| LA LOBA (frontiera del Texas) C'è una vecchia che vive in un luogo nascosto che tutti conoscono ma pochi hanno visto, pare in attesa di che si è perduto, di vagabondi e cercatori. E' circospetta, spesso pelosa, sempre grassa, e desidera evitare la compagnia. Emette suoni più animaleschi che umani. Dicono che viva tra putride scarpate di granito nel territorio indiano di Tarahumara. Dicono che sia sepolta alla periferia di Phoenix, vicino ad un pozzo. Dicono che è stata vista in viaggio verso il monte Alban su un carro bruciato, con il finestrino posteriore aperto. Sta accanto alla strada poco distante da El Paso, dicono. Cavalca impugnando un fucile da caccia insieme ai coltivatori di Morelia. L'hanno vista avviarsi al mercato di Oaxaca con strane fascine sulle spalle. Ha molti nomi: la Huersera, la donna delle ossa; la Trapera, la raccoglitrice; la Loba, la Lupa.L'unica occupazione della Loba è la raccolta delle ossa. Raccoglie e conserva in particolare quelle che corrono il pericolo di andare perdute per il mondo.La sua caverna è piena delle ossa delle più varie creature del deserto: il cervo, il crotalo, il corvo. |
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Ma si dice che la sua specialità siano i lupi.Striscia e setaccia le montagne e i letti prosciugati dei fiumi, alla ricerca di ossa di lupo, e quando ha riunito un intero scheletro, quando l'ultimo osso è al suo posto e la bella scultura bianca della creatura sta di fronte a lei, allora siede accanto al fuoco e pensa a quale canzone cantare. E quando è sicura si leva sulla creatura, solleva su di lei le braccia e comincia a cantare. Allora le costole e le ossa delle gambe cominciano a coprirsi di carne e le creature si ricoprono di pelo. La Loba canta ancora, e quasi tutte le creature tornano alla vita. Con la coda ispida e forte che si rizza. E ancora la Loba canta e il lupo comincia a respirare. E ancora la Loba canta così profondamente che il fondo del deserto si scuote, e mentre lei canta il lupo apre gli occhi, balza in piedi e corre lontano giù per il canyon.
Tutti noi cominciamo come un mucchietto di ossa abbandonate nel deserto. Sta a noi recuperare le parti. La Loba canta (usa la voce dell'anima) sulle ossa per scendere nell'amore grande e nel sentimento. Non possiamo scoprire questo grande sentimento di amore da un amante, perché si tratta di un lavoro solitario. |
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Attraversiamo il giardino,ed entriamo nella casa dell'anima
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Una volta c'era in una foresta una radura nella quale venivano spesso a meditare dei santi uomini. In essa c'era un meraviglioso giardino con frutti e fiori, tenere erbe e le acque increspate di uno splendente ruscello. In questo piccolo paradiso viveva un coniglio le cui virtù offuscavano quelle di tutti gli altri esseri viventi. Una sera il Buddha, accompagnato da parecchi dei suoi discepoli, venne al giardino. Sedettero ai suoi piedi e ascoltarono la sua recita dei sutra. Così passarono una notte e un giorno fino a che il sole cocente fu alto nel cielo e le cicale si misero a cantare. Era il momento in cui ogni creatura cercava l'ombra e ogni viaggiatore soffriva per il caldo. Buddha assunse l'aspetto di un bramino e gridò con dolore: «Sono solo, i miei amici mi hanno abbandonato e io ho fame e sete. Credenti, venite e aiutatemi!». I piccoli animali della foresta sentirono il suo richiamo e uno dopo l’altro si affrettarono al suo fianco. Essi lo pregarono di rimanere e accettare la loro ospitalità. La lontra portò sette pesci e disse: «Prendi questi e stai con noi.» Lo sciacallo portò parte della sua preda e chiese al Buddha di onorarli con la sua presenza ed essere il loro insegnante. Quindi venne il turno del coniglio. Modestamente fece un passo avanti, le mani vuote. «Maestro! Io sono cresciuto nei boschi. Il mio cibo sono le erbe. Non ho altro da offrirti se non il mio corpo. Dacci la benedizione e riposa qui e lascia che io ti nutra delle mie carni, poiché non c'è altro che io possa darti.». Proprio in quel momento scorse del carbone magico, carbone che bruciava senza fumo. Quando stava per saltare nelle fiamme, si fermò improvvisamente e tolse i minuscoli insetti dalla pelliccia dicendo: «Posso dare il mio corpo al santo, ma non ho diritto di prendere le vostre vite.» Posando gli insetti delicatamente sul terreno il coniglio si gettò sul fuoco. Buddha riprese la sua forma e lodò il sacrificio: «Colui che dimentica se stesso, anche la più modesta di tutte le creature terrestri, raggiungerà l'Oceano della Pace Eterna! Tutti gli uomini dovrebbero imparare da lui ed essere ugualmente pietosi e servizievoli!» Buddha dette poi istruzione che le sembianze del coniglio adornassero la luna e rimanere così uno splendido esempio per sempre. E grazie al loro santo amico, tutti gli animali nella foresta furono posti nel mondo dei santi.”
Un’altra versione cambia divinità e qualche dettaglio ma alla fine la morale è sempre la stessa:
“Allo Sciacallo, alla Lontra, e al Coniglio si aggiunge la Scimmia. I quattro animali decisero di applicarsi in opere di bene nel giorno sacro buddista di Uposatha, dedicato alla carità e alla meditazione. Nel loro percorso incontrano un anziano viandante, sfinito dalla fame, e si adoperarono per procacciargli da mangiare. Ciascun animale in base alle proprie abilità riuscì a portare qualcosa: la Scimmia della frutta, la Lontra del pesce, lo Sciacallo, commettendo un atto riprovevole, rubò del cibo da una casa incustodita, il Coniglio purtroppo non portò altro che erba. Sconsolato per non essere alla pari dei compagni prese la decisione di offrire le sue carni al vecchio e si gettò nel fuoco. A questo punto il mendicante si rivelò essere la divinità induista Śakra e, commosso dall'eroica virtù del coniglio, disegnò la sua immagine sulla superficie della Luna, perché fosse ricordata da tutti.”
Io che sono la bellezza della terra verdeggiante,
la candida luna tra lestelle e i misteri delle acque,
chiamo le vostre anime; perché si levino e vengano a me.
Poiché io sono l'anima della natura stessa,
Colei che ha creato tutto l'universo.
Da Me provengono tutte le cose,
e a Me tutte devono ritornare.
Fate sì che Mi veneri un cuore pieno di gioia,
perché ricordate:
tutti gli atti d'amore e di piacere sono Miei rituali.
Che dentro di voi regni la bellezza e la forza,
il potere e la compassione,
l'onore l'umiltà, la gioia e la reverenza.
E voi che cercate di conoscerMi,
sappiate che la vostra ricerca e il vostro struggimento
saranno vani, se non conoscerete il Mistero:
perché se non trovate dentro di voi ciò che cercate,
non lo troverete in nessun altro luogo.
Perché ricordate,
sono stata con voi fin dal principio,
e sono ciò che si ottiene alla fine del desiderio".
Doreen Valiente (versione tratta da: "La Danza a Spirale", Starhawk, Ed. Macro)
(il cerchio della luna)
Fata: gli studiosi ne hanno ricondotto l'origine all'etimologia del nome,che com'è noto,fa derivare ''fata'' dal latino fatum,destino:le 3 madrine sarebbero un'evoluzione delle 3 Parche latine e delle Moire greche ,cui era affidato il destino di nascita ,matrimonio e morte di ogni persona ,e che nel Foro romno erano raffigurate come triafata . Un'altra ipotesi,emersa in commenti tardoantichi a Terenzio e Cicerone , attribbuisce il nome fatuae alle ninfe che costituivano il corrispondente femminile dei fauni,demoni agresti semiumani del Lazio primitivo.Nella mitologia celtica si attribuisce alle fate un'attrazione erotica sconosciuta alle Parche e assimilabile ,invece,con qualche forzatura,alle storie d'amore delle ninfe (basti pensare a Dafne o al rapimento di Ila da parte delle ninfe della Misia ).
I sistemi narrativi si articolano sostanzialmente intorno a 2 tipologie di base:Le fate madrine eredi delle parche,e le fate amanti,analoghe negli amori alle ninfe ma dotate di poteri fatali che alle ninfe erano sconosciuti. Un caso esemplare di narrazione riguarda il romanszo francese Amadas et Ydoine del XII secolo:quì l'eroina ,promessa sposa al conte di Nevers ma innamorata del cavaliere Amadas chiede a 3 streghe esperte di magia ad aiutarla a rinviare il matrimonio forzato e a farsi raggiungere dall'amato:e queste si trasformano in belle fate i cui nome coincidono con quelli delle parche:Cloto Lachesi e Atropo , e fingendo mdi pallare tra se in presenza dela promesso sposo gli prediconon con involontaria ironia una serie di catastrofi nel caso che arrivi al matrimonio.Eppure non riescono a superare la sua ostinazione:Il conte procede col matrimonio, ma ecco che le disgrazie falsamente annunciate si realizzano davvero e Ydoina è salva.LO sconosciuto autoire non solo è cosciente della derivazione o dell'analogia tra fate e parche,ma anche della loro futura evoiluzione in streghe .
Lo sviluppo più comune della figura di fata madrina, è quello della fata che vigila sul percorso del figlioccio, apparendogli nei momenti critici per indirizzarlo al bene e alla salvezza, guarirlo dalle ferite o proteggerlo dai pericoli con strumenti magici e espedienti..
Angerona, o Augerona, è una dea romana rappresentata con un dito sulle labbra chiuse. E’ considerata la dea del silenzio, dei consigli e la protettrice degli amori segreti, oltre che colei che guarisce dall’angina pectoris. Le sue caratteristiche sono di non avere un tempio proprio, e di essere spesso chiamata col nome di altre dee tanto da venir confusa con esse.
La sua funzione primaria era di proteggere Roma, funzione da cui balza all’occhio il valore enorme attribuitole, in apparente contrasto con la poca fama: Angerona manteneva segreto il nome della città, rendendo impossibile ai nemici l’impossessarsene. E’ implicito in questa funzione il potere della parola e della conoscenza di un nome. Fra l’altro Angerona era chiamata anche con il nome segreto di Roma che era “Amor”, cioè Roma al contrario. Non a caso Angerona è poco nota: uno 007 deve passare inosservato, non può essere un tipo appariscente che fa colpo. Poiché il tempio di Roma in cui è stata ritrovata la sua effigie è in realtà il tempio di Volupia, la dea del piacere, ecco ciò che Angerona ci suggerisce: Voluptas è il piacere sessuale, fisico, spesso legato agli amori proibiti, segreti, da nascondere. Amor celato, nascosto, cioè Roma. Forse però il legame è anche fra piacere – voluptas – e dolore – angor, o fra il silenzio che va davvero serbato su certi amori, specialmente quelli illeciti.
Angerona è associata anche ad altre divinità poco note ma molto significative perché legate alla sopravvivenza del genere umano:
- ad Ops o Opis, divinità sabina della fertilità e della gravidanza, dea ctonia rappresentata seduta, legata al potere della terra e moglie di Saturno; il legame evidenzia la consistenza della dea, legata alla vita, all’alimentazione ed alla procreazione. E’ quindi una dea di prima generazione, una dea madre.
- ad Acca Larentia, madre, oltre che della fertilità della terra, dei Lari e degli avi: quindi delle Radici, della Discendenza, della continuità di una stirpe.
- a Muta, dea dei campi di grano: di nuovo il riferimento alla dea madre terra e alla continuità della vita
- alla dea etrusca Ancaru, che presiede alla morte e ai giuramenti, da cui pare derivi. La morte e un giuramento hanno in comune l’inviolabilità, la segretezza, la sacralità, la necessità.
La sua festa cadeva il 21 dicembre, al solstizio d’inverno. A Roma questa festa coincideva con i Saturnali, ma secondo tradizioni più antiche a tutte noi care, il solstizio d’inverno è il momento d’inizio del nuovo anno, il momento in cui la Dea Madre partorisce il dio figlio, per dare di nuovo inizio al giro della ruota della vita.
STIGE
Immagine di Stige di Wendy Andrew http://www.paintingdreams.co.uk/
Più generosa di Angerona dal punto di vista dei riferimenti letterari, Stige rimane pure una divinità che si tiene in disparte, e non troviamo su di lei veri e propri racconti quanto riferimenti fugaci. In realtà però le sue apparizioni sono sempre determinanti nello snodo delle peripezie di altri personaggi, ed è una dea legata a metafore molto interessanti.
Come riporta Robert Graves, (1) la ninfa Stige fu una delle amanti di Zeus da cui concepì la dea Persefone, regina dell’Oltretomba, rapita e sposata da Ade dio degli inferi. Al di là del fatto che Stige sia una delle tante amanti di Zeus, e nemmeno la più importante, trovo interessante lo scenario di sfondo ed il filo rosso che lega le donne di questa famiglia perché mi suscita delle curiosità. Tutte vivono una storia di violenza perpetrata da parenti molto stretti: come Ade era fratello di Zeus, e si appropria della nipote con violenza e contro la sua volontà, allo stesso modo Zeus aveva usato violenza alla madre Era, e via così. Le violenze sono lo strumento col quale gli uomini costringono potenti regine allo stato di schiave e di oggetto di loro proprietà, e questa per Graves è una metafora delle conquiste elleniche sui santuari dell’antica madre. Ma perché tanta violenza su donne che non erano guerriere, verso le quali metodi molto meno brutali sarebbero bastati a sottometterle? La violenza è una tematica predominante in tutte le storie, sostituita solo raramente dall’astuzia. Perché? Cosa volevano prendere, gli uomini, a quelle donne? Dove volevano arrivare? Cos’avevano quelle donne di così importante da risvegliare un tale offensivo ed aggressivo interesse?
Un altro accenno alla ninfa Stige si trova nel mito degli Aloidi: questi erano due fratelli figli di Poseidone e di Ifimedia, che mossero guerra contro Ares e Artemide, e giurarono sulle acque dello Stige che avrebbero violato l’uno Era e l’altro Artemide. I due fratelli erano pieni di boria perché era stato stabilito da una profezia che non sarebbero stati uccisi né da uomini né da dei. Qui, oltre alla già nota storia di violenza a donne potenti, subentra un nuovo elemento che pure diverrà in seguito ricorrente: la profezia. Bene, i due fratelli si ammazzarono per errore fra loro, scagliandosi a vicenda un giavellotto nel tentativo di uccidere una cerbiatta bianca (in realtà la dea Artemide): quasi a suggerire che gli uomini non sono in grado di interpretare e comprendere correttamente le profezie. In effetti sempre Graves sottolinea che nonostante la perdita di ogni diritto, le donne – non gli uomini - mantennero il potere della profezia. Perché? Entra forse in gioco un diverso sentire, un diverso v“ ïüÅßá¢> ÕÓöšú;n:¼„`¬?ø½èf<26agrave; che preclude agli uomini l’accesso al mondo del “possibile”? Non a caso anche Tiresia, padre della sibilla Manto, acquisì il dono del profetizzare dopo, e solo dopo, essere stato trasformato in donna ed aver così vissuto per sette anni.
Tornando agli Aloidi, a questo punto le loro anime discesero nel Tartaro, ed ecco, come in un film, un piccolo cameo della nostra Stige: le anime dei due Aloidi vengono legate ad una colonna con corde di vipere vive, sulla cui cima siede appollaiata la ninfa ghignando a ricordo dei loro giuramenti non mantenuti. Graves così interpreta questo mito:
“ Il tormento degli Aloidi nel Tartaro, (….)pare fosse stato dedotto da un antico segno calendariale che mostrava due teste di gemelli voltati schiena contro schiena, mentre sedevano sulla sedia dell’oblio, ai due lati di una colonna. La colonna su cui sta appollaiata la dea della morte e della vita indica l’apice dell’estate, quando termina il regno del re sacro e inizia quello del suo successore. In Italia lo stesso simbolo divenne Giano bifronte; ma in Italia l’anno nuovo iniziava a gennaio(….)”(2)
Ed ecco un legame nascosto con Angerona: Giano bifronte è infatti il personaggio che dà il nome al mese di gennaio, il primo mese dell’anno, e abbiamo visto che Angerona era venerata nel giorno del solstizio d’inverno, quando cioè la dea partorisce il figlio che simboleggia il nuovo anno. L’idolo dalle due facce rimanda inoltre ad Angerona perchè simboleggia il tradimento, la mancanza di fedeltà alla parola data, il giuramento non mantenuto. Immaginando l’alta colonna su cui siede Stige non posso infine non pensare alla meta, al punto di arrivo, al punto di svolta: alla fine di un ciclo e all’inizio di un altro, come avviene nel passaggio da un anno all’altro. Che la fine dell’anno sia collocata in estate o in inverno è irrilevante: ciò che importa è che essa rappresenta un Passaggio.
Con la solita modalità di rapido e breve accenno compaiono pure le ninfe Stigie, questa volta nel mito greco di Perseo – per il quale si rimanda alla scheda su Medusa, strettamente legata a Stige - , ma stavolta hanno il ruolo fondamentale di essere il “tramite” senza cui l’eroe non arriverebbe alla vittoria. Brevemente, Perseo era partito alla ricerca di Medusa cui doveva tagliare la testa per portarla in dono al re Polidette. Per compiere l’impresa, Perseo aveva bisogno di alcuni strumenti: il falcetto di Ermete, che servirà per decapitare la dea, un paio di sandali alati per fuggire, una sacca magica per riporvi la testa recisa e l’oscuro elmo di Ade che rende invisibili. Riguardo a quest’ultimo talismano, suggerisco un altro legame: fra Silenzio e invisibilità. Le ninfe stigie compaiono solo a questo punto del mito come custodi dei tre oggetti: sono dunque ancora una volta il cardine, il ponte che permette all’eroe di passare avanti: una nuova metafora del passaggio, questa volta ancor più esplicita come crescita, avanzamento, acquisizione di nuovi strumenti per vincere una competizione, e dunque di maturità.
Le ninfe stigie sono praticamente invisibili perché nessuno sapeva dove vivessero. Segreto, silenzio ed invisibile sono la stessa cosa. Ciò di cui non si parla, non viene percepito, non viene notato, non viene visto. Ciò che non viene visto non può essere descritto, è taciuto, e rimane in silenzio. Nessuno sapeva dove fossero al di fuori delle Graie dal corpo di cigno, con un solo occhio e un solo dente in comune (di nuovo la relazione tra la vista e la bocca-parola) . Perseo riesce a sorprenderle, ruba loro l’occhio e il dente, unica risorsa di vita per le tre disgraziate, e non li restituisce prima di aver strappato loro il segreto sulle ninfe stigie. Dopo di che raggiunge le ninfe, ottiene ciò di cui ha bisogno e uccide Medusa.
Angerona a capo dell’anno, Stige in cima alla colonna, le ninfe stigie senza la cui mediazione Perseo non andrà da nessuna parte, sono tutte dee che proteggono/presiedono ad un passaggio, ad una svolta; la stessa misteriosa Ancaru etrusca lo è, perche presiede al passaggio alla morte.
Ma passaggio a cosa? A cosa prelude l’ingresso che queste dee custodiscono?
Pare che le dee, o le donne in generale, custodiscano un segreto, una capacità, un potere che gli uomini non capiscono, non intendono, come se fosse espresso in un’altra lingua o addirittura con altre modalità comunicative; poiché non sanno usarlo nè gestirlo, utilizzano le armi, la violenza o nel migliore dei casi la frode per sconfiggerlo definitivamente.
Graves in una nota a questo mito suggerisce un’altra versione:
“…la visita di Perseo alle Graie, la conquista dell’occhio , del dente, della sacca, del falcetto e dell’elmo che rende invisibili, nonché la sua fuga dalle altre Gorgoni che lo inseguivano dopo la decapitazione della Medusa(…)sono stati tratti dall’errata interpretazione di una raffigurazione del tutto diversa, nella quale si vedeva Ermete, con i sandali alati e l’elmo, nell’atto di ricevere in dono un occhio magico dalle tre Moire. Codesto occhio simboleggia la facoltà di percezione; Ermete diventava così in grado di padroneggiare l’alfabeto arboreo, inventato dalle stesse Moire. Esse gli donarono anche un dente divinatorio, come quello di cui si servì Fionn nella leggenda irlandese; un falcetto per tagliare dal tronco i ramoscelli per l’alfabeto, ; una sacca di pelle di gru per riporre tali oggetti; e una maschera di Gorgone per tenere lontani i curiosi. A terra, in basso, si vede la dea che regge uno specchio dove si riflette la testa della Gorgone, per mettere in evidenza l’assoluta segretezza dei suoi insegnamenti” (3).
Poi continua:
“(….) esisteva in Grecia un alfabeto il cui segreto era gelosamente custodito dalle sacerdotesse della Luna, cioè Io o le tre Parche; tale alfabeto era strettamente legato al calendario e le sue lettere non erano rappresentate da segni scritti, ma da ramoscelli recisi da alberi di specie diverse, che simboleggiavano i diversi mesi dell’anno”(4)
E nella nota successiva:
“Anche le lettere dell’antico alfabeto irlandese, come di quello usato dai druidi della Gallia descritti da Cesare, portavano il nome di alberi. L’alfabeto irlandese era chiamato Beth-luis-nion (“betulla chiamato Beth-luis-nion (“betulla-frassino di montagna-frassino”) dalle sue prime tre consonanti. E la sua composizione, che ci fa supporre un’origine frigia, corrispondeva a quella degli alfabeti pelasgico e latino: era cioè di tredici consonanti e cinque vocali. (….)Ogni consonante corrispondeva a un mese di ventotto giorni di una serie di tredici mesi che iniziava due giorni dopo il solstizio d’inverno….”.
Secondo questa interpretazione ciò che viene protetto dalle donne ed ambito dagli uomini è la parola: nel silenzio è custodita la parola, come il fiore è custodito nel seme. Quasi che la Dea Madre fosse il Silenzio, che tiene in grembo e poi partorisce il Figlio- Parola. Tutte le creature femminili terribili che costellano il viaggio di Perseo/Ermete non sarebbero che guardiane della parola, concepita nel Silenzio. Questa interpretazione giustificherebbe il fatto che solo le donne conservarono il dono della profezia: perché per tradizione erano femmine le custodi dell’alfabeto, ed è l’alfabeto che permette di divinare. C’è un alfabeto sacro e magico custodito da figure femminili. Una figura maschile se ne impossessa e lo diffonde fra gli uomini, ma a questo punto l’alfabeto si sdoppia: diventa d’uso comune fra gli uomini, e d’uso divinatorio ma riservato alle donne. Nell’uso comune, la parola perde la sua potenza e la sua chiarezza e a volte diventa ambigua e superficiale, mentre nell’uso magico la parola conserva tutto il suo potere, forma e delinea la realtà e con la profezia si lega anche alla realtà possibile. Del resto, come si dice nella saga di Avalon, “i figli parlano la lingua delle madri”: è la donna che insegna a parlare. Ma per insegnare a parlare, bisogna prima padroneggiare il silenzio.
(cerchio della luna)
Nessuna stella,nessun astro ha mai attirato lo sguardo umano sull'immensa scena del cielo notturno quanto la Luna.
Da sempre la Luna esprime il principio femminile materno e costituisce un archetipo della Grande madre, e come tale adorata in molte civiltà. All'alba dei tempi, in Egitto e nella Caldea si avevano civiltà prevalenetemente agricole, le buone terre, e le acque dei fiumi che le irrigavano rendendole fertili stabilirono negli uomini una immagine vitale terra-acqua, che dette origine al culto simbolico della Madre Terra e poi della Grande Madre..più tardi l'associazione fu portata alla Luna perchè fu intuita la sua influenza notturna sulle acque e sui terreni. In tal modo, da Astro idolatrato emotivamente, la luna divenne divinità degna di culto nelle civiltà più alte, assumendo anche il ruolo di misuratore del tempo: nelle varie etimologie infatti, c'è il significato di "luminosa" e di "misura".
Tremila anni avanti Cristo, il culto della luna comparve in Egitto, essa fu dapprima Osiride, poi Iside.
Nel libro dei morti degli antichi egiziani vi sono descritti tutti i rituali inerenti al viaggio nella vita e nella morte al quale presiedevano Osiride e,Iside, cioè la Luna.
Scompaiono,nella mitologia greca, i simboli di animali( la Vacca -luna, che si accoppia al Toro-Sole), e
subentrano le figure umane.Si definisce in tal modo la polarità opposta e complementare di Sole-Luna, Uomo-Donna,, nei grandi principi energetici Attivo Penetrante- Passivo Ricettivo.
Sono tanti gli aspetti positivi da riportare che riguardano la Luna, ma ci sono anche aspetti negativi, alcune culture ne facevano una dea temibile. La personificazione più complessa, misteriosa e temuta fu quella di Ecate, l'oscura luna perversa: Forse perchè Ecate come Lilith erano considerate il simbolo della luna assente, tramontata dopo l'ultimo quarto, cancellata dalla vista degli uomini, e per questo la luna assente ha costellato l'archetipo della presenza ignota e inconoscibile, il lato inconscio della Madre.
Ecate è una dea terrificante,quasi un fantasma della notte, il mito racconta che lei appariva di notte con i suoi cavalli neri. E' lei che invia nel silenzio notturno l'orribile e spaventoso fantasma Empusa anche chiamato Lamia,figlia di Ecate, che significa introdursi con forza, quasi un incubo.
Sia Ecate che le Lamie, seducevano gli uomini nel sonno, ne succhiavano il sangue e ne mangiavano la carne.
Ecate è abitualmente una madre di morte, appare con in mano la chiave dell'Inferno, il flagello, il pugnale e la torcia. Nel mito si dice che Ecate riportò sulla terra Cerbero(la stessa Ecate)...ci sarebbe da scrivere tantissimo sulla Luna nera ed Ecate...ma lo farò in un altro momento, ora parlerò di Lilith: come è nata Lilith-Luna nera nell'inconscio collettivo?
Risaliamo alla bibbia, dove Lilith è la prima compagna di Adamo(una versione abbastanza credibile vuole Lilith come prima compagna di Adamo), fu la femmina di Adamo formata da Dio con materia vile e sudicia anzichè terra pura.Così la creatura era contaminata..
Lilith si rifiutò ad Adamo, per non soggiacere sessualmente sotto il corpo di lui, ribellandosi anche a Dio. fuggì nel mar rosso unendosi con demoni e creature perverse, generando diavoli, dopo che con Adamo aveva partorito Asmodeo, altre fonti ricordano Lilith regina di saba..Qual è dunque il concetto psicologico adombrato di Lilith?
Forse essa esprime un femminile totalmente identificato con l'Animus che si nega a se stesso e nel contempo nega la Imago pater?
Produce una resistenza sessuale verso l'uomo in quanto esprime un erotismo istintuale del tutto scisso, bruciato nell'esperienza animalesca?..
Lilith è la sessualità priva di freni e remore,l'altra faccia del femminile dolce e protettivo: drammaticamente Lilith è la creatura che si ribella al Dio patriarcale e lo combatte.
Questo ci riporta a tutto un discorso sulla dicotomia fra anima e corpo, fra spirito e sensi...( fine prima parte...)
C’era una volta un bosco dove vivevano degli gnomi con la passione per la musica.Lo gnomo Viola suonava il violino, lo gnomo Rosa suonava la fisarmonica, lo gnomo Mela suonava la tastiera e lo gnomo Pera suonava il flauto.
Una mattina prima dell’alba, cinque ragazze con un mantello nero e la testa coperta dal cappuccio entrarono nel bosco ed appena sentirono la musica, iniziarono a guardare sotto tutti i cespugli fino a quando trovarono gli gnomi.
“Chi siete?”, domandarono gli gnomi spaventati.
La regina delle fate, che fu quella che li scoprì, rispose:
“Siamo fate. Tra una settimana ci sarà la nostra notte e stiamo cercando un’orchestra che ci possa accompagnare durante le nostre danze alla grande quercia.”
Lo gnomo Rosa rispose:
“L’avete trovata. Io sono lo gnomo Rosa e suono la fisarmonica. Loro sono gli gnomi Viola, Mela e Pera. In attesa della vostra notte, vivrete nel bosco? ”
La regina delle fate rispose:
“Sì. Siamo ospiti di una coppia di elfi. Vivremo nel bosco fino al tramonto che precede la nostra notte, poi ci recheremo alla grande quercia per il ballo ed al termine del ballo, torneremo nella nostra isola.”
Lo gnomo Rosa rispose:
“Già ci mancate. Se prima della vostra notte volete fare delle prove, sapete dove trovarci.”
“Grazie!” , rispose la regina delle fate.
Mentre gli gnomi ripresero a suonare, le fate si allontanarono prendendo la strada della casa degli elfi.
L’elfo femmina Melissa vide le fate dalla finestra ed urlò al marito:
“Biancospino! Apri la porta! Sono arrivate le fate!”
L’elfo Biancospino aprì e le fate che erano già davanti alla porta si tolsero il cappuccio. La regina delle fate sorrise e chiese:
“Abitano qui gli elfi Biancospino e Melissa?”
“Sì. Io sono l’elfo Biancospino. Accomodatevi. Mia moglie scende subito.”
Le fate si sedettero sul divano e quando videro l’elfo femmina Melissa scendere le scale, si presentarono una ad una:
“Io sono Lilla e sono la regina delle fate.”
“Io sono Malva.”
“Io sono Ciliegia.”
“Io sono Viola, sorella della regina.”
“Ed io sono Magenta.”
L’elfo femmina rispose:
“Io sono l’elfo femmina Melissa e lui è mio marito, l’elfo Biancospino. La vostra camera è pronta. Ve ne ho preparata una con un camino, una pentola, cinque tazze, cinque cucchiaini, cinque bicchieri, una bottiglia d’acqua del ruscello e delle bustine di tè in caso che vi venga sete o vi volete preparare un tè caldo. La colazione viene preparata in cucina ed è a base di pane elfico con burro e marmellata, acqua di ruscello, succo di mirtilli e lamponi e latte caldo di mucca. Per quanto riguarda il pranzo e la cena, la cucina è a vostra disposizione. Noi siamo nel bosco e rincasiamo molto tardi.”
La regina delle fate rispose:
“Visto che è tutto pronto, saliamo in camera.”
“Vi accompagno.”, rispose l’elfo Biancospino mentre accendeva una candela poiché le scale erano buie.
Quando le fate aprirono la porta, rimasero stupite dalla bellezza e dall’ordine della camera.
“Vi piace?”, chiese l’elfo Biancospino e la regina delle fate rispose:
“Non ho mai visto una stanza più bella in una casa di elfi.”
L’elfo Biancospino si inchinò e disse:
“Fate come a casa vostra.” , e poi chiuse la porta.
Mentre si toglievano i mantelli, sentirono una vocina che chiedeva:
“Facciamo qualche prova?”
Le fate si guardarono attorno e poi sentirono:
“Sono sul davanzale!”
Le fate corsero alla finestra e la regina gli chiese:
“Gnomo Rosa, cosa ci fai qui? E soprattutto come hai fatto a salire fino qua sopra?”
“Sono venuto a suonare la fisarmonica per le vostre danze di prova e sono arrivato fino a quassù grazie a questo ciliegio.”
La regina gli rispose:
“Abbiamo viaggiato tutta la notte e siamo molto stanche. Ci mettiamo a letto e tu ci suonerai una bella ninna nanna.”
“Accontentate.”
La ninna nanna dello gnomo addormentò tutte le fate tranne Fata Magenta che era instancabile e ballava tenendo il ritmo in modo straordinario.
L’elfo Rosacanina, fratello minore dell’elfo Biancospino, sentì la fisarmonica dello gnomo Rosa e si arrampicò sul ciliegio. Vide Fata Magenta che danzava ed esclamò:
“Wow!”
Fata Magenta smise di danzare improvvisamente, si affacciò alla finestra e chiese all’elfo:
“E tu chi sei?”
“Sono l’elfo Rosacanina. Ho saputo che mio fratello e mia cognata ospitano le fate danzanti fino alla notte delle fate, così sono venuto a conoscerle.”
“E non potevi entrare dalla porta di casa e poi bussare alla porta della nostra stanza?”
“Non mi piacciono le scale buie. Dove danzerete la notte delle fate?”
“Alla grande quercia.”
“Posso accompagnarvi a cavallo?”
“Sì, grazie. A che ora ci verrai a prendere?”
“Aspettatemi in giardino. Appena il sole tramonta, arrivo con i cavalli e vi accompagno. Non vi interessa vederla in pieno giorno? Posso accompagnarvi anche adesso.”
“Domani magari. Le altre fate sono stanche e stanno dormendo. Io sono Fata Magenta.”
“Ciao Fata Magenta! Fatevi trovare domani a mezzogiorno ai piedi di questo ciliegio.”
“Grazie! Ciao Rosacanina!”
L’elfo Rosacanina se ne andò e lo gnomo Rosa riprese a suonare la fisarmonica.
Fata Magenta non aveva più voglia di danzare ed andò a letto, ma non si addormentò perché nei suoi pensieri c’era l’elfo Rosacanina.
Lo gnomo Rosa, credendo che tutte le fate dormissero, smise di suonare e tornò a casa.
Il giorno dopo, a mezzogiorno, le fate andarono sotto il ciliegio e non videro nessuno.
La regina delle fate era molto infastidita e chiese a Fata Magenta:
“Allora, Fata Magenta, dov’è il tuo amico elfo?”
“Non lo so. Aveva detto che dovevamo farci trovare qui a mezzogiorno.”
Fata Viola mise una mano sulla spalla della sorella e le disse:
“Aspettiamo qualche minuto. Gli elfi giovani arrivano tutti in ritardo, lo sai.”
La regina delle fate abbracciò la sorella e le disse:
“Avrebbero dovuto incoronare te.”
In quel momento arrivò l’elfo Rosacanina con i cavalli ed esclamò:
“Scusate il ritardo!”
“Eccolo!”, esclamò Fata Magenta.
Le fate iniziarono a battere le ali e spiccarono il volo poi si sedettero in sella ai cavalli e seguirono l’elfo.
Appena arrivarono alla grande quercia, videro gli gnomi che stavano già suonando.
Scesero dai cavalli e l’elfo Rosacanina chiese loro:
“Siete pronte per le prove?”
La regina delle fate rispose:
“Prontissime.”
Fecero un inchino davanti agli gnomi per salutarli e poi iniziarono a danzare mentre loro suonavano.
L’elfo Rosacanina non staccava gli occhi da Fata Magenta e non vedeva l’ora che finissero le prove per dichiararle il suo amore.
Erano tutte graziose con dei movimenti leggiadri. Ma Fata Magenta aveva una grazia particolare che la rendeva diversa dalle altre.
Al termine delle danze, l’elfo Rosacanina si avvicinò allo gnomo Viola e gli disse a bassa voce:
“Suona il brano più romantico che sai perché devo dichiarare il mio amore a Fata Magenta.”
Nel frattempo, le fate si sedettero per terra e sorseggiarono l’acqua di ruscello offerta dallo gnomo Rosa.
La regina delle fate non smetteva mai di ringraziarlo.
Lo gnomo Viola iniziò a suonare un brano romanticissimo e l’elfo Rosacanina si inginocchiò davanti a Fata Magenta.
La guardò negli occhi, le prese le mani e le disse:
“Fata Magenta, io non ho mai visto una creatura più bella di te e mi sono innamorato perdutamente. Mi vuoi sposare?”
La regina delle fate esclamò:
“Non accettare, Fata Magenta! Se sposi un elfo non potrai tornare sull’isola!”
Fata Viola esclamò:
“Rispondigli la notte delle fate!”
Fata Malva e Fata Ciliegia esclamarono:
“Non accettare! Ti ha vista ieri per la prima volta, non può essere già innamorato perdutamente di te!”
Fata Magenta, dopo aver rivolto lo sguardo alle altre fate, guardò ancora l’elfo Rosacanina negli occhi e vide che era veramente innamorato di lei.
Lo baciò sulle labbra e gli disse:
“Al tramonto del sole che precede la nostra notte, ti sposerò, poi danzerò con le altre fate ed al termine del ballo, lo gnomo Rosa suonerà la ninna nanna che suonava ieri ed io danzerò da sola per dire loro addio.”
La regina delle fate, in lacrime, chiese a Fata Magenta:
“Sei proprio sicura?”
“Sì. C’è il suo amore nei suoi occhi; l’ho visto.”
Fata Viola le chiese:
“E tu lo ami?”
Fata Magenta rispose:
“Sì.”
L’elfo Rosacanina la portò subito al castello degli elfi per presentarla al re degli elfi e per parlare con la corte del suo matrimonio.
Al tramonto che precedeva la notte delle fate, l’elfo Rosacanina accompagnò le fate alla grande quercia e poi con Fata Magenta si recò al castello degli elfi dove la corte li dichiarò marito e moglie.
Di corsa sui cavalli, si recarono alla grande quercia.
Le fate danzarono senza sorridere a parte Fata Magenta.
Gli gnomi suonarono tutto il loro repertorio e quando le videro inchinarsi, smisero di suonare poiché capirono che avevano finito.
Si fece avanti lo gnomo Rosa che suonò la sua ninna nanna con la fisarmonica e Fata Magenta fece un bellissimo ballo di addio per le sue amiche che piangevano mentre si asciugavano gli occhi con i loro fazzoletti.
Prima dell’alba, tutte le fate baciarono Fata Magenta e suo marito sulla fronte, poi salutarono gli gnomi con un inchino e spiccarono il volo verso la loro isola.
Fata Magenta e l’elfo Rosacanina costruirono una casetta vicino agli gnomi così Fata Magenta poteva danzare quando gli gnomi suonavano e vissero per sempre felici e contenti.....
...le favole..sono belle..si dovrebbero leggere spesso...
La tradizione vuole che il Dream catcher venga costruito a forma di cerchio(l'eternità), con un ramo di salice piegato in cui viene intrecciata,con uno spago di cotone, la rete (della vita), che ricorda la ragnatela di un ragno.
Il centro della rete può essere imprziosito con perline e pietre e denti di animale(forte simbolo di protezione).
Code di animali e piume di uccelli, vengono legate all'esterno inferiore della rete.
L'acchiappasogni è appeso sopra il letto,allo scopo di filtrare i sogni.
Se si tratta di sogni buoni, li affiderà al filo di perline e pietre(forze della natura) che li farà avverare,
se li giudicherà cattivi, li consegnerà alle piume di uccello, che la mattina dopo li porterà fino in cielo e li disperderà...
Ancora oggi, ogni volta che nasce un bambino, gli indiani costruiscono un Dream catcher, e lo appendono sopra la culla, e lo conserveranno tutta la vita: con gli anni, il suo potere accrescerà e con esso la capacità di proteggere, e realizzare sogni...
Una delle leggende sulla creazione dell'acchiappasogni narra che:
in un villaggio viveva una bambina:Nuvola Fresca, al mattino la bimba raccontava alla madre di fare terribili sogni, la notte erano veri incubi..chiedeva alla madre di poter fare solo sogni belli, e non aver più paura...allora la madre costruì una rete rotonda per pescare i sogni dal Lago della notte...
Al centro della rete mise un sassolino,come catalizztore, ed intorno ad esso una goccia d'argento, un pezzo di turchese (come significato del desiderio) e un dente di animale forte (simbolo di protezione).......(.auguro a tutti sogni buoni!)
Sindicazione
a> 
15.07.10 @ 09:13:45
da nikizorroesumo
If you are willing to buy ...
13.07.10 @ 05:35:22
da DeePACHECO29
Congiungere il QS con ATON mi ...
20.05.10 @ 08:51:45
da Enrico
Spleen (Charles Baudelaire) Quando, come un ...
07.05.10 @ 12:33:37
da cris-hestia
ciao chris, complimenti è veramente carinissimo ...
16.04.10 @ 13:16:44
da nikizorroesumo