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Attraversiamo il giardino,ed entriamo nella casa dell'anima
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"L'amore non è un bisogno! Cos'è l'amore? Quando sei totalmente solo, felice, gioioso e con un animo in celebrazione, in te si accumula un'energia immensa. Non hai bisogno di nessuno. In quello stato l'energia è tale e tanta che vorresti condividerla, per cui inizi a donarla. La doni perché hai tantissimo, dai senza chiedere niente in cambio: quello è amore.
Pochissime persone realizzano l'amore e sono persone che, prima, hanno realizzato la solitudine.
E quando sei solo, la meditazione accade in modo naturale, semplice e spontaneo. In questo caso è sufficiente che ti sieda in silenzio, senza fare nulla e sei in meditazione. Stai semplicemente seduto, oppure cammini, oppure fai le tue cose e la meditazione accade, come un'atmosfera che ti circonda, come una nuvola bianca che ti avvolge.
Sei inondato dalla luce e quella freschezza continua a sorgere in te. In quello stato cominci a condividere, cos'altro potresti fare?
Quando nel tuo cuore nasce un canto, devi cantare. Quando nel tuo cuore nasce l'amore, devi inondare gli altri.
Quando la nuvola è gonfia di pioggia, deve scaricarsi, quando il fiore è colmo di fragranza, deve diffonderla nel vento.
La fragranza si diffonde senza una direzione, non è orientata verso qualcuno, il fiore non aspetta per chiedere: cosa riceverò in cambio, è felice che il vento abbia avuto la gentilezza di sollevarlo dal peso del suo profumo. Questo è vero amore, privo di qualsiasi possessività.
Questa è meditazione, priva di qualsiasi sforzo."
OSHO
Dubbi sull'annuncio di scienziati Usa sulle origini anatomiche della personalità
Sembra che la scienza riscuota i suoi maggiori successi di pubblico quando fa incursioni in terra filosofica, dicendo magari, come riferivano qualche mese fa i giornali, di aver trovato la localizzazione dell'anima, o come dicono oggi un gruppo di ricercatori dell'Università di San Francisco, di aver individuato nei lobi fronto-temporali l'area del cervello che controlla la nostra identità, il nostro profilo personale, lo stile della nostra vita.
"Noi pensiamo alla nostra identità - dicono i neurologi americani - come a qualcosa determinato da noi, mentre è un processo anatomico simile agli altri". Se le cose stanno così, allora dobbiamo dire che questo processo anatomico funziona malissimo, perché l'identità che dovrebbe controllare non è una cosa che esiste, ma una costruzione a cui ogni giorno ci dedichiamo, nel tentativo di rintracciare in noi una continuità che ci renda riconoscibili a noi stessi oltre che agli altri.
La psichiatria del primo Novecento con Blueler, Jung e i loro studi sulla schizofrenia, aveva ipotizzato che questa sindrome, che manifesta una dissociazione della personalità, non fosse, come fino allora si credeva, una "degenerazione" del nostro Io o, se si preferisce, della nostra identità, ma fosse la condizione in cui ciascuno di noi nasce e che si conserva latente anche dopo la costruzione del nostro Io. In altri termini noi nasciamo come una moltitudine di personalità di cui una diventa egemone, e quella noi chiamiamo nostra identità o più semplicemente Io.
La nascita dell'Io non sopprime le altre personalità latenti. Queste continuano ad avere una loro vita sotterranea e una di loro può sempre prendere il sopravvento sull'Io e governare a tratti il nostro modo di essere al mondo. Per farne esperienza non è necessario cadere in una crisi schizofrenica, è sufficiente drogarsi, o bere un bicchiere di troppo, per sentirci dire all'indomani da chi ci conosce: "Ieri sera non eri più tu", che tradotto significa: la tua identità è stata sommersa e al suo posto ne è subentrata un'altra che ti ha fatto dire cose che non sono da te e fare azioni che normalmente non fai.
Dunque l'identità è qualcosa di precario, di fragile, che necessita di un continuo soccorso, perché se dovessimo essere davvero "noi stessi", ci abbandoneremmo all'aggressività, alla sessualità, alla dolcezza, alla disperazione, non appena le circostanze ci invitano. Che cos'è allora l'identità? Una struttura di controllo che cerca ogni giorno di tenere a freno tutte le altre nostre latenti identità, in modo da consentire a noi di riconoscerci abbastanza identici a noi stessi, e agli altri di riscontrare la nostra identità, in modo da rendere possibile quei rapporti fiduciari su cui si fondano le relazioni sociali. Che cosa significa allora scoprire l'area del nostro cervello che controlla la nostra identità, il nostro Io, o, come lo definiscono gli americani il nostro "Self"? Significa scoprire l'area che ospita i freni inibitori. Niente di più e niente di meno di quello che la psichiatria del primo Novecento aveva ipotizzato e la psicoanalisi di Freud ampiamente descritto.
Capisco che gli scienziati non sono molto raffinati nell'uso delle parole filosofiche, ma dire che il nostro Io non è qualcosa determinato da noi bensì un processo anatomico del cervello significa negare quell'evidenza che è l'uso quotidiano della nostra libertà.
L'identità la perdo e la recupero ogni giorno sollecitato dalle circostanze della vita, e in questa capacità di perdere e di recuperare c'è tutto il gioco della mia libertà, che è poi un gioco di maschere che rende l'uomo adattabile alle mille situazioni diverse della vita. Qui cade la differenza tra l'uomo e l'animale che non è libero.
Spero che gli scienziati, nel loro furore deterministico, non ci tolgano la differenza che ancora sembra distinguere l'uomo dall'animale, una differenza che non è da ricercare tanto
nelle regioni dello spirito, quanto nell'imprecisione della materia, nella scarsa codificazione istintuale dell'uomo che, invece di essere fissato in un'identità rigida.
Non per disperazione, infatti, ma per celebrare la libertà umana Nietzsche poteva dire: "Dammi ti prego una maschera, e un'altra maschera ancora". In questo modo Nietzsche definiva la nostra identità come disponibilità, più o meno sciolta, a indossare maschere, per essere più armonici con le situazioni più diversificate della vita
“ Se Dio non volesse che nel mondo avessero luogo le peggiori e più vergognose azioni, lungi dal dubbio con un solo gesto caccerebbe e bandirebbe dai confini della terra tutte le azioni ignominiose: infatti, chi di noi può mettersi contro la divina volontà? In che modo è possibile pensare che i delitti siano commessi contro la volontà di Dio, se egli da’ ai criminali, nel momento di compiere un delitto, la forza necessaria per compierlo? A questo punto, se l’uomo si perde contro la volontà di Dio, Dio è più debole dell’uomo, che si oppone a lui e vince. Si capisce che Dio desidera il mondo quale è: se lo volesse migliore, lo avrebbe.
| PELLE DI FOCA In un tempo lontano lontano, perduto per sempre, che mai tornerà, i giorni sono di neve bianca, e in lontananza i minuscoli granelli sono persone o cani oppure orsi. Qui nulla fiorisce spontaneamente. I venti soffiano tanto forti che tutti devono di necessità indossare giacche a vento, stivali e berretti. Qui, all'aperto le parole si congelano, e intere frasi devono essere rotte sulle labbra di chi parla e disgelate accanto al fuoco, per vedere che cosa è stato detto. Qui la gente vive nella bianca ed abbondante capigliatura della vecchia Annaluk, la vecchia nonna, la vecchia maga che è la Terra stessa. E in questa terra viveva un uomo, un uomo così solo che negli anni le lacrime avevano scavato abissi sulle sue guance. Cercava di sorridere e di stare contento. Andava a caccia, dormiva beneMa desiderava tanto una compagna umana. Talvolta, quando si avvicinava al suo kajak una foca, rammentava le antiche storie sulle foche ch'erano un tempo esseri umani, e a ricordare quel tempo restavano gli occhi, capaci di sguardi saggi, e amorosi, e selvaggi... |
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| E allora talvolta sentiva così dolorosamente la sua solitudine che le lacrime scendevano lungo i crepacci del volto.Una volta cacciò fino a notte fonda senza trovare nulla. Mentre la luna si levava alta nel cielo e il ghiaccio brillava, raggiunse un grande scoglio sul mare, e su quell'antico scoglio apparve un movimento di grazia eccelsa. Remò lentamente e silenziosamente per avvicinarsi, ed ecco che sullo scoglio possente danzavano delle donne, nude come il giorno in cui le loro madri le avevano partorite. Rimase a guardare. Le donne parevano essere fatte di latte di luna, con la pelle punteggiata d'argento come i salmoni a primavera, e piedi e mani sottili e leggiadri. Tanto erano belle che l'uomo rimase sbalordito, mentre le onde leggere lo trasportavano sempre più vicino allo scoglio. Sentiva ora le magnifiche risa delle donne, quanto meno pareva ridessero, o era forse l'acqua intorno allo scoglio che rideva? L'uomo era confuso perché era abbagliato. La solitudine che gli era pesata sul petto come una pelle intrisa d'acqua era in qualche modo svanita, e senza riflettere, quasi così dovesse essere, saltò sullo scoglio e rubò una delle pelli di foca che vi giacevano. Si nascose dietro uno spuntone e infilo una pelle di foca nel suo qutmguk, la giacca di pelliccia. Ecco che subito una donna chiama con la voce più bella che mai avesse udito…come quella delle balene all'alba…o quella dei lupacchiotti che ruzzolano a primavera. Che cosa andavano ora facendo le donne? Infilavano la loro pelle di foca e una dopo l'altra scivolavano nel mare, urlando e uggiolando felici. Una no. Cercava dappertutto ma non riusciva a trovare la sua pelle. L'uomo prese coraggio e neanche sapeva perché. Le si mostrò: "Sii mia moglie, io sono un uomo così solo". "Oh io non posso esserti moglie, io appartengo agli altri, quelli che vivono di sotto" "Sii mia moglie" insistette l'uomo " tra sette estati ti restituirò la pelle di foca e potrai restare o andartene, come tu vorrai". La giovane donna-foca lo guardò a lungo in volto con quegli occhi che parevano umani. Riluttante disse: "Verrò con te, tra sette estati si deciderà". Ebbero un bambino e lo chiamarono Ooruk. E il bambino era agile e grassoccio. In inverno la madre raccontò a Ooruk le storie delle creature che vivono sotto al mare mentre il padre tagliava a piccoli pezzi un orso con il suo lungo coltello affilato. Quando la madre portava il piccolo Ooruk a letto, gli indicava attraverso l'apertura per il fumo le nuvole e tutte le loro forme e raccontava storie di trichechi, balene, foche e salmoni, perché erano quelle le creature che conosceva. Ma col passare del tempo la sua carne prese a seccarsi. Prima si sfaldò, poi si incrinò. Cominciò a cadere la pelle delle palpebre e caddero a terra anche i capelli. Diventò del più pallido bianco. Cercò di nascondere la sua debolezza. Ma i suoi occhi si offuscavano sempre di più e la vista le si faceva sempre più debole. E così andarono le cose finchè una notte il piccolo Ooruk non fu svegliato da un urlo, e del tutto insonnolito si levò a sedere sulle pelli del letto. Sentì come il ringhiare di un orso, che era suo padre che picchiava sua madre. Udì un pianto come di argento tintinnante sulla pietra, che era sua madre. "Hai nascosto la mia pelle di foca sette anni or sono, ora giunge l'ottavo inverno. Voglio che mi sia restituito ciò di cui sono fatta" gemeva la donna foca. "devo avere ciò a cui appartengo". "E tu mi lascerai senza moglie, e lascerai il bambino senza madre. Sei cattiva". E il marito strappò la porta leggera e sparì nella notte. Il bambino amava molto sua madre. Temeva di perderla e pianse fino a piombare nel sonno, per essere risvegliato dal vento. Un vento strano, che pareva chiamarlo. Saltò fuori dal letto. Udendo ripetere il suo nome si precipitò fuori nella notte stellata. Corse alla scogliera e in lontananza, sul mare agitato dal vento, scorse una grande foca argentea e irsuta dalla testa enorme, con le vibrisse che scendevano fino al petto, gli occhi di un giallo scuro. "Ooooooruk". Il bambini a fatica discese giù lungo la scogliera e in fondo incespicò su una pietra, no, un involto, rotolato giù da una fenditura nella roccia. "Oooooruk". Il bambino aprì l'involto e lo scosse, era la pelle di foca di sua madre. Sentiva tutto il suo odore. L'anima della madre lo attraversò come un improvviso vento d'estate. Si portò la pelle al volto e l'anima di sua madre attraversò di nuovo la sua. E la vecchia foca argentea lentamente si immerse nelle acque profonde. Il bambino si inerpicò su per la scogliera e corse con la pelle di foca che gli svolazzava dietro, e si precipitò in casa. Sua madre lo accarezzò, e accarezzò la pelle, e socchiuse gli occhi, grata perché entrambi erano salvi. Infilò la sua pelle di foca. Sollevò il piccolo e se lo mise sotto il braccio e corse verso il mare ruggente. "Oh madre non lasciarmi" implorò Ooruk. Lei voleva restare con il suo bambino, ma qualcosa la chiamava, qualcosa di più antico di lei, di più antico del tempo. Si volse verso di lui con uno sguardo di terribile amore negli occhi. Prese il viso del bambino tra le mani e soffiò il suo dolce respiro nei suoi polmoni. Allora, tenendolo sotto il braccio come un involto prezioso, si tuffò in mare, sempre più a fondo, e la donna-foca e il suo bambino respiravano agevolmente nell'acqua. E scesero nuotando sempre più a fondo, fino a raggiungere la grotta delle foche dove creature di ogni genere banchettavano e cantavano, danzavano e parlavano, e la grande foca argentea che aveva chiamato Ooruk nella notte abbracciò il bambino e lo chiamò nipote. "Come sono andate le cose lassù figlia?" domandò la grande foca argentea. La donna foca guardò in lontananza e disse: "Ho ferito un essere umano…un uomo che ha dato tutto per avermi. Ma non posso tornare da lui, perché se lo facessi resterei prigioniera.". "E il bambino?" domandò la vecchi foca. "Il mio nipotino?". Lo disse con tanto orgoglio che la voce gli tremò. "Lui deve tornare. Non può fermarsi. Non è ancora tempo che resti con noi". E pianse. E insieme piansero. Passarono alcuni giorni e alcune notti, per l'esattezza sette, e in quel tempo gli occhi e i capelli della donna ritrovarono l'antica lucentezza. Diventò di un bel colore bruno, ritrovò la vista, il suo corpo ritrovò le sue rotondità, e potè nuotare a suo agio. E venne il tempo di restituire il bambino alla terra. Quella notte la vecchia foca e la bella madre del bambino nuotarono tenendolo in mezzo a loro. Risalirono, risalirono dalle profondità verso il mondo di sopra. Là, al chiarore della luna, delicatamente poggiarono Ooruk sulla riva pietrosa. La madre lo rassicurò: "Sarò sempre con te. Tocca quel che ho toccato, i legnetti per accendere il fuoco, il mio coltello, le incisioni che ho fatto sulla pietra di lontre e foche, e io soffierò nei tuoi polmoni un vento affinchè tu possa cantare le tue canzoni. Più volte la vecchia foca argentea e sua figlia baciarono il bambino. Infine si allontanarono al largo e con un ultimo sguardo scomparvero tra le onde. E Ooruk, siccome il suo tempo non era ancora venuto, rimase. Passò il tempo e diventò un grande suonatore di tamburo, cantore e artefice di storie, e si disse che tutto ciò accadde perché il bambino era sopravvissuto ed era stato riportato dalle profondità del mare dagli spiriti delle foche. Ora, nelle grigie brume del mattino, talvolta lo si vede ancora, ripiegato in ginocchio su una certa roccia del mare, mentre pare parlare con una certa foca che spesso si avvicina alla riva. Molti hanno cercato di catturarla, ma nessuno ci è mai riuscito e' nota come Tanqigcaq, la brillante, la sacra, e si dice che sebbene sia una foca, i suoi occhi sono capaci di sguardi umani, saggi, selvaggi e amorosi. Perdita del senso dell'anima come iniziazione: la foca è un simbolo dell'anima selvaggia. E' affettuosa e un sorta di purezza emana da lei, è anche prontissima a reagire. Così è l'anima. Si libra nelle vicinanze. Nutre lo spirito. Non fugge quando percepisce qualcosa di nuovo o insolito o difficile. L'anima delle donne giovani o inesperte non conosce le intenzioni altrui o il potenziale pericolo. Avviene allora il furto della pelle di foca. Per lo più il furto (della grande occasione della vita, dell'amore o del proprio spirito) avviene approfittando del lato debole: per ingenuità, scarsa intuizione dei moventi altrui, inesperienza nell'immaginare il futuro, mancanza di attenzione per gli indizi presenti nell'ambiente intorno. L'essere derubati si trasforma in un'occasione di iniziazione archetipa. Si rinforza la decisione di lottare per una redenzione consapevole, si chiarisce cosa è soprattutto importante per noi, si sente la necessità di un progetto di liberazione psichica, di mettere in atto la nuova saggezza. La perdita della pelle: lo sviluppo della conoscenza deriva dall'iniziale inconsapevolezza, seguita da un inganno e poi dalla scoperta del modo per riconquistare il potere. Ogni donna lontano dalla sua casa-anima alla fine si esaurisce. Allora si rimette a cercare la sua pelle per resuscitare il suo senso dell'io e dell'anima. A mano a mano perdiamo la sensazione di essere completamente nella nostra pelle. La pelle-anima svanisce quando non prestiamo attenzione a ciò che stiamo veramente facendo, e in particolare a quanto ci costa. La perdiamo lasciandoci troppo coinvolgere dall'io, diventando troppo esigenti, facendoci martirizzare, lasciandoci trascinare da un'ambizione cieca, abbandonandoci all'insoddisfazione, pretendendo di essere una fonte inesauribile per gli altri, non facendo tutto il possibile per aiutarci. Tutte le creature della terra tornano a casa. Ci sono donne che subiscono il furto a causa di rapporti con persone che non sono nella loro pelle, e talune relazioni diventano perniciose. Ci vogliono forza e volontà per superare queste relazioni ma lo si può fare se si torna a casa, al nucleo di sé. Se la pelle può andare perduta per un amore sbagliato o devastante, può andare perduta anche in un amore bello e profondo. Il furto dipende infatti dal costo che rappresenta per noi. Quel che una relazione ci prende in tempo, energia, osservazione, attenzione, cure, addestramento, presenza, insegnamento. Questi movimenti della psiche sono come prelevamenti dai risparmi psichici. E' l'andare in rosso che provoca la perdita della pelle e l'offuscamento dei nostri istinti più acuti. Tutte noi saliamo sullo scoglio e danziamo, senza prestare attenzione. E a un tratto non riusciamo più a trovare quel che ci appartiene o ciò a cui apparteniamo. Vaghiamo un po' stupefatte. Non va bene fare scelte in un momento così, ma noi le facciamo. Perdere la pelle è perdere la protezione, il calore, il sistema di allarme, la vita istintiva. Essere senza pelle induce a perseguire quel che si pensa di dover fare e non quello che davvero si desidera. Si segue chiunque o qualsiasi cosa impressioni con la sua forza, si diviene scherzose invece che incisive, si butta sul ridere, ci si sbarazza delle cose. Ci si ritrae dal passo successivo, dalla discesa e da un soggiorno lungo abbastanza perché qualcosa possa accadere. L'uomo solitario: immaginiamo che l'uomo che ruba la pelle di foca rappresenti l'io della psiche femminile. All'inizio l'io, con i suoi appetiti, spesso prevale. Ma a un certo punto, intorno ai vent'anni, ai trenta, o più spesso ai quaranta, lasciamo che sia l'anima a prevalere. Fin dalla nascita c'è il bisogno che sia l'anima a guidare la nostra vita, perché l'io può comprendere un tanto, e nulla più. Si spaura, vuole fatti percettibili, è solo e limitato. L'uomo solitario del racconto cerca di partecipare alla vita dell'anima. Ma cerca di afferrarla invece di instaurare un rapporto. L'io ruba la pelle di foca perché, solo e affamato, ama la luce. L'anima è costretta a una relazione con l'io. Questo crea un temporaneo arrangiamento che produrrà un piccolo spirito capace di coabitare tra mondano e selvaggio. Lo spirito bambino: l'unione tra io e anima produce lo spirito bambino. Questo piccolo spirito è la niña milagrosa, capace di udire il richiamo, la voce lontana che dice: è tempo di tornare a sé. E' il piccolo che riporta la pelle di foca alla madre e le consente di tornare a casa. E' un potere spirituale che ci incita a continuare il nostro lavoro importante, a cambiare la nostra vita, a migliorare la comunità, a dare una mano per cambiare il mondo…tornando a casa. Inaridimento e mutilazione: in genere depressioni, noia e confusioni deliranti sono provocate da una vita dell'anima severamente ristretta. Quando siamo ormai inaridite cerchiamo di camminare tutte bloccate, per far vedere che ce la facciamo, che va tutto bene. ma la vita è umiliata, il costo altissimo. E' necessario un ritorno nella propria pelle, al proprio senso istintuale, a casa. E' difficile riconoscere una condizione di inaridimento se non corriamo un grosso pericolo. Allora si sente il richiamo alla propria vera natura. Ascoltare l'antico richiamo: la voce in sogno è considerata un messaggio diretto dell'anima. Nella storia la vecchia foca sale dal mare per lanciare il richiamo, finchè qualcosa in noi non risponde. Il segnale parte quando qualcosa comincia ad essere troppo. Di fronte al troppo, a poco a poco ci inaridiamo, il cuore si stanca, le energie decrescono, e il misterioso desiderio di qualcosa si leva sempre più in alto. Il richiamo va seguito anche quando non abbiamo la minima idea di dove andare. Sappiamo soltanto che dobbiamo alzarci e andare a vedere. Alla fine inciamperemo nella pelle di foca. Un soggiorno troppo protratto: la donna-foca si dissecca perché resta troppo a lungo lontana da casa. Nel racconto diventa una versione anemica di quello che fu. Non bisogna consumarsi la vita in un matrimonio, una fatica o uno sforzo inutili o poco gratificanti. Se si resta lontane da casa troppo a lungo si è meno capaci di avanzare nella vita. Un ritorno a casa è molte cose diverse per donne diverse. molti sono i modi per tornare a casa: alcuni profani, altri divini. Rileggere passi di libri o poesie; passare qualche minuto in riva al fiume; sedere sotto il portico a rammendare qualcosa; camminare senza meta; salutare il sole che sorge; pregare; tenere in braccio un bambino piccolo; aprire le mani sotto la pioggia; contemplare la bellezza, la grazia, la commovente fragilità degli esseri umani. Il continuo rimandare il ritorno può essere dovuto all'identificazione della donna con l'archetipo della guaritrice. Questo archetipo porta saggezza, bontà, sapienza, ma solo fino a un certo punto, oltre è d'impedimento alla nostra vita. Per evitare la trappola bisogna imparare a dire : "Alt" e "Basta con la musica". Il fondamentale istinto selvaggio che decide "solo fin qui e non oltre, solo questo e niente più" deve essere recuperato e sviluppato. Meglio tornare a casa per un po', anche se gli altri si irritano, che restare e peggiorare, fino a cadere a pezzi. Se non andiamo a casa quando è tempo di andare perdiamo la concentrazione. Non potete ritornare nell'utero, ma potete ritornare alla casa-anima. Lo scioglimento, il tuffo: la casa è là dove un pensiero o una sensazione possono svilupparsi invece di essere interrotti o di esserci strappati perché altro richiede la nostra attenzione o il nostro tempo. Quando è tempo è tempo, anche se non siete pronte, anche se tante cose restano da fare. Per alcune casa è la ripresa di qualche impresa abbandonata. Per alcune casa è un bosco, un deserto, un mare. ogni donna sa in cuor suo quanto a lungo e con quale frequenza deve tornare a casa. Respirare sott'acqua: la donna foca porta il bambino a trovare quelli che vivono sotto. Il bambino rappresenta un nuovo ordine della psiche, è un essere mediale, capace di attraversare entrambi i mondi, non è completamente io né completamente anima, è una cosa di mezzo. La donna foca del racconto è un'emanazione dell'anima. E' in grado di vivere in tutti i mondi, ma non può restare troppo a lungo sulla terra. Lei e il pescatore (l'io psiche) creano un bambino che può vivere anch'esso nei due mondi, ma non può restare troppo a lungo nella casa-anima. La donna foca, l'io-anima, passa idee, sentimenti, pensieri e impulsi dall'acqua all'io mediale, che a sua volta li porta a terra e alla consapevolezza del mondo esterno. C'è anche il percorso inverso: gli eventi della vita quotidiana, i traumi e le gioie, i timori e le speranze, vengono passati all'anima, che li commenta nei sogni notturni e manda le sue sensazioni verso l'alto attraverso il corpo. La donna selvaggia è una combinazione di buon senso comune e di senso dell'anima. La donna mediale è il suo doppio, è di questo mondo ma può raggiungere gli angoli più riposti della psiche. L'emersione: ma non possiamo restare sott'acqua per sempre, dobbiamo risalire in superficie. Il rimedio a questo lutto è dato dalla donna foca al suo bambino: "sarò sempre con te". Come il bambino della donna foca impariamo che avvicinarci alla creazione della madre anima è esserne ricolmate. Anche se si torna tra la gente, tutta la sua forza si sente nei poteri femminili di introspezione, passione e connessione alla natura selvaggia. Se manterremo i contatti con gli strumenti della forza psichica, sentiremo il suo respiro. Ooruk resta a terra, ha la promessa. Non appena torniamo al mondo rumoroso tutto ha un aspetto leggermente estraneo. La sensazione di venire da un mondo estraneo svanisce dopo poche ore o pochi giorni. Allora passeremo il tempo nella nostra vita mondana, alimentate dall'energia raccolta durante il viaggio a casa. Nel racconto il bambino mette in pratica la natura mediale. Suona il tamburo, canta, diventa cantastorie. Il cantore porta messaggi avanti e indietro, tra la grande anima e l'io mondano. Così il bambino vive quanto la donna foca ha soffiato su di lui. Allora, invece di cercare di "far durare la magia", viviamo. L'esercizio della solitudine intenzionale: il bambino ormai grande s'inginocchia su uno scoglio e conversa con la donna foca. Questo esercizio quotidiano e intenzionale della solitudine gli consente di stare vicino a casa in modo critico, riuscendo a richiamare l'anima nel mondo di sopra per brevissimi periodi. Solitudine non è assenza di energia o di azione, ma un dono di provviste selvagge. Come si fa a richiamare l'anima? In molti modi: con la meditazione, o nei ritmi della corsa, del canto, della scrittura, della pittura, con i riti e i rituali, con l'immobilità, la quiete. Tutte abbiamo uno stato mentale familiare in cui realizzare questo genere di solitudine. Bisogna spengere tutte le distrazioni. La solitudine vive di poco: costa soltanto qualcosa in intenzione e perseveranza, ma qualsiasi tempo e qualsiasi luogo vanno bene. Possiamo vivere sulla terra, ma non per sempre, non senza viaggi nell'acqua e a casa. Le culture esageratamente civilizzate e oppressive cercano di trattenere la donna dal ritorno a casa, troppo spesso le si intima di star lontano dall'acqua, finchè smagrisce e si indebolisce. Ma quando arriva il richiamo, una parte di lei lo ode sempre e va, perché si è preparata a seguirlo. Il ritorno a casa e la conversazione con la foca sono i nostri atti di innata e integrale ecologia, perché sono un incontro con l'anima selvaggia. |
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La monade é una prospettiva sull' universo che si accorda con le prospettive costituenti tutte le altre monadi. In altre parole, ciascuna percezione di una qualsivoglia monade é armonizzata non solo con le percezioni che la precedono e la seguono nella stessa monade, ma anche con le percezioni di tutte le altre monadi, cosicchè tra le sostanze può sussistere un rapporto di strettissima interdipendenza senza che esse esercitino alcuna influenza causale reciproca. Ciò presuppone la dottrina dell' armonia prestabilita, per esporre la quale Leibniz si serve dell' esempio di due orologi che camminano esattamente nello stesso modo, così da indicare sempre la stessa ora. Qualche anno prima di Leibniz é curioso notare come già Francesco Bacone si fosse servito dell' esempio dei due orologi per dimostrare che il peso deriva da una forza di attrazione esercitata dalla Terra. Tornando a Leibniz, la coincidenza tra i due orologi può essere spiegata in tre modi diversi, che, al di là dell' esempio addotto, alludono alle tre maniere in cui si può giustificare la relazione di corrispondenza tra sostanze distinte. Il primo modo é quello di immaginare che i due orologi siano connessi in maniera tale da influenzarsi a vicenda: analogamente la tradizionale concezione della causalità esterna spiega le relazioni reciproche tra le cose. La seconda spiegazione presuppone un abile orologiaio che interviene continuamente sugli orologi per metterli al passo: fuori di metafora, questa é la proposta dell' occasionalismo di Geulincx e Malebranche, per i quali l' accordo tra sostanze diverse ( in questo caso il pensiero e l' estensione cartesiani ) é imputabile al costante e perpetuo intervento straordinario di Dio, che per Leibniz non é altro che l' abile orologiaio della metafora. Il terzo caso si dà supponendo che entrambi gli orologi siano così precisi che, avendo ricevuto la stessa carica, essi debbano semplicemente seguire gli impulsi che gia contengono in se stessi per indicare entrambi la stessa ora: al medesimo principio obbedisce la dottrina dell'armonia prestabilita, secondo la quale all'atto della creazione del mondo Dio ha dato a ciascuna monade una legge di sviluppo che si armonizza con quella di tutte le altre, in modo tale che ogni cosa scaturisca dal suo proprio fondo con una perfetta spontaneita' rispetto a se stessa e nondimeno in conformita' perfetta con tutte le cose esterne. Alla dottrina dell'armonia prestabilita e' strettamente connessa quella secondo cui Dio ha creato il migliore dei mondi possibili: Dalla perfezione suprema di Dio segue che egli, producendo l'universo, ha scelto il miglior piano possibile, in cui c'è la più grande varietà unita al massimo ordine; in cui il terreno, il luogo, il tempo, sono i meglio preparati, il maggior effetto è ottenuto con i mezzi più semplici e le creature hanno la massima potenza, conoscenza, felicità e bontà che l'universo poteva conseguire. Infatti, poiché tutti i possibili pretendono all'esistenza nell'intelletto di Dio, il risultato di tutte queste pretese dev'essere il più perfetto mondo attuale che sia possibile. Senza di ciò non si potrebbe rendere ragione di perché le cose sono andate così e non altrimenti. (Princìpi della natura e della grazia, 10). Ora, siccome nelle idee divine ci sono infiniti universi possibili e di essi non ne può esistere che uno, occorre che ci sia una ragione sufficiente della scelta di Dio, la quale lo determini verso l’uno piuttosto che verso l’altro. E questa ragione non può che trovarsi nella convenienza, nei gradi di perfezione che quei mondi contengono, poiché ogni possibile ha il diritto di pretendere all’esistenza in ragione della perfezione che implica. E proprio questa è la causa dell’esistenza del migliore di essi, che dio conosce tramite la saggezza, sceglie in virtù della bontà e produce in forza della potenza. ( Monadologia ) Si e' gia visto che dio e' la "monade delle monadi", cioe' la monade la cui prospettiva dell'universo include le prospettive di tutte le altre monadi. In realta', in Dio non sono contenute soltanto le prospettive delle monadi esistenti, ma anche quelle che non si sono mai realizzate in nessuna monade: più semplicemente, nella mente infinita di Dio, oltre al mondo esistente, sono contenute le idee di tutti i mondi possibili, vale a dire di tutti i mondi che Dio avrebbe potuto creare in alternativa a quello presente. Sorge allora la domanda: perchè Dio ha creato proprio questo mondo e non un altro degli infiniti possibili? La risposta di Leibniz e' che questo e' il migliore tra tutti. Dio infatti, pur essendo ontologicamente libero di scegliere il mondo che vuole, in quanto infinita bonta' e' moralmente necessitato a scegliere il migliore, cioe' quello in cui e' contenuta la minor quantita' di male. Leibniz risolve cosi anche il problema della teodicea (dal greco theos=dio e dikaios=giusto), ovvero il problema della compatibilita' del male nel mondo con l'esistenza e la bonta' di Dio. Quando dice che il mondo in cui viviamo e' il migliore dei mondi possibili, egli non intende che esso sia immune da mali (cosa che contrasterebbe con la piu elementare delle esperienze), ma che in questo mondo si realizza un rapporto tra bene e male che, tra tutti i mondi possibili, rende compatibile la massima quantita' di bene con la minima quantita' di male. In particolare, Leibniz mostra come una certa quantita di male, sia metafisico sia morale, e' inevitabile in un mondo finito. Il male metafisico e' soltanto un concetto negativo -come gia aveva sostenuto Agostino - che esprime la differenza tra il creato e il creatore, ovvero l'impossibilita' che il mondo e l'uomo abbiano la stessa perfezione di Dio: se cio' avvenisse, il creato sarebbe Dio stesso. Ma anche il male morale nasce dall'imperfezione necessaria dell'uomo. Infatti, le percezioni e le conoscenze umane, per quanto tendano alla perfezione, non possono mai raggiungere quella chiarezza e distinzione assoluta che e' propria di Dio soltanto: nell'uomo rimane dunque sempre un residuo di oscurita' e di confusione che sta all'origine di ogni errore e di ogni peccato. La tesi secondo cui il mondo reale e' il migliore dei mondi possibili, in quanto in esso e' contenuta la minore quantita' possibile di male metafisico e morale, venne definiota da un contemporaneo di Leibniz con un neologismo destinato ad avere molta fortuna: ottimismo. L' ottimismo e' a sua volta connesso con un altro importante aspetto del pensiero leibniziano: il finalismo. In precedenza abbiamo già esaminato il finalismo metafisico e fisico ( che tuttavia non esclude il meccanicismo seicentesco ) che é implicito nella concezione della realtà come energia e attività. Questo stesso finalismo si ritrova nella monade, nella quale esiste un incoercibile impulso a passare a percezioni sempre più chiare e distinte. In ciò la monade consegue una sempre maggiore perfezione: ma poichè quest' ultima consiste nella sempre più chiara comprensione dei legami che connettono la monade a tutto il resto del mondo, cioè dell' armonia che regna tra le diverse realtà dell' universo, essa acquista un significato morale oltrechè cognitivo. Nella contemplazione dell' armonia del mondo l' uomo comprende come nell' universo tutto sia volto al bene e come la sua stessa esistenza individuale debba contribuire a quello scopo: in questo modo egli consegue la destinazione specifica della sua natura e, allo stesso tempo, realizza la felicità a cui ogni uomo aspira. La certezza che questo è il migliore dei mondi possibili, e d'altra parte la possibilità dell'uomo di elevarsi alla conoscenza di Dio grazie alla ragione, costituiscono così i presupposti più solidi per fondare anche l'etica e indicare all'uomo il suo destino: Tutte le menti, sia degli uomini sia dei genii [= angeli], entrando per mezzo della ragione o delle verità eterne in una specie di società con Dio, sono membri della città di Dio, cioè del più perfetto Stato, formato e governato dal più grande e dal migliore dei monarchi: in cui non c'è delitto senza castigo, né buona azione senza ricompensa proporzionata, e infine, tanta virtù e tanta felicità quante ne sono possibili; e ciò non per un deviamento della natura, come se quello che Dio preparava alle anime turbasse le leggi dei corpi, ma per l'ordine stesso delle cose naturali, in virtù dell'armonia prestabilita dall'eternità tra i regni della natura e della grazia, tra Dio come architetto e Dio come monarca; in modo che la natura conduce alla grazia, e la grazia perfeziona la natura con l'avvalersene. [... ] Così, benché la ragione non ci possa insegnare qual è il particolare il grande avvenire, riservato alla rivelazione, noi possiamo essere assicurati da quella stessa ragione che le cose sono fatte in un modo che supera i nostri desideri. Inoltre, poiché Dio è la più perfetta e la più felice delle sostanze, e quindi la più degna d'amore, e poiché il vero amore puro consiste nello stato che fa provar piacere delle perfezioni e della felicità di ciò che si ama, un tale amore deve darci il più grande piacere di cui possiamo esser capaci, quando Dio ne è l'oggetto. (Princìpi della natura e della grazia, 15-16). Certo l' ottimismo di Leibniz incontrò anche ostilità e vi fu chi non esitò a schierarsi contro; va senz' altro ricordata a questo proposito la figura di Voltaire, filosofo francese del 1700, che nel suo Candido muove un' aperta critica a Leibniz e alla sua concezione ottimistica del mondo.
Tutto ciò che accade dalle cose più grandi a quelle più piccole accade necessariamente
Chi crede non pensa; chi pensa non crede.
All'uomo intellettualmente dotato la solitudine offre due vantaggi: prima di tutto quello di essere con se stesso e, in secondo luogo, quello di non essere con gli altri.
Il credente non si lascerebbe strappare la sua fede né tramite argomentazioni né tramite proibizioni. E se anche la cosa riuscisse nel caso di qualcuno, sarebbe una crudeltà. Chi per decenni ha preso sonniferi, naturalmente non può dormire se ne viene privato.
Gli uomini completamente privi di genio sono incapaci di sopportare la solitudine.
Io non ho scritto per gli imbecilli. Per questo il mio pubblico è ristretto.
Quello che abbiamo può non farci felici ma quello che ci manca ci fa sicuramente infelici.
Ogni volere scaturisce da bisogno, ossia da mancanza, ossia da sofferenza. A questa da fine l'appagamento; tuttavia per un desiderio che venga appagato, ne rimangono almeno dieci insoddisfatti; inoltre la brama dura a lungo, le esigenze vanno all'infinito; l'appagamento è breve e misurato con mano avara.
Anzi, la stessa soddisfazione finale è solo apparente: il desiderio appagato dà tosto luogo a un desiderio nuovo: quello è un errore riconosciuto, questo è un errore non conosciuto ancora. Nessun oggetto del volere, una volta conseguito, può dare appagamento durevole... bensì rassomiglia soltanto all'elemosina, la quale gettata al mendico prolunga oggi la sua vita per continuare domani il suo tormento.
Non puoi immaginare quali progressi io mi accorga di compiere giorno per giorno. 4 Tu mi dici: "Riferisci anche a me questo metodo che hai trovato così efficace." Certo desidero travasare in te tutto il mio sapere e sono lieto di imparare qualcosa appunto per insegnarla. Di nessuna nozione potrei compiacermi, per quanto straordinaria e vantaggiosa, se ne avessi conoscenza per me solo. Se mi fosse concessa la sapienza a condizione di tenerla chiusa in me senza trasmetterla ad altri, rifiuterei: non dà gioia il possesso di nessun bene, se non puoi dividerlo con altri. 5 Ti manderò perciò i miei libri e perché tu non perda tempo a rintracciare qua e là i passi utili, li sottolineerò: così troverai subito quello che condivido e apprezzo. Più che un discorso scritto, però ti sarà utile il poter vivere e conversare insieme; al momento è necessario che tu venga, primo perché gli uomini credono di più ai loro occhi che alle loro orecchie, poi perché attraverso i precetti il cammino è lungo, mentre è breve ed efficace attraverso gli esempi. 6 Cleante non avrebbe potuto esprimere compiutamente la dottrina di Zenone se avesse soltanto ascoltato le sue lezioni: fu partecipe della sua vita, ne penetrò i segreti, osservò se viveva secondo i suoi insegnamenti. Platone, Aristotele e tutta la massa dei filosofi, che poi presero strade diverse, impararono più dalla vita che dalle parole di Socrate. Non la scuola di Epicuro, ma il vivere con lui rese grandi Metrodoro, Ermarco e Polieno. E non ti faccio venire solo perché tu ne tragga giovamento, ma anche perché tu mi sia utile; ci aiuteremo moltissimo a vicenda.
7 Frattanto, poiché ti devo il mio piccolo contributo quotidiano, ti dirò il pensiero che oggi mi è piaciuto in Ecatone. "Tu chiedi quali progressi abbia fatto?" egli scrive, "Ho cominciato ad essere amico di me stesso." Ha fatto un grande progresso: non sarà mai solo. Sappi che tutti possono avere questo amico

Quando dico «ti amo» che cosa sto dicendo di preciso? E soprattutto chi parla? Il mio desiderio, la mia idealizzazione, la mia dipendenza, il mio eccesso, la mia follia? E come si trasforma questa parola quando il desiderio si satura, l' idealizzazione delude, la dipendenza si emancipa, l' eccesso si riduce, la follia si estingue? Non c' è parola più equivoca di «amore» e più intrecciata a tutte quelle altre parole che, per la logica, sono la sua negazione. Tutti, chi più chi meno, abbiamo fatto esperienza che l' amore si nutre di novità, di mistero e di pericolo e ha come suoi nemici il tempo, la quotidianità e la familiarità. Nasce dall' idealizzazione della persona amata di cui ci innamoriamo per un incantesimo della fantasia, ma poi il tempo, che gioca a favore della realtà, produce il disincanto e tramuta l' amore in un affetto privo di passione o nell' amarezza della disillusione. Qui Freud ci pone una domanda: «Quanta felicità barattiamo in cambio della sicurezza?». Quanti cambiamenti dell' altro ignoriamo per garantirci un partner prevedibile? L' amore uccide il desiderio. E siccome in qualche modo lo sappiamo non è raro che trasformiamo in abitudini le persone che amiamo, e, attraverso questa degenerazione protettiva, ci garantiamo la sicurezza della casa e ci difendiamo dalla vulnerabilità intrinseca dell' amore. Le caratteristiche adorate dell' altra persona, che un tempo ci avevano fatto innamorare, possono anche non essere affatto illusorie, ma siccome perdere chi è «unico al mondo» è molto più doloroso che perdere uno qualsiasi, dall' idealizzazione di solito ci si difende o troncando la relazione dopo il primo incontro, o aggrappandosi alle imperfezioni e ai difetti del partner per tenere a bada la fascinazione. Meglio spegnere subito una stella o offuscare la sua luce, piuttosto che correre il rischio che quella stella non splenda per noi. Brividi sì, ma brividi sicuri. Si sente dire che, in amore, desiderio da un lato e idealizzazione dall' altro giocano contro il «sano realismo» che forse, oltre a non essere più reale dei desideri e delle idealizzazioni che incendiano le nostre passioni, è solo l' ultima illusione che costruiamo per difenderci anticipatamente dalla disillusione. Ma nelle regioni, abitate dalla prudenza scambiata per «esame di realtà», non è dato incontrare le case d' Amore. E allora è molto più vero dire: «Ti odio perché ti amo. Ti denigro per poter continuare la convivenza con te». Davvero l' odio è il compagno inevitabile dell' amore? Se gettiamo uno sguardo nelle nostre menti, dove si verificano la maggior parte dei crimini passionali, parrebbe che le cose vadano proprio così. In effetti non c' è nessuno che non abbia provato un profondo sollievo quando l' amore sopravvive al primo litigio all' ultimo sangue. Anzi di solito in simili circostanze «si fa l' amore», quasi per celebrarne la profondità e la resistenza che non si sarebbe potuto verificare in nessun altro modo. Sembra quindi che l' odio sia il compagno inevitabile dell' amore, la cui sopravvivenza forse non dipende tanto dalla capacità di evitare l' aggressività, quanto dalla capacità di viverla e di oltrepassarla in nome dell' amore. Ma c' è anche chi non regge il gioco forte dell' amore e dell' odio perché, a un certo punto del percorso, l' amore per sé confligge con l' amore per l' altro. In questo caso non si prova aggressività, ma semmai «ambivalenza», per cui da un lato vogliamo essere con l' altro, ma nello stesso tempo, per salvare la nostra individualità, vogliamo non esserci completamente. Di qui quell' esserci e non esserci, quel rincorrersi e tradire, che fa parte della relazione amorosa. Perché amore è una «relazione», non una «fusione». Nel viaggio che si intraprende fuori dal «noi» e che prescinde dal «noi», è il «noi» che si tradisce, mai il «tu». Quel che si imputa al traditore è di essere diventato diverso e di muoversi non più in sintonia, ma da solo. Soltanto se si accetta il cambiamento dell' altro e lo si accoglie come una sfida a ridefinirsi e a ridefinire la relazione, il tradimento non è più percepito come tradimento. Ma ridefinirsi è difficile così come accettare il cambiamento. Per questo le vie più battute sono quelle della fedeltà, o in alternativa quelle del risentimento e della vendetta. Tutto questo accade perché siamo soliti pensare ad amore come a una vicenda tra uomini e non, come ci ha insegnato Platone, a una vicenda tra uomini e dèi. Proiezioni antropologiche di istinti e pulsioni che l' io razionale «patisce» e perciò legge come «altro da sé». Gli dèi infatti sono dentro di noi e la loro follia ci abita. Per questo l' amore di cui parla Platone non ha la forma di un sentimento umano, ma quella più inquietante della possessione di un dio, per cui non è il nostro io a proferir parola, ma il dio che lo possiede. Quanto basta per farci capire che, in presenza di amore, il nostro io subisce una dislocazione che sposta la nostra riflessione, e ci obbliga a pensare a partire da amore, e non dall' io che inaugura una storia d' amore. Amore, infatti, non è qualcosa di cui l' io dispone, ma semmai è qualcosa che dispone dell' io, qualcosa che lo incrina, che lo apre alla crisi, che lo toglie dal centro della sua egoità, dall' ordine delle sue connessioni, per nessi di tutt' altro genere e forma e qualità. Per questo Platone erge Amore a simbolo della condizione dell' uomo, mai in possesso di sé, ma sempre dilaniato, ragion per cui Amore non è solo vicenda di corpi, ma traccia di una lacerazione, e quindi incessante ricerca di quella pienezza, di cui ogni amplesso è memoria, tentativo, sconfitta.
Tutto questo per dire che l'amore non è possesso, perché il possesso non tende al bene dell'altro, né alla lealtà verso l'altro, ma solo al mantenimento della relazione, che, lungi dal garantire la felicità, che è sempre nella ricerca e nella conoscenza di sé, la sacrifica in cambio di sicurezza.
Scriveva Platone nel Fedro che "dell'anima, propriamente, può parlare solo un dio, l'uomo può accennarne per simboli ed immagini". E sono proprio i "simboli" e le "immagini" nel senso platonico, poi neoplatonico-plotiniano e gnostico, che il razionalismo sviluppatosi nel corso della civiltà occidentale ha rimosso, rendendo ancora più assurdo un mondo enigmatico e nella forma più alta misterico. È questa la tesi sviluppata dall'autore in questo volume dal significativo sottotitolo di copertina "Jung: dall'inconscio al simbolo". È stato infatti Jung che nell'età contemporanea, ormai satura di razionalismo e di scientismo culminato nella filosofia positivistica del fatto fisico come una realtà esistente e conoscibile, ha evidenziato il valore dei messaggi simbolici e delle immagini dell'inconscio. Sostiene Galimberti che "l'inconscio collettivo di cui parla Jung è proprio la memoria sommersa, ma non estinta, di questo rimosso", e sempre rifacendosi alla concezione junghiana ricorda come a differenza del "segno", che si riferisce a una realtà nota, il simbolo di riferisca invece a qualcosa di fondamentalmente sconosciuto.
Ma sconosciuto non significa inesistente, fantasioso, come le immagini che il simbolo evoca non rappresentano un prodotto, altrettanto irreale, dell'immaginazione creativa. Ecco allora che la verità velata in qualche modo si manifesta, al di là degli apparati concettuali.
Si definisce così una condizione che è rivelativa dell'esistenza di realtà misteriche che trascendono la sfera dell'esperienza empirica alla quale la modernità ha inteso limitare l'ordine della conoscenza. Si tratta allora di ripercorrere a ritroso il processo della civiltà che ha ucciso gli dei, o semplicemente li ha negati rimuovendoli dalla sfera della coscienza. Non è un percorso semplice. La civiltà occidentale, afferma Galimberti, si è sviluppata regolandosi sui due grandi pilastri del principio di non contraddizione in sede logica e della legge di causa sul piano fisico. Al di fuori di tale recinto sono stati relegati il mondo dei sogni, la fantasia infantile, il pensiero primitivistico e, nella stessa società evoluta tecnologicamente, la follia. Non è quindi facile operare questa inversione, in quanto è pur sempre vero che a loro volta tutte queste manifestazioni della mente non costituiscono in quanto tali delle vie di accesso alla verità. La verità appartiene a tale ordine ma non tutto quanto si trova in tale ordine è verità. Inoltre, ciò che si può acquisire per tale via non si traduce di per sé una conoscenza intellettuale, ma costituisce solo l'ombra di una verità ulteriore, ineffabile.
Ed anche in questo senso è necessario che ci si eserciti nell'umiltà intellettuale, per non incorrere nel peccato di "ybris" che scatena l'ira delle Erinni, di protervia cioè di chi sfida il cielo e gli dei, appunto, possono propriamente parlare della'anima. La civiltà in quanto tale comporta violenza, come recita il coro dell'Antigone di Sofocle. Le navi sul mare, l'aratro, la caccia violano la natura. "Con la parola - osserva Galimberti - l'uomo esercita una violenza più oscura, dominando tutte le cose che nomina si arrischi in tutte le direzioni, ma proprio allora si trova lanciato fuori da ogni via".
La saggezza allora si acquisisce riconoscendo il senso del mistero, dell'ulteriore, in cui l'anima riconosce la propria origine e il proprio destino, in quanto, come afferma Eraclito "l'armonia invisibile vale più di quella visibile".
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Sindicazione
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15.07.10 @ 09:13:45
da nikizorroesumo
If you are willing to buy ...
13.07.10 @ 05:35:22
da DeePACHECO29
Congiungere il QS con ATON mi ...
20.05.10 @ 08:51:45
da Enrico
Spleen (Charles Baudelaire) Quando, come un ...
07.05.10 @ 12:33:37
da cris-hestia
ciao chris, complimenti è veramente carinissimo ...
16.04.10 @ 13:16:44
da nikizorroesumo