conoscenza di sé, la sacrifica in cambio di sicurezza.
cris-hestia · 169 visite · 0 commenti
Categorie: filosofia, psicologia
05 Feb 2010 


Scriveva Platone nel Fedro che "dell'anima, propriamente, può parlare solo un dio, l'uomo può accennarne per simboli ed immagini". E sono proprio i "simboli" e le "immagini" nel senso platonico, poi neoplatonico-plotiniano e gnostico, che il razionalismo sviluppatosi nel corso della civiltà occidentale ha rimosso, rendendo ancora più assurdo un mondo enigmatico e nella forma più alta misterico. È questa la tesi sviluppata dall'autore in questo volume dal significativo sottotitolo di copertina "Jung: dall'inconscio al simbolo". È stato infatti Jung che nell'età contemporanea, ormai satura di razionalismo e di scientismo culminato nella filosofia positivistica del fatto fisico come una realtà esistente e conoscibile, ha evidenziato il valore dei messaggi simbolici e delle immagini dell'inconscio. Sostiene Galimberti che "l'inconscio collettivo di cui parla Jung è proprio la memoria sommersa, ma non estinta, di questo rimosso", e sempre rifacendosi alla concezione junghiana ricorda come a differenza del "segno", che si riferisce a una realtà nota, il simbolo di riferisca invece a qualcosa di fondamentalmente sconosciuto.



Ma sconosciuto non significa inesistente, fantasioso, come le immagini che il simbolo evoca non rappresentano un prodotto, altrettanto irreale, dell'immaginazione creativa. Ecco allora che la verità velata in qualche modo si manifesta, al di là degli apparati concettuali.



Si definisce così una condizione che è rivelativa dell'esistenza di realtà misteriche che trascendono la sfera dell'esperienza empirica alla quale la modernità ha inteso limitare l'ordine della conoscenza. Si tratta allora di ripercorrere a ritroso il processo della civiltà che ha ucciso gli dei, o semplicemente li ha negati rimuovendoli dalla sfera della coscienza. Non è un percorso semplice. La civiltà occidentale, afferma Galimberti, si è sviluppata regolandosi sui due grandi pilastri del principio di non contraddizione in sede logica e della legge di causa sul piano fisico. Al di fuori di tale recinto sono stati relegati il mondo dei sogni, la fantasia infantile, il pensiero primitivistico e, nella stessa società evoluta tecnologicamente, la follia. Non è quindi facile operare questa inversione, in quanto è pur sempre vero che a loro volta tutte queste manifestazioni della mente non costituiscono in quanto tali delle vie di accesso alla verità. La verità appartiene a tale ordine ma non tutto quanto si trova in tale ordine è verità. Inoltre, ciò che si può acquisire per tale via non si traduce di per sé una conoscenza intellettuale, ma costituisce solo l'ombra di una verità ulteriore, ineffabile.



Ed anche in questo senso è necessario che ci si eserciti nell'umiltà intellettuale, per non incorrere nel peccato di "ybris" che scatena l'ira delle Erinni, di protervia cioè di chi sfida il cielo e gli dei, appunto, possono propriamente parlare della'anima. La civiltà in quanto tale comporta violenza, come recita il coro dell'Antigone di Sofocle. Le navi sul mare, l'aratro, la caccia violano la natura. "Con la parola - osserva Galimberti - l'uomo esercita una violenza più oscura, dominando tutte le cose che nomina si arrischi in tutte le direzioni, ma proprio allora si trova lanciato fuori da ogni via".



La saggezza allora si acquisisce riconoscendo il senso del mistero, dell'ulteriore, in cui l'anima riconosce la propria origine e il proprio destino, in quanto, come afferma Eraclito "l'armonia invisibile vale più di quella visibile".



cris-hestia · 154 visite · 0 commenti
Categorie: filosofia, psicologia
05 Feb 2010 
U.Galimberti


cris-hestia · 95 visite · 0 commenti
Categorie: filosofia
05 Feb 2010 
cris-hestia · 103 visite · 0 commenti
Categorie: filosofia
05 Feb 2010 
cris-hestia · 92 visite · 0 commenti
Categorie: filosofia
05 Feb 2010 
Umberto Galimberti


cris-hestia · 122 visite · 0 commenti
Categorie: filosofia, articoli
05 Feb 2010 
Umberto Galimberti(1999)


cris-hestia · 67 visite · 0 commenti
Categorie: filosofia
28 Gen 2010 
Penso che l’illusione racchiuda il mio concetto d’amore … lo avevo idealizzato, mi piaceva tutto di lui … ma poi mi sono accorta che erano tutti castelli in aria…”; “L’illusione rappresenta il modo d’ingannare i sensi con vane speranze, per cui una falsa impressione viene creduta come realtà … si attribuisce consistenza ai propri sogni e alle proprie speranze … l’immaginazione mi libera dal peso della realtà…”. Sono alcune emozioni che un gruppo di ragazzi tra i 16 e i 18 anni hanno evidenziato all’interno di un’attività di consulenza filosofica sull’amore svolta nei mesi scorsi. Sembra che la fantasia faccia della persona amata un qualcosa di unico. Sebbene la psicoanalisi spieghi l’idealizzazione come una regressione – il trasferimento sull’amato del senso di unicità attribuito ai genitori quando si era bambini - essa, nell’amore, gioca un ruolo importante per l’attivazione del desiderio: la fantasia trasfigura la realtà affinché essa abbia un senso per noi. Dice Stendhal: “Ci si compiace di ornare di mille perfezioni la donna del cui amore siamo sicuri […] la nostra mente da qualunque occasione trae la scoperta di nuove perfezioni dell’oggetto amato […] il gaudio aumenta con le perfezioni dell’oggetto amato”. Quando la realtà (l’amato/a) è trasfigurata dall’idealizzazione diventa attraente e perciò seducente. Ma l’idealizzazione collocando tutto il valore nell’altro non ci impoverisce? E se l’altro non ricambia l’idealizzazione nei nostri confronti, non rimaniamo svuotati? A questa trasfigurazione della realtà non è preferibile un sano realismo per proteggerci dalla delusione della scoperta che reale ed ideale non coincidevano? E’ interessante considerare che l’idealizzazione innesca una tensione che fa dell’amore un’esperienza creativa,trasformatrice della realtà. Afferma Gentile: “Amare è volere. Se amiamo ciò che ha pregio e risponde all’ideale è perché quell’ideale non c’è e con l’amore lo vogliamo realizzare [...]. Ora quello che noi vogliamo, appunto perché lo vogliamo, non c’è già al mondo. […] La persona amata è quella ricreata dal nostro amore. È ricreata immediatamente e mediatamente: essa, cioè, è un nuovo essere per noi fin da quando prendiamo ad amarla; ma si fa realmente un essere sempre nuovo, si trasforma continuamente in conseguenza del nostro amore, che agisce su di essa, conformandola a grado a grado sempre più energicamente al nostro ideale. Insomma, l’oggetto dell’amore, qualunque esso sia, non preesiste all’amore, ma è da questo creato”. Ritorna l’enigma dell’amore oscillante tra esperienza del rischio e ricerca della sicurezza: passione (alimentata dall’idealizzazione, stimolante la creatività a reinventare il rapporto con tutti i rischi di ogni avventura) e stabilità (assicurata da un sano realismo che degrada l’idealizzazione). Un’altra tensione è quella tra l’essere se stesso e l’essere altro da sé. Si dice che per non essere estraneo all’altro, chi ama cerca di essere come l’altro lo vuole. Avviene una sorta di immedesimazione che si risolve nell’annullamento di sé nell’altro. Ma a questa maniera il rapporto non si riduce ad un gioco di maschere? Il gioco dell’inganno dell’amore come lo definisce Nietzsche: “Si dimenticano molte cose del proprio passato e le si caccia di proposito dalla mente: cioè si vuole che la nostra immagine, che irraggia dal passato verso di noi, ci inganni, lusinghi la nostra presunzione — noi lavoriamo continuamente all’inganno di noi stessi. E ora credete voi, che tanto parlate e decantate l”obliar se stessi nell’amore”, lo “sciogliersi dell’io nell’altra persona”, che ciò sarebbe qualcosa di sostanzialmente diverso? Dunque si infrange lo specchio, ci si immagina in un’altra persona che si ammira, e si gode poi la nuova immagine del proprio io, anche se la si chiama col nome dell’altra persona — e tutto questo procedimento non sarebbe inganno di sé, non sarebbe egoismo, gente strana! Io penso che coloro che nascondono qualcosa di sé a se stessi e coloro che a se stessi si nascondono come tutto, sono uguali in ciò a coloro che commettono un furto nella camera del tesoro della conoscenza: dal che risulta contro quale reato ci metta in guardia il detto: 'conosci te stesso'”. Che c’entra con l’amore l’allontanarsi da tutto ciò che di sé non piace, assumendo come propria identità quella dell’altro? Il tema qui è “se stessi” più che l’amore perché, ammirando l’identità dell’altro, si sceglie di rimuovere la propria per assumerne un’altra. E quando l’altro ricambia il mio amore, non significa forse che ama il mio “disconoscimento”? Come posso continuare ad idealizzare chi ama il mio disconoscimento? L’altro nel quale mi annullo è “l’altro reale” o la sua idealizzazione? Insomma stiamo parlando di una fusione d’amore o di un incontro mancato dato che ognuno si identifica con l’immagine idealizzata dell’altro? Forse è il caso di rinunciare alla immedesimazione per promuovere la differenza, il riconoscimento delle differenze individuali: solo se si salvaguarda l’identità di ciascuno si favorisce il gioco della seduzione (l’altro vuole condurmi a sé se c’è distanza). Quando c’è distanza diventa difficile la prevaricazione sull’altro per possederlo o la rinuncia di se stessi nell’immedesimazione.
(dal web)

cris-hestia · 427 visite · 0 commenti
Categorie: filosofia, psicologia
28 Gen 2010 
lo/Noi,  ogni volta che siamo in relazione con l'altro, mettiamo in atto anche il nostro desiderio di non annullarci nell'altro. Vogliamo essere con l'altro, ma nello stesso tempo, per salvare la nostra individualità, vogliamo non esserci completamente. Di qui quell'esserci e non-esserci, quel rincorrersi e tradire, che fa parte della relazione amorosa. Perché l'amore è una relazione, non una fusione. Se infatti non esistessimo come individualità autonome, non solo non potremmo incontrare l'altro e metterci in relazione, ma non avremmo neppure nulla da raccontare all'altro fuso simbioticamente con noi. Quando lei o lui iniziano un viaggio fuori dal "NOI" e che prescinde dal "NOI" solo per i precetti religiosi, tradiscono, in realtà salvano la loro individualità dall’abbraccio mortale del "Noi" che non emancipa, non consente né arricchimenti, e neppure parole da scambiare che non siano già dette o già sapute prima che siano pronunciate. Tutto questo per dire che l'amore non è possesso, perché il possesso non tende al "bene dell’altro" né alla lealtà verso l'altro, ma solo al mantenimento della relazione che, lungi dal garantire la felicità, che è sempre nella ricerca e nella conoscenza di sé, la sacrifica in cambio di sicurezza. Siamo in due, non sappiamo più chi siamo, ma siamo insieme ad affrontare il mondo. Due esistenze negate, ma tutelate. Amore è cosa difficile, perché  sempre ci si confonde e non ci si chiarisce se si ama l'altro o si ama la relazione, sé sì soddisfa il nostro bisogno di sicurezza o il nostro bisogno di felicità. Oppure si vuole la felicità. ma non i suoi costi, e in alternativa si vuole la sicurezza, ma non la sua noia. Amore è un gioco di forze dove si decide a quale dio offrire la propria vita: al dio della felicità che sempre accompagna la realizzazione di sé, o al dio della sicurezza che molto spesso si affianca alla negazione di sé. Una cosa però è certa che nella relazione, nel "NOI" non ci si può seppellire come in una tomba, ogni tanto bisogna uscire se non altro per sapere chi siamo senza di lei o di lui Solo gli altri, infatti, ci raccontano le parti sconosciute di noi. Gli altri se li lasciamo parlare, senza soffocarli con il nostro bisogno di conferme che di solito, sbagliando, siamo soliti chiamare bisogno d’amore
       

cris-hestia · 123 visite · 0 commenti
Categorie: filosofia, psicologia
28 Gen 2010 

amore dell'altro amore di sé?

Scrive lo psicoanalista americano Stephen Mitchell: "Se io ti do il mio amore, che cosa ti sto dando di preciso? Chi è l'Io che sta facendo questa offerta? E chi, per inciso, sei tu?"

 

Ancora non riesco a capire la differenza, se di differenza si tratta, tra il desiderio dell'altro e la cura di se stessi nel sentimento amore. Mi spiego meglio. Nella coppia è desiderabile andare incontro ai desideri dell'altro e questo sentimento richiede attenzione, tempo, sensibilità. Ma i propri desideri e quindi l'amore verso se stessi, quanto si spiegano in una relazione con l'altro? Perché amare se stessi, e quindi ricercare la propria felicità e realizzazione nel lavoro, nella vita, nei rapporti con gli altri, può creare nell'altro dubbi e incertezze dell'altrui importanza. E allora mi chiedo: amare l'altro, desiderare il suo benessere fisico e psichico, può convivere con le ragioni dell'amore verso se stessi che presuppongono le stesse priorità?
Laura Rinnovati


Se è vero, come dice Freud, che l'amore è l'unica condizione per poter vivere, non c'è alcun dubbio che amare l'altro è, di fondo, amare se stessi. Questo amore di sé non è da leggere nell'accezione egoistica del termine, non è la soddisfazione dei propri bisogni o dei propri desideri, non è l'autorealizzazione resa possibile dalla dedizione dell'altro. È semplicemente ciò che rende possibile quel dialogo (che molti evitano) tra la propria parte razionale e la propria parte folle, a cui la nostra natura ci invita per giungere a una compiuta espressione di sé. Amore infatti non è una faccenda dell'Io, ossia della nostra parte razionale. E questo ognuno lo sa quando, interrogato, non sa fornire alcuna spiegazione a chi gli chiede ragione del suo amore. Ma ognuno lo sa anche quando, pur essendo consapevole che quell'amore è sbagliato, dichiara di non potersene comunque liberare. Per la stessa ragione nessuno crede fino in fondo all'altro quando dice "Io ti amo", perché amore non è una faccenda dell'Io, dal momento che, come ci ricorda Freud: "l'Io non è padrone in casa propria", perché non conosce le forze che determinano quelle che l'Io considera sue scelte. Ma l'abisso folle che ci abita vuole espressioni che sappiano raggiungere le nostre regioni più lontane, più abissali, più indistinte nei loro indiscernibili confini, per assaporare come il piacere si intreccia col dolore, la maledizione con la benedizione, la luce del giorno con il buio della notte, perché da quel fondo tutte le cose appaiono incatenate, intrecciate, innamorate, senza quelle visibili distinzioni tanto care all'Io razionale, che per questo si difende dall'inoltrarsi negli abissi del cuore.

Finché un giorno incontriamo qualcuno che nel suo volto riflette questi abissi e, come uno specchio, ce li rinvia come domanda inquietante che turba la visione fino allora chiara e lucida che il nostro Io s'era fatto del mondo. A quel punto, quando il riflesso è reciproco, è amore, come inevitabile messa a nudo di sé tramite l'altro. La scoperta della nostra follia segreta ci attrae e ci inquieta, ma con le sole forze dell'Io non possiamo inoltrarci in quelle regioni che o sono inaccessibili o ci possono travolgere. E allora abbiamo bisogno dell'altro, come Dante di Virgilio per scendere all'Inferno. Amiamo l'altro perché tramite lui scopriamo noi stessi, e l'altro tramite noi scopre se stesso. Per questo non amiamo chiunque, ma solo chi riflette fedelmente i nostri abissi. Qui è anche l'essenza del pudore che ci vieta di metterci a nudo con chiunque, ma solo con chi è fedele riflesso della parte sconosciuta di noi. Solo con lui o lei possiamo scendere nella nostra follia che ci affascina, sperando di poter riemergere e non restarne prigionieri. Apparentemente amiamo l'altro, in realtà, tramite l'altro, amiamo le nostre imperscrutate profondità. Una volta scesi nella nostra follia, grazie alla mediazione dell'altro a cui riconosciamo "di averci fatto impazzire", "di averci fatto perdere la testa", non riemergiamo più quali eravamo, perché, dopo esserci concessi al cedimento dell'Io, l'altra parte di noi ci ha contaminato. E per effetto di questa contaminazione, qualunque sia l'esito della vicenda d'amore, noi non siamo più quel che eravamo. Questa continua rinascita, sia nei segreti della fedeltà sia in quelli del tradimento, è ciò a cui la vita, che non può vivere se non nel continuo rinnovamento di sé, ci invita, con quello sguardo ora seducente ora inquietante che ciascuno incontra in ogni vicenda d'amore, dove però non è l'altro che incontriamo, ma l'abisso della nostra anima che l'altro riflette. Amore dell'altro, quindi, dettato dall'amore di sé. Di questo era ben consapevole Platone là dove scrive: "Gli amanti che passano la vita insieme non sanno dire che cosa vogliono l'uno dall'altro. Non si può certo credere che solo per il commercio dei piaceri carnali essi provano una passione così ardente a essere insieme. È allora evidente che l'anima di ciascuno vuole altra cosa che non è capace di dire, e perciò la esprime con vaghi presagi, come divinando da un fondo enigmatico e buio".


cris-hestia · 95 visite · 0 commenti
Categorie: filosofia, psicologia
28 Gen 2010 
Chiamiamo "idealizzazione" quella tendenza che falsa il giudizio, come avviene ad esempio invariabilmente nel caso delle infatuazioni amorose, dove l'Io diventa sempre meno esigente, più umile, mentre l'oggetto sempre più maginfico, più prezioso, fino ad impossessarsi da ultimo dell'intero amore che l'Io ha per se, di modo che, quale conseguenza naturale, si ha l'autosacrificio dell'Io. L'oggetto ha per così dire divorato l'Io"...Sigmund Freud...

Non ci si può innamorare se non si idealizza la persona amata, se la fantasia non interviene a farne qualcosa di unico, di inequiparabile. Certo, più si scalano le montagne più pericolosi diventano i precipizi. Ma senza la prossimità dei precipizi, alle altezze che si è voluto raggiungere non c'è brivido. Nel nostro caso brivido d'amore. L'idealizzazione è terribilmente pericolosa quando ci si innamora, perchè gli ideali si appannano facilmente, gli incantesimi si spezzano, gli effetti magici si dissolvono, i trucchi prima o poi vengono a galla. Dopo la prima notte di passione Romeo e Giulietta temono la luce, perchè l'aspra luce del mattino dissipa, il giorno dopo, l'incanto del chiaro di luna. Potremmo dire che l'idealizzazione ci impoverisce perchè tutto ciò che ha valore è collocato nell'altro. E se l'altro non ricambia l'idealizzazione di cui è stato investito, se quanto abbiamo trasferito in lui non ritorna, allora o siamo capaci di rompere l'incantesimo e vedere l'altro in una prospettiva più sobria e realistica, o precipitiamo nel rifiuto di noi stessi, svuotati come siamo di ogni nostro valore che nell'idealizzazione abbiamo attribuito all'altro. E allora se non è suicidio è inconsolabile depressione. Idealizzando l'altro, ci siamo svalutati e staccati dalla realtà. E siccome la nostra stabilità dipende dalla valutazione accurata del reale, innamorarsi idealizzando per la psicoanalisi è molto pericoloso. Pericoloso, ma inevitabile. Perchè il desiderio non si attiva senza idealizzazione, senza immaginare nell'altro quelle qualità che lo rendono unico, speciale, straordinario. E' lo stesso Freud a dirci che la percezione della realtà non è qualcosa di passivo, ma una costruzione attiva, dove l'immaginazione, la fantasia, il desiderio intervengono a trasfigurare i dati di realtà, affinchè questi possano assumere un senso per noi. Dal punto di vista dell'innamorato l'oggettività è un ideale impossibile, è il desiderio di pervenire a una sicurezza che non sarà mai raggiunta. La convinzione di conoscere realmente l'altro in modo oggettivo, affidabile e prevedibile è una delle tante illusioni, anzi, forse l'ultima illusione promossa da quella passione che non vuole mai incontrare la delusione. Le caratteristiche adorate dell'altra persona possono anche non essere affatto illusorie, ma siccome perdere chi è "unico al mondo" è molto più doloroso che perdere uno qualsiasi, dall'idealizzazione di solito ci si difende o troncando la relazione dopo il primo incontro, o aggrappandosi alle imperfezioni e ai difetti della persona amata per tenere a bada la fascinazione. Meglio spegnere una stella o offuscarne la luce, piuttosto che correre il rischio che quella stella non splenda per noi. Brividi sì, ma brividi sicuri. Amare è volere. Se amiamo ciò che ha pregio e risponde all'ideale è perchè quell'ideale non c'è e con l'amore lo vogliamo realizzare. Ora quello che noi vogliamo, appunto perchè lo vogliamo non c'è già al mondo. Noi non vogliamo la terra, ma il possesso della terra, ossia la terra che sia nostra, da noi posseduta, ed entrata a far parte della nostra vita. Allo stesso modo amiamo un essere animato, allo stesso modo amiamo un essere spirituale o umano, una persona. La quale amata da noi, è ricreata dal nostro amore. Capaci d'amore non sono mai coloro che stanno in attesa dell'incontro della loro vita, ma coloro che lo creano trasformando il reale secondo il proprio ideale. La persona amata è quella ricreata dal nostro amore. E' ricreata immediatamente e mediatamente: essa, cioè, è un nuovo essere per noi fin da quando iniziamo ad amarla; ma si fa realmente un essere sempre nuovo, si trasforma continuamente in conseguenza del nostro amore, che agisce su di essa. Insomma, l'oggetto d'amore qualunque esso sia, non preesiste all'amore, ma è da questo creato. Vano quindi cercarlo con l'intelligenza astratta o il "sano realismo" che presume di conoscere le cose come sono in se stesse. Su questa via non può trovarsi se non la mancanza di ciò che si ama ed è degno di essere amato. Si trova il difetto, il male, il brutto: ciò che non si amerà mai, perchè, per definizione, è ciò che invece si odia. L'innamorato non deve quindi aver terrore dell'idealizzazione, qualora ne fosse cosciente perchè è da questo processo che dipende la sua condizione stessa, perchè è dall'incontro con quella persona ideale ( e forse idealizzata) a percorrere con noi il suo cammino, che nasce il meraviglioso corollario di emozioni legate all'amore.

cris-hestia · 304 visite · 0 commenti
Categorie: filosofia, psicologia
20 Gen 2010 
La figura di Diotima appare nel Simposio di Platone, nominata da Socrate
Platone ragionava dell’amore avendo una concezione dell’essere che non corrisponde veramente all’esperienza di chi ama. Chi ama sa che c’è altro, perché ne dipende e ne dipende la sua felicità; Platone pensa all’essere come uno, immutabile e beato, autosufficiente, e pensa all’amore come a un mezzo per elevarsi a un essere così inteso. Tra questa concezione e quella esperienza, il tramite è costituito dalla nozione di possesso. Il filosofo inaugura così la metafisica patriarcale che concepisce la relazione non nei termini di uno scambio ma nei termini di una appropriazione di una proprietà, tra un soggetto e un oggetto (di desiderio, conoscenza, azione). così si spenge la creatività dell’essere. Il possesso dell’altro fissa il desiderio e fissa il senso dell’essere, mettendo fine allo scambio aperto dal senso di mancanza.
Diotima, la maestra di Socrate, insegnava tutt’altra cosa, e cioè che l’amore, per chi ama, non è un mezzo per arrivare alla scienza del bene, del bello e del vero, perché l’amore, vagabondo, mediatore e mendicante, è esso stesso quella scienza; e che l’essere non è né uno né due, ma passaggio. Amore per lei era passaggio ad altro, riconoscimento dell’altro, relazione, era mancanza accettata, era apertura, andirivieni, accadimento, precarietà, contingenza, era attesa ed irruzione d’altro. Questo è l’essere, secondo l’intelligenza d’amore dei testi della mitologia mistica femminile, la capacità di agire efficacemente facendo riposare la volontà, la nostra povera, buona volontà che lavora da più di duemila anni ed è esausta, e facendo lavorare al suo posto il desiderio, per il quale lavorare non è più faticoso che giocare per le creature bambine.
Le condizioni perché il desiderio possa così lavorare sono quelle di una pratica politica ben trovata. La storia del movimento delle donne è la storia delle sue pratiche, che hanno tutte in comune due tratti: il partire da sé e il primato della relazione, che fa dell’altro non un opposto a sé, non un oggetto di conoscenza e volontà, ma il termine di una relazione di scambio in cui il sapere nasce e la volontà va in vacanza uscendo da sé per far posto all’altro, come accade nella relazione che dà vita a una nuova vita. L’esporsi agli incontri e ai rapporti diventa così fonte di esistenza libera. Per quello che di sé cambia in quella esposizione. Perché non c’è altro modo di cambiare le cose che essere disposti al cambiamento di sé, e il paradigma perenne di questa disponibilità è l’innamoramento. L’amore che vuole essere all’altezza ma non teme di essere trovato mancante, e converte il piombo di una insopportabile dipendenza nell’oro di una mancanza accettata che apre la porta all’altro.

cris-hestia · 106 visite · 0 commenti
Categorie: filosofia
18 Gen 2010 
cris-hestia · 88 visite · 0 commenti
Categorie: filosofia

1, 2  Pagina Successiva