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Attraversiamo il giardino,ed entriamo nella casa dell'anima
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| LA LOBA (frontiera del Texas) C'è una vecchia che vive in un luogo nascosto che tutti conoscono ma pochi hanno visto, pare in attesa di che si è perduto, di vagabondi e cercatori. E' circospetta, spesso pelosa, sempre grassa, e desidera evitare la compagnia. Emette suoni più animaleschi che umani. Dicono che viva tra putride scarpate di granito nel territorio indiano di Tarahumara. Dicono che sia sepolta alla periferia di Phoenix, vicino ad un pozzo. Dicono che è stata vista in viaggio verso il monte Alban su un carro bruciato, con il finestrino posteriore aperto. Sta accanto alla strada poco distante da El Paso, dicono. Cavalca impugnando un fucile da caccia insieme ai coltivatori di Morelia. L'hanno vista avviarsi al mercato di Oaxaca con strane fascine sulle spalle. Ha molti nomi: la Huersera, la donna delle ossa; la Trapera, la raccoglitrice; la Loba, la Lupa.L'unica occupazione della Loba è la raccolta delle ossa. Raccoglie e conserva in particolare quelle che corrono il pericolo di andare perdute per il mondo.La sua caverna è piena delle ossa delle più varie creature del deserto: il cervo, il crotalo, il corvo. |
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Ma si dice che la sua specialità siano i lupi.Striscia e setaccia le montagne e i letti prosciugati dei fiumi, alla ricerca di ossa di lupo, e quando ha riunito un intero scheletro, quando l'ultimo osso è al suo posto e la bella scultura bianca della creatura sta di fronte a lei, allora siede accanto al fuoco e pensa a quale canzone cantare. E quando è sicura si leva sulla creatura, solleva su di lei le braccia e comincia a cantare. Allora le costole e le ossa delle gambe cominciano a coprirsi di carne e le creature si ricoprono di pelo. La Loba canta ancora, e quasi tutte le creature tornano alla vita. Con la coda ispida e forte che si rizza. E ancora la Loba canta e il lupo comincia a respirare. E ancora la Loba canta così profondamente che il fondo del deserto si scuote, e mentre lei canta il lupo apre gli occhi, balza in piedi e corre lontano giù per il canyon.
Tutti noi cominciamo come un mucchietto di ossa abbandonate nel deserto. Sta a noi recuperare le parti. La Loba canta (usa la voce dell'anima) sulle ossa per scendere nell'amore grande e nel sentimento. Non possiamo scoprire questo grande sentimento di amore da un amante, perché si tratta di un lavoro solitario. |
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| PELLE DI FOCA In un tempo lontano lontano, perduto per sempre, che mai tornerà, i giorni sono di neve bianca, e in lontananza i minuscoli granelli sono persone o cani oppure orsi. Qui nulla fiorisce spontaneamente. I venti soffiano tanto forti che tutti devono di necessità indossare giacche a vento, stivali e berretti. Qui, all'aperto le parole si congelano, e intere frasi devono essere rotte sulle labbra di chi parla e disgelate accanto al fuoco, per vedere che cosa è stato detto. Qui la gente vive nella bianca ed abbondante capigliatura della vecchia Annaluk, la vecchia nonna, la vecchia maga che è la Terra stessa. E in questa terra viveva un uomo, un uomo così solo che negli anni le lacrime avevano scavato abissi sulle sue guance. Cercava di sorridere e di stare contento. Andava a caccia, dormiva beneMa desiderava tanto una compagna umana. Talvolta, quando si avvicinava al suo kajak una foca, rammentava le antiche storie sulle foche ch'erano un tempo esseri umani, e a ricordare quel tempo restavano gli occhi, capaci di sguardi saggi, e amorosi, e selvaggi... |
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| E allora talvolta sentiva così dolorosamente la sua solitudine che le lacrime scendevano lungo i crepacci del volto.Una volta cacciò fino a notte fonda senza trovare nulla. Mentre la luna si levava alta nel cielo e il ghiaccio brillava, raggiunse un grande scoglio sul mare, e su quell'antico scoglio apparve un movimento di grazia eccelsa. Remò lentamente e silenziosamente per avvicinarsi, ed ecco che sullo scoglio possente danzavano delle donne, nude come il giorno in cui le loro madri le avevano partorite. Rimase a guardare. Le donne parevano essere fatte di latte di luna, con la pelle punteggiata d'argento come i salmoni a primavera, e piedi e mani sottili e leggiadri. Tanto erano belle che l'uomo rimase sbalordito, mentre le onde leggere lo trasportavano sempre più vicino allo scoglio. Sentiva ora le magnifiche risa delle donne, quanto meno pareva ridessero, o era forse l'acqua intorno allo scoglio che rideva? L'uomo era confuso perché era abbagliato. La solitudine che gli era pesata sul petto come una pelle intrisa d'acqua era in qualche modo svanita, e senza riflettere, quasi così dovesse essere, saltò sullo scoglio e rubò una delle pelli di foca che vi giacevano. Si nascose dietro uno spuntone e infilo una pelle di foca nel suo qutmguk, la giacca di pelliccia. Ecco che subito una donna chiama con la voce più bella che mai avesse udito…come quella delle balene all'alba…o quella dei lupacchiotti che ruzzolano a primavera. Che cosa andavano ora facendo le donne? Infilavano la loro pelle di foca e una dopo l'altra scivolavano nel mare, urlando e uggiolando felici. Una no. Cercava dappertutto ma non riusciva a trovare la sua pelle. L'uomo prese coraggio e neanche sapeva perché. Le si mostrò: "Sii mia moglie, io sono un uomo così solo". "Oh io non posso esserti moglie, io appartengo agli altri, quelli che vivono di sotto" "Sii mia moglie" insistette l'uomo " tra sette estati ti restituirò la pelle di foca e potrai restare o andartene, come tu vorrai". La giovane donna-foca lo guardò a lungo in volto con quegli occhi che parevano umani. Riluttante disse: "Verrò con te, tra sette estati si deciderà". Ebbero un bambino e lo chiamarono Ooruk. E il bambino era agile e grassoccio. In inverno la madre raccontò a Ooruk le storie delle creature che vivono sotto al mare mentre il padre tagliava a piccoli pezzi un orso con il suo lungo coltello affilato. Quando la madre portava il piccolo Ooruk a letto, gli indicava attraverso l'apertura per il fumo le nuvole e tutte le loro forme e raccontava storie di trichechi, balene, foche e salmoni, perché erano quelle le creature che conosceva. Ma col passare del tempo la sua carne prese a seccarsi. Prima si sfaldò, poi si incrinò. Cominciò a cadere la pelle delle palpebre e caddero a terra anche i capelli. Diventò del più pallido bianco. Cercò di nascondere la sua debolezza. Ma i suoi occhi si offuscavano sempre di più e la vista le si faceva sempre più debole. E così andarono le cose finchè una notte il piccolo Ooruk non fu svegliato da un urlo, e del tutto insonnolito si levò a sedere sulle pelli del letto. Sentì come il ringhiare di un orso, che era suo padre che picchiava sua madre. Udì un pianto come di argento tintinnante sulla pietra, che era sua madre. "Hai nascosto la mia pelle di foca sette anni or sono, ora giunge l'ottavo inverno. Voglio che mi sia restituito ciò di cui sono fatta" gemeva la donna foca. "devo avere ciò a cui appartengo". "E tu mi lascerai senza moglie, e lascerai il bambino senza madre. Sei cattiva". E il marito strappò la porta leggera e sparì nella notte. Il bambino amava molto sua madre. Temeva di perderla e pianse fino a piombare nel sonno, per essere risvegliato dal vento. Un vento strano, che pareva chiamarlo. Saltò fuori dal letto. Udendo ripetere il suo nome si precipitò fuori nella notte stellata. Corse alla scogliera e in lontananza, sul mare agitato dal vento, scorse una grande foca argentea e irsuta dalla testa enorme, con le vibrisse che scendevano fino al petto, gli occhi di un giallo scuro. "Ooooooruk". Il bambini a fatica discese giù lungo la scogliera e in fondo incespicò su una pietra, no, un involto, rotolato giù da una fenditura nella roccia. "Oooooruk". Il bambino aprì l'involto e lo scosse, era la pelle di foca di sua madre. Sentiva tutto il suo odore. L'anima della madre lo attraversò come un improvviso vento d'estate. Si portò la pelle al volto e l'anima di sua madre attraversò di nuovo la sua. E la vecchia foca argentea lentamente si immerse nelle acque profonde. Il bambino si inerpicò su per la scogliera e corse con la pelle di foca che gli svolazzava dietro, e si precipitò in casa. Sua madre lo accarezzò, e accarezzò la pelle, e socchiuse gli occhi, grata perché entrambi erano salvi. Infilò la sua pelle di foca. Sollevò il piccolo e se lo mise sotto il braccio e corse verso il mare ruggente. "Oh madre non lasciarmi" implorò Ooruk. Lei voleva restare con il suo bambino, ma qualcosa la chiamava, qualcosa di più antico di lei, di più antico del tempo. Si volse verso di lui con uno sguardo di terribile amore negli occhi. Prese il viso del bambino tra le mani e soffiò il suo dolce respiro nei suoi polmoni. Allora, tenendolo sotto il braccio come un involto prezioso, si tuffò in mare, sempre più a fondo, e la donna-foca e il suo bambino respiravano agevolmente nell'acqua. E scesero nuotando sempre più a fondo, fino a raggiungere la grotta delle foche dove creature di ogni genere banchettavano e cantavano, danzavano e parlavano, e la grande foca argentea che aveva chiamato Ooruk nella notte abbracciò il bambino e lo chiamò nipote. "Come sono andate le cose lassù figlia?" domandò la grande foca argentea. La donna foca guardò in lontananza e disse: "Ho ferito un essere umano…un uomo che ha dato tutto per avermi. Ma non posso tornare da lui, perché se lo facessi resterei prigioniera.". "E il bambino?" domandò la vecchi foca. "Il mio nipotino?". Lo disse con tanto orgoglio che la voce gli tremò. "Lui deve tornare. Non può fermarsi. Non è ancora tempo che resti con noi". E pianse. E insieme piansero. Passarono alcuni giorni e alcune notti, per l'esattezza sette, e in quel tempo gli occhi e i capelli della donna ritrovarono l'antica lucentezza. Diventò di un bel colore bruno, ritrovò la vista, il suo corpo ritrovò le sue rotondità, e potè nuotare a suo agio. E venne il tempo di restituire il bambino alla terra. Quella notte la vecchia foca e la bella madre del bambino nuotarono tenendolo in mezzo a loro. Risalirono, risalirono dalle profondità verso il mondo di sopra. Là, al chiarore della luna, delicatamente poggiarono Ooruk sulla riva pietrosa. La madre lo rassicurò: "Sarò sempre con te. Tocca quel che ho toccato, i legnetti per accendere il fuoco, il mio coltello, le incisioni che ho fatto sulla pietra di lontre e foche, e io soffierò nei tuoi polmoni un vento affinchè tu possa cantare le tue canzoni. Più volte la vecchia foca argentea e sua figlia baciarono il bambino. Infine si allontanarono al largo e con un ultimo sguardo scomparvero tra le onde. E Ooruk, siccome il suo tempo non era ancora venuto, rimase. Passò il tempo e diventò un grande suonatore di tamburo, cantore e artefice di storie, e si disse che tutto ciò accadde perché il bambino era sopravvissuto ed era stato riportato dalle profondità del mare dagli spiriti delle foche. Ora, nelle grigie brume del mattino, talvolta lo si vede ancora, ripiegato in ginocchio su una certa roccia del mare, mentre pare parlare con una certa foca che spesso si avvicina alla riva. Molti hanno cercato di catturarla, ma nessuno ci è mai riuscito e' nota come Tanqigcaq, la brillante, la sacra, e si dice che sebbene sia una foca, i suoi occhi sono capaci di sguardi umani, saggi, selvaggi e amorosi. Perdita del senso dell'anima come iniziazione: la foca è un simbolo dell'anima selvaggia. E' affettuosa e un sorta di purezza emana da lei, è anche prontissima a reagire. Così è l'anima. Si libra nelle vicinanze. Nutre lo spirito. Non fugge quando percepisce qualcosa di nuovo o insolito o difficile. L'anima delle donne giovani o inesperte non conosce le intenzioni altrui o il potenziale pericolo. Avviene allora il furto della pelle di foca. Per lo più il furto (della grande occasione della vita, dell'amore o del proprio spirito) avviene approfittando del lato debole: per ingenuità, scarsa intuizione dei moventi altrui, inesperienza nell'immaginare il futuro, mancanza di attenzione per gli indizi presenti nell'ambiente intorno. L'essere derubati si trasforma in un'occasione di iniziazione archetipa. Si rinforza la decisione di lottare per una redenzione consapevole, si chiarisce cosa è soprattutto importante per noi, si sente la necessità di un progetto di liberazione psichica, di mettere in atto la nuova saggezza. La perdita della pelle: lo sviluppo della conoscenza deriva dall'iniziale inconsapevolezza, seguita da un inganno e poi dalla scoperta del modo per riconquistare il potere. Ogni donna lontano dalla sua casa-anima alla fine si esaurisce. Allora si rimette a cercare la sua pelle per resuscitare il suo senso dell'io e dell'anima. A mano a mano perdiamo la sensazione di essere completamente nella nostra pelle. La pelle-anima svanisce quando non prestiamo attenzione a ciò che stiamo veramente facendo, e in particolare a quanto ci costa. La perdiamo lasciandoci troppo coinvolgere dall'io, diventando troppo esigenti, facendoci martirizzare, lasciandoci trascinare da un'ambizione cieca, abbandonandoci all'insoddisfazione, pretendendo di essere una fonte inesauribile per gli altri, non facendo tutto il possibile per aiutarci. Tutte le creature della terra tornano a casa. Ci sono donne che subiscono il furto a causa di rapporti con persone che non sono nella loro pelle, e talune relazioni diventano perniciose. Ci vogliono forza e volontà per superare queste relazioni ma lo si può fare se si torna a casa, al nucleo di sé. Se la pelle può andare perduta per un amore sbagliato o devastante, può andare perduta anche in un amore bello e profondo. Il furto dipende infatti dal costo che rappresenta per noi. Quel che una relazione ci prende in tempo, energia, osservazione, attenzione, cure, addestramento, presenza, insegnamento. Questi movimenti della psiche sono come prelevamenti dai risparmi psichici. E' l'andare in rosso che provoca la perdita della pelle e l'offuscamento dei nostri istinti più acuti. Tutte noi saliamo sullo scoglio e danziamo, senza prestare attenzione. E a un tratto non riusciamo più a trovare quel che ci appartiene o ciò a cui apparteniamo. Vaghiamo un po' stupefatte. Non va bene fare scelte in un momento così, ma noi le facciamo. Perdere la pelle è perdere la protezione, il calore, il sistema di allarme, la vita istintiva. Essere senza pelle induce a perseguire quel che si pensa di dover fare e non quello che davvero si desidera. Si segue chiunque o qualsiasi cosa impressioni con la sua forza, si diviene scherzose invece che incisive, si butta sul ridere, ci si sbarazza delle cose. Ci si ritrae dal passo successivo, dalla discesa e da un soggiorno lungo abbastanza perché qualcosa possa accadere. L'uomo solitario: immaginiamo che l'uomo che ruba la pelle di foca rappresenti l'io della psiche femminile. All'inizio l'io, con i suoi appetiti, spesso prevale. Ma a un certo punto, intorno ai vent'anni, ai trenta, o più spesso ai quaranta, lasciamo che sia l'anima a prevalere. Fin dalla nascita c'è il bisogno che sia l'anima a guidare la nostra vita, perché l'io può comprendere un tanto, e nulla più. Si spaura, vuole fatti percettibili, è solo e limitato. L'uomo solitario del racconto cerca di partecipare alla vita dell'anima. Ma cerca di afferrarla invece di instaurare un rapporto. L'io ruba la pelle di foca perché, solo e affamato, ama la luce. L'anima è costretta a una relazione con l'io. Questo crea un temporaneo arrangiamento che produrrà un piccolo spirito capace di coabitare tra mondano e selvaggio. Lo spirito bambino: l'unione tra io e anima produce lo spirito bambino. Questo piccolo spirito è la niña milagrosa, capace di udire il richiamo, la voce lontana che dice: è tempo di tornare a sé. E' il piccolo che riporta la pelle di foca alla madre e le consente di tornare a casa. E' un potere spirituale che ci incita a continuare il nostro lavoro importante, a cambiare la nostra vita, a migliorare la comunità, a dare una mano per cambiare il mondo…tornando a casa. Inaridimento e mutilazione: in genere depressioni, noia e confusioni deliranti sono provocate da una vita dell'anima severamente ristretta. Quando siamo ormai inaridite cerchiamo di camminare tutte bloccate, per far vedere che ce la facciamo, che va tutto bene. ma la vita è umiliata, il costo altissimo. E' necessario un ritorno nella propria pelle, al proprio senso istintuale, a casa. E' difficile riconoscere una condizione di inaridimento se non corriamo un grosso pericolo. Allora si sente il richiamo alla propria vera natura. Ascoltare l'antico richiamo: la voce in sogno è considerata un messaggio diretto dell'anima. Nella storia la vecchia foca sale dal mare per lanciare il richiamo, finchè qualcosa in noi non risponde. Il segnale parte quando qualcosa comincia ad essere troppo. Di fronte al troppo, a poco a poco ci inaridiamo, il cuore si stanca, le energie decrescono, e il misterioso desiderio di qualcosa si leva sempre più in alto. Il richiamo va seguito anche quando non abbiamo la minima idea di dove andare. Sappiamo soltanto che dobbiamo alzarci e andare a vedere. Alla fine inciamperemo nella pelle di foca. Un soggiorno troppo protratto: la donna-foca si dissecca perché resta troppo a lungo lontana da casa. Nel racconto diventa una versione anemica di quello che fu. Non bisogna consumarsi la vita in un matrimonio, una fatica o uno sforzo inutili o poco gratificanti. Se si resta lontane da casa troppo a lungo si è meno capaci di avanzare nella vita. Un ritorno a casa è molte cose diverse per donne diverse. molti sono i modi per tornare a casa: alcuni profani, altri divini. Rileggere passi di libri o poesie; passare qualche minuto in riva al fiume; sedere sotto il portico a rammendare qualcosa; camminare senza meta; salutare il sole che sorge; pregare; tenere in braccio un bambino piccolo; aprire le mani sotto la pioggia; contemplare la bellezza, la grazia, la commovente fragilità degli esseri umani. Il continuo rimandare il ritorno può essere dovuto all'identificazione della donna con l'archetipo della guaritrice. Questo archetipo porta saggezza, bontà, sapienza, ma solo fino a un certo punto, oltre è d'impedimento alla nostra vita. Per evitare la trappola bisogna imparare a dire : "Alt" e "Basta con la musica". Il fondamentale istinto selvaggio che decide "solo fin qui e non oltre, solo questo e niente più" deve essere recuperato e sviluppato. Meglio tornare a casa per un po', anche se gli altri si irritano, che restare e peggiorare, fino a cadere a pezzi. Se non andiamo a casa quando è tempo di andare perdiamo la concentrazione. Non potete ritornare nell'utero, ma potete ritornare alla casa-anima. Lo scioglimento, il tuffo: la casa è là dove un pensiero o una sensazione possono svilupparsi invece di essere interrotti o di esserci strappati perché altro richiede la nostra attenzione o il nostro tempo. Quando è tempo è tempo, anche se non siete pronte, anche se tante cose restano da fare. Per alcune casa è la ripresa di qualche impresa abbandonata. Per alcune casa è un bosco, un deserto, un mare. ogni donna sa in cuor suo quanto a lungo e con quale frequenza deve tornare a casa. Respirare sott'acqua: la donna foca porta il bambino a trovare quelli che vivono sotto. Il bambino rappresenta un nuovo ordine della psiche, è un essere mediale, capace di attraversare entrambi i mondi, non è completamente io né completamente anima, è una cosa di mezzo. La donna foca del racconto è un'emanazione dell'anima. E' in grado di vivere in tutti i mondi, ma non può restare troppo a lungo sulla terra. Lei e il pescatore (l'io psiche) creano un bambino che può vivere anch'esso nei due mondi, ma non può restare troppo a lungo nella casa-anima. La donna foca, l'io-anima, passa idee, sentimenti, pensieri e impulsi dall'acqua all'io mediale, che a sua volta li porta a terra e alla consapevolezza del mondo esterno. C'è anche il percorso inverso: gli eventi della vita quotidiana, i traumi e le gioie, i timori e le speranze, vengono passati all'anima, che li commenta nei sogni notturni e manda le sue sensazioni verso l'alto attraverso il corpo. La donna selvaggia è una combinazione di buon senso comune e di senso dell'anima. La donna mediale è il suo doppio, è di questo mondo ma può raggiungere gli angoli più riposti della psiche. L'emersione: ma non possiamo restare sott'acqua per sempre, dobbiamo risalire in superficie. Il rimedio a questo lutto è dato dalla donna foca al suo bambino: "sarò sempre con te". Come il bambino della donna foca impariamo che avvicinarci alla creazione della madre anima è esserne ricolmate. Anche se si torna tra la gente, tutta la sua forza si sente nei poteri femminili di introspezione, passione e connessione alla natura selvaggia. Se manterremo i contatti con gli strumenti della forza psichica, sentiremo il suo respiro. Ooruk resta a terra, ha la promessa. Non appena torniamo al mondo rumoroso tutto ha un aspetto leggermente estraneo. La sensazione di venire da un mondo estraneo svanisce dopo poche ore o pochi giorni. Allora passeremo il tempo nella nostra vita mondana, alimentate dall'energia raccolta durante il viaggio a casa. Nel racconto il bambino mette in pratica la natura mediale. Suona il tamburo, canta, diventa cantastorie. Il cantore porta messaggi avanti e indietro, tra la grande anima e l'io mondano. Così il bambino vive quanto la donna foca ha soffiato su di lui. Allora, invece di cercare di "far durare la magia", viviamo. L'esercizio della solitudine intenzionale: il bambino ormai grande s'inginocchia su uno scoglio e conversa con la donna foca. Questo esercizio quotidiano e intenzionale della solitudine gli consente di stare vicino a casa in modo critico, riuscendo a richiamare l'anima nel mondo di sopra per brevissimi periodi. Solitudine non è assenza di energia o di azione, ma un dono di provviste selvagge. Come si fa a richiamare l'anima? In molti modi: con la meditazione, o nei ritmi della corsa, del canto, della scrittura, della pittura, con i riti e i rituali, con l'immobilità, la quiete. Tutte abbiamo uno stato mentale familiare in cui realizzare questo genere di solitudine. Bisogna spengere tutte le distrazioni. La solitudine vive di poco: costa soltanto qualcosa in intenzione e perseveranza, ma qualsiasi tempo e qualsiasi luogo vanno bene. Possiamo vivere sulla terra, ma non per sempre, non senza viaggi nell'acqua e a casa. Le culture esageratamente civilizzate e oppressive cercano di trattenere la donna dal ritorno a casa, troppo spesso le si intima di star lontano dall'acqua, finchè smagrisce e si indebolisce. Ma quando arriva il richiamo, una parte di lei lo ode sempre e va, perché si è preparata a seguirlo. Il ritorno a casa e la conversazione con la foca sono i nostri atti di innata e integrale ecologia, perché sono un incontro con l'anima selvaggia. |
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Tutto questo per dire che l'amore non è possesso, perché il possesso non tende al bene dell'altro, né alla lealtà verso l'altro, ma solo al mantenimento della relazione, che, lungi dal garantire la felicità, che è sempre nella ricerca e nella conoscenza di sé, la sacrifica in cambio di sicurezza.
Scriveva Platone nel Fedro che "dell'anima, propriamente, può parlare solo un dio, l'uomo può accennarne per simboli ed immagini". E sono proprio i "simboli" e le "immagini" nel senso platonico, poi neoplatonico-plotiniano e gnostico, che il razionalismo sviluppatosi nel corso della civiltà occidentale ha rimosso, rendendo ancora più assurdo un mondo enigmatico e nella forma più alta misterico. È questa la tesi sviluppata dall'autore in questo volume dal significativo sottotitolo di copertina "Jung: dall'inconscio al simbolo". È stato infatti Jung che nell'età contemporanea, ormai satura di razionalismo e di scientismo culminato nella filosofia positivistica del fatto fisico come una realtà esistente e conoscibile, ha evidenziato il valore dei messaggi simbolici e delle immagini dell'inconscio. Sostiene Galimberti che "l'inconscio collettivo di cui parla Jung è proprio la memoria sommersa, ma non estinta, di questo rimosso", e sempre rifacendosi alla concezione junghiana ricorda come a differenza del "segno", che si riferisce a una realtà nota, il simbolo di riferisca invece a qualcosa di fondamentalmente sconosciuto.
Ma sconosciuto non significa inesistente, fantasioso, come le immagini che il simbolo evoca non rappresentano un prodotto, altrettanto irreale, dell'immaginazione creativa. Ecco allora che la verità velata in qualche modo si manifesta, al di là degli apparati concettuali.
Si definisce così una condizione che è rivelativa dell'esistenza di realtà misteriche che trascendono la sfera dell'esperienza empirica alla quale la modernità ha inteso limitare l'ordine della conoscenza. Si tratta allora di ripercorrere a ritroso il processo della civiltà che ha ucciso gli dei, o semplicemente li ha negati rimuovendoli dalla sfera della coscienza. Non è un percorso semplice. La civiltà occidentale, afferma Galimberti, si è sviluppata regolandosi sui due grandi pilastri del principio di non contraddizione in sede logica e della legge di causa sul piano fisico. Al di fuori di tale recinto sono stati relegati il mondo dei sogni, la fantasia infantile, il pensiero primitivistico e, nella stessa società evoluta tecnologicamente, la follia. Non è quindi facile operare questa inversione, in quanto è pur sempre vero che a loro volta tutte queste manifestazioni della mente non costituiscono in quanto tali delle vie di accesso alla verità. La verità appartiene a tale ordine ma non tutto quanto si trova in tale ordine è verità. Inoltre, ciò che si può acquisire per tale via non si traduce di per sé una conoscenza intellettuale, ma costituisce solo l'ombra di una verità ulteriore, ineffabile.
Ed anche in questo senso è necessario che ci si eserciti nell'umiltà intellettuale, per non incorrere nel peccato di "ybris" che scatena l'ira delle Erinni, di protervia cioè di chi sfida il cielo e gli dei, appunto, possono propriamente parlare della'anima. La civiltà in quanto tale comporta violenza, come recita il coro dell'Antigone di Sofocle. Le navi sul mare, l'aratro, la caccia violano la natura. "Con la parola - osserva Galimberti - l'uomo esercita una violenza più oscura, dominando tutte le cose che nomina si arrischi in tutte le direzioni, ma proprio allora si trova lanciato fuori da ogni via".
La saggezza allora si acquisisce riconoscendo il senso del mistero, dell'ulteriore, in cui l'anima riconosce la propria origine e il proprio destino, in quanto, come afferma Eraclito "l'armonia invisibile vale più di quella visibile".
(dal web)
amore dell'altro amore di sé?
Scrive lo psicoanalista americano Stephen Mitchell: "Se io ti do il mio amore, che cosa ti sto dando di preciso? Chi è l'Io che sta facendo questa offerta? E chi, per inciso, sei tu?"
Ancora non riesco a capire la differenza, se di differenza si tratta, tra il desiderio dell'altro e la cura di se stessi nel sentimento amore. Mi spiego meglio. Nella coppia è desiderabile andare incontro ai desideri dell'altro e questo sentimento richiede attenzione, tempo, sensibilità. Ma i propri desideri e quindi l'amore verso se stessi, quanto si spiegano in una relazione con l'altro? Perché amare se stessi, e quindi ricercare la propria felicità e realizzazione nel lavoro, nella vita, nei rapporti con gli altri, può creare nell'altro dubbi e incertezze dell'altrui importanza. E allora mi chiedo: amare l'altro, desiderare il suo benessere fisico e psichico, può convivere con le ragioni dell'amore verso se stessi che presuppongono le stesse priorità?
Laura Rinnovati
Se è vero, come dice Freud, che l'amore è l'unica condizione per poter vivere, non c'è alcun dubbio che amare l'altro è, di fondo, amare se stessi. Questo amore di sé non è da leggere nell'accezione egoistica del termine, non è la soddisfazione dei propri bisogni o dei propri desideri, non è l'autorealizzazione resa possibile dalla dedizione dell'altro. È semplicemente ciò che rende possibile quel dialogo (che molti evitano) tra la propria parte razionale e la propria parte folle, a cui la nostra natura ci invita per giungere a una compiuta espressione di sé. Amore infatti non è una faccenda dell'Io, ossia della nostra parte razionale. E questo ognuno lo sa quando, interrogato, non sa fornire alcuna spiegazione a chi gli chiede ragione del suo amore. Ma ognuno lo sa anche quando, pur essendo consapevole che quell'amore è sbagliato, dichiara di non potersene comunque liberare. Per la stessa ragione nessuno crede fino in fondo all'altro quando dice "Io ti amo", perché amore non è una faccenda dell'Io, dal momento che, come ci ricorda Freud: "l'Io non è padrone in casa propria", perché non conosce le forze che determinano quelle che l'Io considera sue scelte. Ma l'abisso folle che ci abita vuole espressioni che sappiano raggiungere le nostre regioni più lontane, più abissali, più indistinte nei loro indiscernibili confini, per assaporare come il piacere si intreccia col dolore, la maledizione con la benedizione, la luce del giorno con il buio della notte, perché da quel fondo tutte le cose appaiono incatenate, intrecciate, innamorate, senza quelle visibili distinzioni tanto care all'Io razionale, che per questo si difende dall'inoltrarsi negli abissi del cuore.
Finché un giorno incontriamo qualcuno che nel suo volto riflette questi abissi e, come uno specchio, ce li rinvia come domanda inquietante che turba la visione fino allora chiara e lucida che il nostro Io s'era fatto del mondo. A quel punto, quando il riflesso è reciproco, è amore, come inevitabile messa a nudo di sé tramite l'altro. La scoperta della nostra follia segreta ci attrae e ci inquieta, ma con le sole forze dell'Io non possiamo inoltrarci in quelle regioni che o sono inaccessibili o ci possono travolgere. E allora abbiamo bisogno dell'altro, come Dante di Virgilio per scendere all'Inferno. Amiamo l'altro perché tramite lui scopriamo noi stessi, e l'altro tramite noi scopre se stesso. Per questo non amiamo chiunque, ma solo chi riflette fedelmente i nostri abissi. Qui è anche l'essenza del pudore che ci vieta di metterci a nudo con chiunque, ma solo con chi è fedele riflesso della parte sconosciuta di noi. Solo con lui o lei possiamo scendere nella nostra follia che ci affascina, sperando di poter riemergere e non restarne prigionieri. Apparentemente amiamo l'altro, in realtà, tramite l'altro, amiamo le nostre imperscrutate profondità. Una volta scesi nella nostra follia, grazie alla mediazione dell'altro a cui riconosciamo "di averci fatto impazzire", "di averci fatto perdere la testa", non riemergiamo più quali eravamo, perché, dopo esserci concessi al cedimento dell'Io, l'altra parte di noi ci ha contaminato. E per effetto di questa contaminazione, qualunque sia l'esito della vicenda d'amore, noi non siamo più quel che eravamo. Questa continua rinascita, sia nei segreti della fedeltà sia in quelli del tradimento, è ciò a cui la vita, che non può vivere se non nel continuo rinnovamento di sé, ci invita, con quello sguardo ora seducente ora inquietante che ciascuno incontra in ogni vicenda d'amore, dove però non è l'altro che incontriamo, ma l'abisso della nostra anima che l'altro riflette. Amore dell'altro, quindi, dettato dall'amore di sé. Di questo era ben consapevole Platone là dove scrive: "Gli amanti che passano la vita insieme non sanno dire che cosa vogliono l'uno dall'altro. Non si può certo credere che solo per il commercio dei piaceri carnali essi provano una passione così ardente a essere insieme. È allora evidente che l'anima di ciascuno vuole altra cosa che non è capace di dire, e perciò la esprime con vaghi presagi, come divinando da un fondo enigmatico e buio".
Idealizzazione: processo psichico che porta all’esaltazione del valore e delle qualità dell’oggetto…l’oggetto, pur non mutando la sua natura, viene amplificato e psichicamente elevato. L’idealizzazione può avvenire sia nell’ambito della libido dell’io sia nell’ambito della libido oggettuale. Nel primo caso abbiamo la formazione dell’ideale dell’io, nel secondo caso l’idealizzazione di un’altra persona "origine- scrive Freud- del peculiare stato di innamoramento".
L’idealizzazione va (anche) distinta dall’identificazione perché, mentre quest’ultima richiede una parziale modificazione dell’io che deve modellarsi sull’oggetto, l’idealizzazione comporta un impoverimento dell’io a favore dell’oggetto idealizzato. L’idealizzazione differisce anche dall’ammirazione perché, a differenza di quest’ultima, che comporta processi di emulazione e imitazione, l’idealizzazione porta alla dipendenza e al servilismo, in quanto la persona che idealizza ha bisogno che esista una persona perfetta al punto da negare l’esistenza di quegli attributi negativi che non soddisfano il suo bisogno.
…l’insuccesso della difesa costituita dall’idealizzazione porta alla delusione alla depressione, perché ciò che rimane è la perdita dell’autostima sacrificata nell’idealizzazione dell’altro. (Enciclopedia di Psicologia di Umberto Galimberti, edizioni Garzanti).
Non ci si può innamorare se non si idealizza la persona amata, se la fantasia non interviene a farne qualcosa di unico, di inequiparabile. Certo, più si scalano le montagne più pericolosi diventano i precipizi. Ma senza la prossimità dei precipizi, alle altezze che si è voluto raggiungere non c'è brivido. Nel nostro caso brivido d'amore. L'idealizzazione è terribilmente pericolosa quando ci si innamora, perchè gli ideali si appannano facilmente, gli incantesimi si spezzano, gli effetti magici si dissolvono, i trucchi prima o poi vengono a galla. Dopo la prima notte di passione Romeo e Giulietta temono la luce, perchè l'aspra luce del mattino dissipa, il giorno dopo, l'incanto del chiaro di luna. Potremmo dire che l'idealizzazione ci impoverisce perchè tutto ciò che ha valore è collocato nell'altro. E se l'altro non ricambia l'idealizzazione di cui è stato investito, se quanto abbiamo trasferito in lui non ritorna, allora o siamo capaci di rompere l'incantesimo e vedere l'altro in una prospettiva più sobria e realistica, o precipitiamo nel rifiuto di noi stessi, svuotati come siamo di ogni nostro valore che nell'idealizzazione abbiamo attribuito all'altro. E allora se non è suicidio è inconsolabile depressione. Idealizzando l'altro, ci siamo svalutati e staccati dalla realtà. E siccome la nostra stabilità dipende dalla valutazione accurata del reale, innamorarsi idealizzando per la psicoanalisi è molto pericoloso. Pericoloso, ma inevitabile. Perchè il desiderio non si attiva senza idealizzazione, senza immaginare nell'altro quelle qualità che lo rendono unico, speciale, straordinario. E' lo stesso Freud a dirci che la percezione della realtà non è qualcosa di passivo, ma una costruzione attiva, dove l'immaginazione, la fantasia, il desiderio intervengono a trasfigurare i dati di realtà, affinchè questi possano assumere un senso per noi. Dal punto di vista dell'innamorato l'oggettività è un ideale impossibile, è il desiderio di pervenire a una sicurezza che non sarà mai raggiunta. La convinzione di conoscere realmente l'altro in modo oggettivo, affidabile e prevedibile è una delle tante illusioni, anzi, forse l'ultima illusione promossa da quella passione che non vuole mai incontrare la delusione. Le caratteristiche adorate dell'altra persona possono anche non essere affatto illusorie, ma siccome perdere chi è "unico al mondo" è molto più doloroso che perdere uno qualsiasi, dall'idealizzazione di solito ci si difende o troncando la relazione dopo il primo incontro, o aggrappandosi alle imperfezioni e ai difetti della persona amata per tenere a bada la fascinazione. Meglio spegnere una stella o offuscarne la luce, piuttosto che correre il rischio che quella stella non splenda per noi. Brividi sì, ma brividi sicuri. Amare è volere. Se amiamo ciò che ha pregio e risponde all'ideale è perchè quell'ideale non c'è e con l'amore lo vogliamo realizzare. Ora quello che noi vogliamo, appunto perchè lo vogliamo non c'è già al mondo. Noi non vogliamo la terra, ma il possesso della terra, ossia la terra che sia nostra, da noi posseduta, ed entrata a far parte della nostra vita. Allo stesso modo amiamo un essere animato, allo stesso modo amiamo un essere spirituale o umano, una persona. La quale amata da noi, è ricreata dal nostro amore. Capaci d'amore non sono mai coloro che stanno in attesa dell'incontro della loro vita, ma coloro che lo creano trasformando il reale secondo il proprio ideale. La persona amata è quella ricreata dal nostro amore. E' ricreata immediatamente e mediatamente: essa, cioè, è un nuovo essere per noi fin da quando iniziamo ad amarla; ma si fa realmente un essere sempre nuovo, si trasforma continuamente in conseguenza del nostro amore, che agisce su di essa. Insomma, l'oggetto d'amore qualunque esso sia, non preesiste all'amore, ma è da questo creato. Vano quindi cercarlo con l'intelligenza astratta o il "sano realismo" che presume di conoscere le cose come sono in se stesse. Su questa via non può trovarsi se non la mancanza di ciò che si ama ed è degno di essere amato. Si trova il difetto, il male, il brutto: ciò che non si amerà mai, perchè, per definizione, è ciò che invece si odia. L'innamorato non deve quindi aver terrore dell'idealizzazione, qualora ne fosse cosciente perchè è da questo processo che dipende la sua condizione stessa, perchè è dall'incontro con quella persona ideale ( e forse idealizzata) a percorrere con noi il suo cammino, che nasce il meraviglioso corollario di emozioni legate all'amore.
Preghiera della Gestalt (Fritz Perls)
"Io sono io. Tu sei tu.Io non sono al mondo per soddisfare le tue aspettative.
Tu non sei al mondo per soddisfare le mie aspettative.
Io faccio la mia cosa. Tu fai la tua cosa.
Se ci incontreremo sarà bellissimo;
altrimenti non ci sarà stato niente da fare."
"se ti assumi la responsabilità di quello che stai facendo, del modo in cui produci i tuoi sintomi, del modo in cui produci la tua malattia, del modo in cui produci la tua esistenza - al momento stesso in cui entri in contatto con te stesso - allora ha inizio la crescita, ha inizio l'integrazione"
"assumersi responsabilità per un altro, interferire con la sua vita e sentirsi onnipotenti sono la stessa cosa"
"sarò con te. Sarò con te con il mio interesse, la mia noia, la mia pazienza, la mia rabbia, la mia disponibilità. Sarò con te [...] ma non ti posso aiutare. Sarò con te. Tu farai quello che riterrai necessario"
"La consapevolezza di per sé può essere curativa. Dato che con una piena consapevolezza si diventa autoconsapevoli dell’autoregolazione dell’organismo, si può lasciare che l’organismo prenda in mano la situazione senza interferire, senza interrompere: della saggezza dell’organismo ci si può fidare. Di contro a questo atteggiamento troviamo l’intera patologia dell’automanipolazione, del controllo ambientale e via dicendo, che interferisce con i sottili meccanismi dell’autoregolazione dell’organismo”
Friedrich Salomon Perls
L’ Enneagramma (dal greco ennea, nove, e gramma, disegno) è un simbolo antichissimo: certe fonti lo fanno risalire al tempo dei Sufi, progenitori dell’ odierna religione islamica, ma vi sono prove che fu tramandato da culture ancora più antiche. Per secoli questo simbolo rimase pressoché sconosciuto e solo di recente, nella prima metà del ‘900, un uomo chiamato Georges Ivanovic Gurdjieff rivelò ad un ristretto numero di persone le informazioni circa questo simbolo.
Egli spiegò come mai di questo simbolo non erano mai state trovate informazioni scritte, accennando ad una pratica antichissima diffusa in gran parte dell’ Asia (e tuttora in vigore) secondo cui certe informazioni non venivano mai messe per iscritto, ma si trasmettevano sempre oralmente. Un esempio affine è la grande tradizione orale degli “Aswot” della Transcaucasia, noti come semplici cantastorie ma portatori di memorie di eventi lontanissimi. Il padre di Gurdjieff era appunto uno di questi cantastorie. Spiegò anche come questo simbolo fosse usato come speciale strumento per comprendere il meccanismo di ogni sistema relativamente chiuso, come il sistema solare e le leggi che lo governano, il funzionamento dell’ organismo umano, degli organismi vegetali, ecc.
COS’ E’ L’ ENNEAGRAMMA
Geometricamente è composto da un cerchio suddiviso in nove parti uguali (da qui il nome) e la sua costruzione è molto particolare: una volta suddiviso il cerchio, occorre numerare i punti in senso orario da 1 a 9 e inscrivere un triangolo equilatero avente come vertici i punti 3, 6 e 9. L’ unione degli altri punti deriva da un calcolo molto semplice: se si divide il numero 1 per il numero 7 si ottiene il numero 0,142857142857…, numero periodico di periodo 1 4 2 8 5 7 ripetuto all’infinito. I punti restanti da collegare sono proprio questi sei numeri in questa successione. Questo simbolo era anche chiamato “legge del Nove” ed era considerato la fusione della “legge del sette” con la “legge del tre”; la sovrapposizione è evidente.
LA LEGGE DEL SETTE
La prima legge serviva a studiare ogni processo in cui un fenomeno integrale (come il raggio bianco della Luce, il Suono) è composto sempre di sette parti relativamente indipendenti (i sette colori in cui si suddivide la luce, le sette note intere in cui si suddivide il suono).
LA LEGGE DEL TRE
La seconda indicava come ogni fenomeno, dal più piccolo (atomo) fino al più macroscopico (stelle), fosse sempre generato e tenuto in vita da tre forze o parti dette “Positiva” o di affermazione, “Negativa” o di resistenza, e “Neutralizzante” o di conciliazione.
UN PROCESSO DI RINNOVAMENTO
L’ enneagramma rappresenta ogni processo che si mantiene da solo per autorinnovamento: per esempio la Vita. Per questo Gurdjieff lo definì “il moto perpetuo ed anche la pietra filosofale degli alchimisti”. Egli disse anche: “La conoscenza dell’enneagramma è stata preservata per molto tempo in segreto e se adesso, per così dire, è resa disponibile a tutti, è solo in una forma incompleta e teorica della quale nessuno può fare alcun uso pratico senza istruzioni da parte di chi sa“.
ENNEAGRAMMA COME TECNICA PSICOLOGICA
Solo pochi anni fa qualcuno ha tentato di utilizzare questo simbolo come tecnica psicologica creando una ipotetica corrispondenza tra i nove numeri e nove “tipi” immaginari in cui il soggetto è chiamato ad identificarsi. Fino ad ora non vi sono prove scientifiche che questo metodo fornisca risultati apprezzabili. Oltre a ciò non vi è alcuna documentazione riguardo all’ uso dell’ Enneagramma (da parte dello stesso Gurdjieff) come classificatore di personalità. Solo molto più tardi Oscar Ichazo e Claudio Naranjo confezionarono questa tecnica sperimentale.
L’ ENNEAGRAMMA IN PSICOLOGIA
L’ Enneagramma è uno strumento di indagine psicologica, assimilabile a un test psicometrico, utile per capire perché ci si comporta in un certo modo e, se usato correttamente, può aiutare a migliorare i propri rapporti con gli altri. Il suo scopo più interiore, anticamente, era presumibilmente l’ unione con Dio. Il sufismo avrebbe quindi ideato i “nove volti di Dio”, basandosi su concezioni spirituali e sul vissuto di ogni persona. Per i Sufi si poteva avere armonia con Dio se si conoscevano tutti i modi di essere della personalità.
COME FUNZIONA L’ ENNEAGRAMMA
Secondo l’ Enneagramma, ognuno di noi percepisce la realtà attraverso una lente (a seconda della sua personalità o tipo) che spesso ne altera l’ oggettività. Attraverso la scoperta e la conoscenza del proprio tipo e quindi della propria compulsione si può progressivamente ignorarla, con impegno e costanza, e migliorare così il proprio comportamento, la visione di sé stessi e le relazioni interpersonali.
Il proprio tipo (ciascuno numerato come Tipo 1, Tipo 2, eccetera fino al Tipo 9, oppure identificato con un aggettivo che rispecchia le caratteristiche di ogni personalità) si costituisce in modo inconsapevole e involontario nel bambino dall’ età di quattro anni in poi, a causa del rapporto tra esso e il mondo esterno, in particolar modo con i genitori. È inoltre possibile che il proprio tipo cambi, ma ciò avviene a livello inconscio e non razionale, soprattutto nell’ adolescenza.
L’ IDENTIFICAZIONE DEL TIPO
Un modo per identificare il proprio tipo si rifà a ciò che tendiamo ad evitare, per cui:
- I tipi Uno evitano la collera, non si arrabbiano e tendono a essere perfetti in ogni cosa
- I tipi Due evitano il bisogno, si vantano di essere di grande aiuto agli altri e non ammettono di aver bisogno degli altri
- I tipi Tre evitano l’ insuccesso, si identificano con i successi che ottengono
- I tipi Quattro evitano l’ ordinarietà, si ritengono sempre speciali
- I tipi Cinque evitano il vuoto, sempre intenti ad aumentare il loro bagaglio di conoscenze
- I tipi Sei evitano la devianza, vedono la vita come ordinata da leggi, regole e norme
- I tipi Sette evitano il dolore, amano il divertimento e non notano il dolore altrui
- I tipi Otto evitano la debolezza, si vantano di essere forti e amano litigare
- I tipi Nove evitano il conflitto, non reggono le tensioni tra le persone e cercano la pace
I NOVE TIPI
- Uno: Il Riformatore, Il Critico, Il Perfezionista
- Due: L’ Aiutante, Il Generoso, La Nutrice
- Tre: Il Manager
- Quattro: Il Romantico, L’ Individualista, L’ Artista
- Cinque: L’ Osservatore, Il Pensatore, L’ Investigatore
- Sei: L’ Avvocato del Diavolo, Il Difensore
- Sette: L’ Entusiasta, L’ Avventuriero, Il Materialista, L’ Epicureo
- Otto: Il Leader, Il Protettore, Lo Sfidante
- Nove: Il Mediatore, Il Pacificatore, Il Conservatore
I TRE CENTRI
Un’ ulteriore distinzione, che secondo i fautori dell’ enneagramma può costituire uno strumento di classificazione delle personalità, è rappresentata dai cosiddetti Centri, divisi in Centro dell’ Istinto, Centro dell’ Emozione, Centro della Razionalità. Dentro di noi sono presenti tutte e tre questi centri, ma degli squilibri possono provocarne una commistione o confusione, in modo tale che possiamo avere la parte istintiva nel centro razionale, o la parte emotiva nel centro istintivo ecc. Il triangolo equilatero rappresenta la forma finale che l’ Uomo mira a raggiungere e che rappresenta il perfetto equilibrio tra tutte queste parti.
Il Centro dell’ Istinto funziona sulla base di impulsi naturali, e ad esso appartengono i Tipi 8, 9 e 1. Gli appartenenti a questo centro tendono a seguire l’ istinto e l’ abitudine, e agiscono spontaneamente, spesso in reazione a uno stimolo esterno e hanno reazioni spesso senza nessun tipo di controllo iniziale.
Il Centro dell’ emozione, invece, funziona sulla base dei sentimenti e dei rapporti con le altre persone, e i Tipi 2, 3 e 4 vi appartengono. Le personalità di questo centro si mostrano accondiscendenti verso gli altri e seguono le sensazioni che provano. Tendono inoltre ad avere incontri con gli altri a livello personale.
Infine, il Centro della razionalità funziona sulla base dello studio e della riflessione, e vi fanno parte i Tipi 5, 6 e 7. Gli appartenenti a quest’ ultimo centro si allontanano volontariamente dalla realtà per riflettere (spesso da soli) e agiscono solitamente in seguito a una ponderata decisione.
LE ALI E LE FRECCE
Le ali sono “appendici comportamentali” che raccogliamo da uno dei due tipi che ci sono di fianco nell’enneagramma (lungo il cerchio). Ci differenziano leggermente dal tipo base.
Le frecce costituiscono le direzioni. Ogni tipo ha due direzioni, una “arriva a noi” e rappresenta l’ equipaggiamento, cioè le risorse che ci permettono di dirigerci verso la direzione che “parte da noi”, sede poi del tesoro e del drago (il drago che custodisce il tesoro). Solo con un buon equipaggiamento siamo in grado di sconfiggere il drago ed appropriarci del tesoro
Il carattere è uno schema di comportamento irrigidito che non si modifica nel tempo. E' una cristallizzazione del modo di funzionare dell'organismo.
Invece, l'organismo dovrebbe essere in grado di adattarsi, in modo flessibile, alle richieste dell'ambiente esterno.
Il carattere è caratterizzato da una serie di comportamenti coatti e automatici.
La cristallizzazione è una specializzazione ed essa è utile per la sopravvivenza, ma presenta al contempo delle disfunzioni: è una prigione....e il problema non è cambiare carattere, ma smettere di essere prigionieri del carattere...
..non guardare all'uomo cosa gli è capitato...,ma cosa ne fa di ciò che gli è capitato....(esistenzialismo)
2009-07-16 16:34:34
Sindicazione
a>
06.09.10 @ 06:57:02
da cris-hestia
L'amore per me è Amare sè ...
02.09.10 @ 11:19:39
da cris-hestia
Concordo su tutto ciò che hai ...
01.09.10 @ 14:14:00
da darma
Molto bello questo commento sul valore ...
04.04.10 @ 10:26:50
da Stefano
Ciao...grazie mille per la visita ed ...
31.03.10 @ 08:57:44
da Fulvio